Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento il sorgere della questione meridionale segnala con forza all'opinione pubblica italiana una realtà che già da tempo è stata descritta da intellettuali e politici come Giovanni Verga, Federico de Roberto, Stefano Jacini, e Leopoldo Franchetti: ovvero che l'Italia è un paese composto da parti territoriali che sono molto diverse tra loro dal punto di vista fisico, demografico, sociale, economico e politico. Chi solleva la questione lo fa soprattutto in nome di un sud che sembra aver sofferto di più dal processo di unificazione e che, comunque sia, ha tassi di sviluppo economico e sociale meno positivi di quelli che si registrano in Centro e soprattutto al Nord. Il dibattito politico e intellettuale che ne nasce sollecita una serie di interventi dei governi Zanardelli Giolitti, che costituiscono un primo piano di sostegno legislativo alle economie meridionali; tali forme di intervento proseguiranno anche in periodo fascista e repubblicano con la costituzione di enti come la "Cassa per il Mezzogiorno" appositamente impegnati a monitorare, finanziare e sostenere le economie meridionali.

Gli investimenti così indirizzati verso il Sud sono stati ingenti e hanno gravato in larghissima misura sul bilancio dello Stato ovvero sono stati pagati da tutti i contribuenti. Sui risultati si è da lungo tempo aperta una discussione, talora anche piuttosto accesa: da un lato non vi è dubbio che la legislazione speciale e il sostegno economico abbiano avuto un effetto benefico sulle società meridionale, aiutandoli ad accelerare il passo del loro sviluppo economico. Dall'altro è stato osservato che spesso i finanziamenti sono stati viziati da criteri clientelari, cioè sono stati distribuiti per ragioni politiche, per sostenere qualche gruppo politico sociale piuttosto che sulla base di una rigorosa ed efficiente razionalità economica. Entrambi questi aspetti sono registrati negli indici statistici che riguardano la società meridionale: nel corso di un secolo questi indici mostrano senz'altro un netto miglioramento delle condizioni economiche e sociali di quest'area del paese, tuttavia permane egualmente molto evidente il divario tra Sud, da un lato, e Nord e Centro, dall'altro: nelle aree centro-settentrionali gli indici economici e sociali (il reddito pro capite, tasso di occupazione, livelli di istruzione, ecc.) sono sempre più positivi di quelli che si incontrano al sud. I divari territoriali non sono una specialità dell'Italia. Praticamente tutti gli Stati, compressi quelli più piccoli, hanno differenze socio-economiche che distinguono diverse zone geografiche interne: nella Germania attuale c'è un divario molto forte tra le regioni occidentali e meridionali, più sviluppate, e quelle orientali, molto meno sviluppate; lo stesso divario lo si riscontra, su un diverso asse geografico, nel Regno Unito dove l'Inghilterra ha in generale un quadro di sviluppo molto più significativo di quello della Scozia, le cui terre settentrionali, ovvero le Highlands, sono particolarmente depresse dal punto di vista economico e sociale; in Spagna, al contrario, è la Catalogna, Regione sud-orienta, a costituire tradizionalmente la parte più dinamica e avanzata dell'intero paese.
Inoltre si deve considerare anche che esaminare le articolazioni territoriali di un paese prendono come punto di riferimento grandi macroaree come il Nord, il Centro e il Sud, è un'operazione che rischia di semplificare drasticamente la realtà: nessuna di queste macroaree è un blocco compatto, al loro interno ci sono zone fisicamente, economicamente e socialmente molto differenziate; la cosa vale anche per il Sud, dove si riscontrano regioni dinamiche e sviluppate a fianco di altre che palesano Grandi difficoltà sia dal punto di vista geografico sia dal punto di vista sociale. Ciò non toglie che, tradizionalmente, il dibattito politico abbia sempre preferito ragionare intorno a scenari semplificati in macroaree piuttosto che seguire analisi più raffinate e più aderenti alla realtà.

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