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Il Regno d’Italia

Il governo della Destra

La situazione

Per merito di Cavour il Regno d’Italia era uno stato liberale, il potere legislativo era nelle mani di un Parlamento bicamerale. Il Senato, di nomina regia, non ebbe mai un grande potere fino al 1914. Lo stato non era una vera e propria democrazia, in quanto il suffragio era censitario. Nel parlamento si vennero a distinguere due diversi orientamenti politici: la Sinistra storica e la Destra storica, due correnti del liberalismo tradizionale.
Lo stato italiano appena unito era sull’orlo della bancarotta a causa dell’enorme deficit delle finanze pubbliche. Quintino Sella tenne per molti anni il Ministero delle Finanze ed obbligò il pareggio di bilancio che non riuscì. Nel 1866 il governo fu costretto a ricorrere al corso forzoso, stampa di banconote svalutate e non convertibili in oro. Il risanamento finanziario fu scaricato sui cittadini attraverso numerose imposte. La più odiata fu la tassa sul macinato, riscossa dai mugnai quando veniva portato il grano a macinare.

Il fenomeno del brigantaggio nel Meridione

Nel Sud Italia, dove era stato imposto il sistema finanziario piemontese, molti cittadini si diedero al brigantaggio. Le industrie borboniche, a causa del libero scambio, dovettero chiudere; i piccoli artigiani furono annientati dall’arrivo dei prodotti a basso costo stranieri. La coscrizione obbligatoria provocò un grandissimo fenomeno di diserzione. Tutte queste persone finirono a compiere una vera e propria lotta armata contro le autorità, che erano ormai viste come invasori stranieri.

Il governo della Sinistra

Il governo della Destra storica riuscì ad ottenere nel 1876 il pareggio di bilancio. Lo stato era riuscito anche a far aumentare notevolmente il chilometraggio delle linee ferroviarie.
Dopo la caduta del governo Minghetti, a causa di una disputa parlamentare sulla nazionalizzazione delle linee ferroviarie, venne chiamato a presiedere il governo Agostino Depretis, esponente della sinistra moderata. Il suo governo prese il nome di trasformismo, poiché Depretis cercò sempre di ottenere e di accontentare sia i parlamentari della Destra che quelli della Sinistra. Egli prima di tutto voleva rafforzare lo stato liberale e monarchico. Nel 1882 l’età richiesta per il diritto di voto venne abbassata a 21 anni e potevano votare tutti coloro che avevano la licenza di terza media.

Il governo Crispi e la nascita del partito socialista

Dopo la morte di Depretis nel 1887 salì al governo Francesco Crispi, animato da una maggiore intransigenza e desideroso di portare l’Italia al pari delle grandi potenze. In primis rafforzò i poteri del governo a discapito de Parlamento. In campo estero, Crispi rafforzò i legami con la Germania, indebolendo quelli con la Francia.

Nel 1892 a Genova nacque il Partito Socialista, di ispirazione marxista (PSI). Nell’immediato il partito rifiutava le insurrezioni anarchiche. Questo partito si impegnava sia sul fronte politico che sindacale. Il principale leader socialista fu Filippo Turati.

La repressione del governo Crispi

In Sicilia, negli stessi anni in cui sorgeva il PSI, nacquero i Fasci dei lavoratori, che assunsero incarichi prettamente sindacali di rivendicazione dei diritti. Nell’autunno 1893, le agitazioni dei lavoratori cominciarono a farsi violente. il 3 gennaio 1894 Crispi inviò 40000 soldati in Sicilia per sopprimere le rivolte. Quando questa rivolta si estese anche ad altre miniere italiane, il Parlamento approvò misure d’emergenza, aumentando notevolmente il potere della polizia e limitando notevolmente la libertà di stampa.

La politica coloniale

Crispi, nella sua volontà di far diventare l’Italia una potenza al pari della Germania, si fece sostenitore del colonialismo. In primo luogo la Compagnia Rubattino di Genova acquistò la baia di Assab, in Eritrea. Nel 1887, 500 soldati italiani furono annientati da truppe etiopi, nel 1895 si arrivò al conflitto aperto. Il 1 marzo 1896 ad Adua avvenne lo scontro decisivo e l’esercito italiano fu completamente annientato. L’Eritrea rimase comunque in mano italiana e ogni forma di rivolta indigena fu repressa nel sangue.

La crisi di fine secolo

Non appena furono note le dimensioni del disastro della sconfitta di Adua, il governo Crispi dovette dimettersi. Fu nominato nuovo presidente Antonio di Rudinì, esponente della Destra. Avendo come principio ispiratore il fatto che lo stato dovesse rispondere con massima decisione ad ogni segno di sovversione, nel maggio 1898, quando venne proclamato lo sciopero generale a Milano, le autorità fecero intervenire l’esercito. L’esercito guidato dal generale Bava-Beccaris ebbe l’ordine di sparare con i cannoni contro la folla. Turati venne processato ed arrestato. Più di cento giornali furono soppressi, vennero sciolti i gruppi parrocchiali, le associazioni diocesane, le Camere del Lavoro e le cooperative operaie. Il re Umberto I si congratulò con Bava-Beccaris e gli conferì un’alta onorificenza. Nel 1899-1900 divenne Presidente del Consiglio il generale Luigi Pelloux, il quale presentò alla Camera leggi eccezionali che proibivano lo sciopero operaio, affidavano grandi poteri ai prefetti e limitavano la libertà di stampa. L’opposizione in Parlamento ricorse all’ostruzionismo: ogni deputato che prendeva la parola parlava per ore in modo da rimandare il più possibile la votazione. Il 3 aprile 1900, 160 deputati abbandonarono la Camera per protesta. Il governo Pelloux cadde.

Il 29 luglio 1900 l’anarchico Gaetano Bresci uccise il re Umberto I. il nuovo sovrano, Vittorio Emanuele III, si sforzò a precisare che sarebbe sempre stato fedele allo Statuto Albertino.

L’Età giolittiana

Il periodo che va dal 1901 al 1914 è definito Età giolittiana, poiché dominata dalla figura di Giovanni Giolitti. Secondo Giolitti, gli scioperi operai, finchè si mantenevano sul piano della rivendicazione economica, non erano affatto pericolosi. Lo stato doveva essere il garante imparziale degli interessi di tutti i cittadini. Giolitti era un conservatore ma capì che solo migliorando le condizioni di vita degli operai e dei lavoratori si sarebbero spenti quei sogni utopici di società libere da oppressioni e sfruttamento. Lo stato si impegnava di apparire come amico del popolo e non suo nemico. Giolitti ebbe sempre un rapporto costruttivo con i socialisti, nonostante gli obiettivi completamente diversi. Nel 1904 il PSI indette il primo sciopero generale su scala nazionale. Tra i rivoluzionari si distinse Labriola, sostenitore della idee di Sorel. Giolitti non si lasciò spaventare e si limitò ad attendere che lo sciopero finisse. Tra le riforme da ottenere attraverso il buon rapporto tra PSI e Parlamento vi erano: il suffragio universale, un’imposta progressiva sui redditi e il potenziamento dell’istruzione pubblica. Il governo Giolitti ricevette numerose critiche, la più importante delle quali fu quella di Salvemini che definì mercenari i parlamentari della maggioranza. Non risparmiò nemmeno Turati che venne criticato per il fatto di occuparsi solamente dei lavoratori del Nord, ignorando le esigenze del Sud, che continuava a vivere nella miseria.

La crescita industriale

Nel 1899 iniziò la sua attività produttiva la FIAT, fondata da Giovanni Agnelli, il quale decise di tentare il lancio di una vettura economica. La crescita industriale, in ogni caso, riguardò solamente il Nord Italia.

La guerra in Libia

Nel settembre 1911 l’Italia iniziò la sua conquista della Libia, concordata con la Francia. Il conflitto si concluse nel 1912 e la Libia divenne una colonia italiana. Tuttavia, i conflitti continuarono all’interno del paese; solamente il regime fascista degli anni Venti, applicando la deportazione della popolazione locale in campi di concentramento, riuscì a sottomettere completamente il paese.

La riforma elettorale e il Patto Gentiloni

Giolitti presentò alla Camera una notevole riforma elettorale, approvata nel 1912: il diritto di voto fu concesso a tutti i cittadini maggiorenni che sapessero leggere o scrivere e agli analfabeti con almeno 30 anni. Ciò avrebbe portato ad un’affermazione socialista; per questo Giolitti trovò un’intesa con l’Unione Elettorale Cattolica, unica alternativa ai socialisti. Il 1913 segnò la fine dell’astensionismo cattolico iniziato nel 1870. Con il Rerum Novarum, Leone XIII incitò i cattolici a partecipare alla vita politica italiana. In questo periodo nacquero le banche di credito popolare, risparmio e non investimento. Nel 1919 nacque il Partito Popolare Italiano, primo partito cattolico. Il sacerdote Romolo Murri fondò la Democrazia Cristiana, la quale proponeva un rinnovamento modernista della Chiesa. Pio X scomunicò Murri e definì eretica la Democrazia Cristiana, la quale però non fu annullata del tutto. Continuò una politica sindacale e nacquero i primi sindacati bianchi di ispirazione cattolica.

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