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La questione femminile: un grande tema novecentesco

La nozione di questione femminile designa normalmente le condizioni concrete di esistenza delle donne nei diversi contesti sociali: mondo del lavoro, istruzione, famiglia e cultura. La sua rilevanza sorge quando comincia a farsi avanti la convinzione che la disuguaglianza della posizione della donna nei confronti dell’ uomo non abbia origini naturali, ma storiche. Per[h3][/h3]ché possa nascere la consapevolezza dell’ esistenza di una questione femminile è infatti necessario che la situazione di subalternità delle donne nei confronti degli uomini sia riconosciuta come un problema sociale, da sanare mediante una legislazione opportuna e uno sforzo critico che permetta di abbandonare vecchi pregiudizi culturali. La questione femminile fece il suo ingresso in Europa con la rivoluzione francese, quando Olympe de Gouges presentò una Dichiarazione dei diritti della Donna e della Cittadina, in cui si denunciava che la tirannia perpetua che l’ uomo impone alla donna non le permette di esercitare i suoi diritti naturali e si chiedeva di rimuovere questi limiti attraverso una legislazione adeguata. Tale Dichiarazione non fu però accolta e le donne francesi continuarono, al pari delle altre europee, a non godere dei diritti civili e politici, riservati agli uomini. Fu soltanto a cavallo fra 800 e 900 che il problema della disuguaglianza fra donne e uomini assunse una particolare rilevanza sociale, quando le donne diedero vita a veri e propri movimenti organizzati per la rivendicazione del diritto di voto, da un lato, e di migliori condizioni di vita e di lavoro dall’ alto. Le rivendicazioni femminili raggiunsero traguardi significativi nella seconda metà del 900. Dopo la seconda guerra mondiale, e in particolare a partire dagli anni 70. Fu allora che nella vita civile, a tutti i livelli, iniziarono a imporsi conquiste che non solo mettevano le donne su un effettivo piano di parità con gli uomini, ma aprivano a tematiche culturali e sociali del tutto nuove, come per esempio la libertà delle scelte sessuali e procreative, la tutela effettiva della gravidanza e la libertà di interromperla, nelle situazioni previste dalla legge, il riconoscimento del valore della differenza femminile rispetto al mondo maschile nel suo complesso. Per comprendere le ragioni di fondo del mutamento di orizzonte della questione femminile occorre innanzi tutto capire come sono cambiate, e perché, le condizioni storico – sociali e quindi la vita quotidiana e materiale delle donne fra 800 e 900. Agli esordi del secolo, la percentuale delle donne lavoratrici sulla popolazione attiva variava da un minimo del 17,5 % della Russia al 43,2 % dell’ Austria. Ma il lavoro femminile era prevalentemente concentrato nel settore dei servizi, in particolare in quelli con un basso tasso di specializzazione e, quindi, di considerazione sociale: le donne erano domestiche, portinaie, parrucchiere, sarte ecc. La questione femminile si identificava quasi unicamente con la questione del lavoro delle donne, cioè della difesa dell’ occupazione e del salario, della promozione professionale, e con la rivendicazione del diritto di voto. Con la prima guerra mondiale, questa marginalità femminile rispetto ai settori produttivi si modificò sensibilmente, inaugurando una tendenza che diventò ancora più marcata durante il secondo conflitto mondiale. Tra il 1914 e il 1918 i settori minerario, metallurgico, siderurgico e soprattutto meccanico accolsero un massiccio ingresso di personale femminile. Da questo flusso di addette femminili non andarono esenti nemmeno il settore terziario, in particolare commercio e uffici ( banche, assicurazioni ), dove centinaia di migliaia di donne andarono ad occupare posti che erano, solo poco tempo prima, tradizionalmente riservati solo agli uomini. Tanto nel settore produttivo che in quello impiegatizio, comunque lo scarto fra il salario femminile e quello maschile rimase considerevole. La retribuzione della donna era considerata, infatti, solo un “ supporto ” di quella del capofamiglia maschio. Alla conclusione del conflitto, le donne non abbandonarono comunque il loro posto di lavoro: gli imprenditori avevano imparato, nel corso della guerra, a sfruttare le particolari attitudini di rapidità proprie delle lavoratrici, inserendole nell’ organizzazione tayloristica del lavoro; le donne, a loro volta, avevano imparato ad adeguarsi ai ritmi di lavoro e di vita imposti dalle catene di montaggio. La guerra pertanto determinò una marcata redistribuzione delle mansioni femminili e, soprattutto, l’ apporto dei salari femminili a un numero crescente di famiglie creò le condizioni di una sensibile crescita dell’ autonomia economica delle donne. Nel periodo tra le due guerre, la vita quotidiana delle donne fu segnata da una riduzione delle nascite, dall’ espansione dei consumi, dal crescente intervento dello Stato in materia di protezione sociale ( nell’ Italia fascista per esempio si ebbero la creazione dell’ Organizzazione nazionale maternità e infanzia, la concessione di esenzioni fiscali e di assegni familiari ai padri di famiglie numerose, l’ istituzione di congedi e prestiti per maternità e matrimoni ). Nei paesi europei non si erano tuttavia ancora realizzate le circostanze necessarie perché la donna potesse essere messa nelle condizioni materiali e culturali per affrancarsi in misura significativa del pesante ruolo familiare che era stato imposto. L’ avvicinamento del mondo femminile a un’ uguaglianza reale di possibilità con quello maschile poteva concretizzarsi solo a certe condizioni: l’ acquisizione del diritto di voto; la promulgazione di leggi capaci di garantire la parità sul piano giuridico; una crescita della scolarizzazione femminile tale da permettere l’ ingresso in aree lavorative tradizionalmente maschili; un incremento del lavoro fuori casa, e quindi maggiore autonomia economica; la libertà di scegliere le proprie strategie, procreative e matrimoniali; infine un ampio accesso a tutti i consumi cui potevano accedere gli uomini. A partire dall’ acquisizione di voto seguiranno la realizzazione di tutti gli altri requisiti. In Italia, per esempio, l’ articolo 3 della Costituzione costituiva l’ affermazione della parità giuridica fra uomini e donne: “ tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso ”. di non minore importanza furono le leggi che, dal 1971 al 1977, normalizzarono la tutela della maternità, quella del 1991 che individuava ambiti e strumenti per fornire pari opportunità a tutti i cittadini e quella del 1996, che attribuiva alla violenza sessuale il carattere di reato contro la persona. Inoltre l’ aumento del reddito disponibile ha messo in grado le famiglie di investire maggiori risorse per l’ istruzione delle ragazze e di prolungare il periodo di studio in preparazione all’ ingresso nel mondo del lavoro. L’esplosione scolastica che ne è seguita ha fatto si che si raggiungesse una sostanziale equivalenza tra il numero di ragazze scolarizzate e inscritte all’ università e quello degli studenti maschi. L’ incremento del livello di scolarizzazione femminile non ha avuto solo l’ effetto di stimolare un aumento della femminilizzazione delle carriere lavorative, ma ha significato anche maggiore consapevolezza , da parte delle donne, della loro condizione e maggiore capacità di sensibilizzare l’ opinione pubblica denunciando i fattori che ancora ne ostacolavano una piena emancipazione e valorizzazione. Sul piano delle libertà sessuali, una vera rivoluzione è stata compiuta dalla possibilità di utilizzare anticoncezionali, in quanto ha consentito di separare sessualità e procreazione, ponendo le donne nella condizione di controllare la fecondità e quindi di attuare una libera scelta dei tempi e dei modi della maternità. La donna ha potuto pianificare il numero dei figli e coordinare la scelta procreativa con il lavoro e la carriera. La riduzione del numero medio di figli per coppia, ha contribuito, inoltre, a ridurre il peso del lavoro domestico, tradizionalmente riservato alle donne. Non va dimenticata infine la politica assistenziale del Welfare State, lo stato sociale, con la creazione di nidi d’ infanzia e scuole materne, cioè di strutture capaci di ospitare i bambini nei primi anni di vita. Anche la rivoluzione dei consumi ha fatto la sua parte nell’allegerire questo fardello, immettendo nel mercato un’ ampia gamma di elettrodomestici e consentendo in questo modo una riduzione dei tipici lavori familiari, che rimangono comunque ancora in massima parte a carico delle donne. Raggiunti questi traguardi indispensabili, la condizione della donna, anche nei paesi economicamente più avanzati nel mondo, rimane ancora oggi ben lontana dalla piena emancipazione. Permangono infatti non poche difficoltà a raggiungere posizioni di lavoro dirigenziali e di prestigio, tuttora ancora ricoperte in grande prevalenza da maschi. Inoltre, il numero delle elette nelle assemblee legislative, appare ancora inferiore a quello dei deputati di sesso maschile. Anche nella sfera privata le relazioni fra i sessi rimangono squilibrate, a tutto svantaggio della donna, che subisce quotidianamente gli effetti di una ineguale divisione del lavoro familiare, che la penalizza imponendole il doppio lavoro, in casa e fuori casa.

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