SteDV di SteDV
Habilis 4202 punti

Il Primo dopoguerra nel mondo

La Prima Guerra Mondiale aveva prodotto ovunque trasformazioni enormi, anche per via delle mutate condizioni geopolitiche imposte dai trattati di pace.

Il dopoguerra dei vinti

I Paesi sconfitti vissero in quel tempo situazioni difficili. L’ex Impero asburgico affrontò conflitti politici che portarono l’Austria ad un governo repubblicano, d’ispirazione cristiano-sociale, e l’Ungheria al regime autoritario dell’ammiraglio Miklòs Horty.

L’Impero ottomano, ridotto ad un’estensione territoriale più che mai modesta, covava al suo interno profonde spaccature, tra cui si fece largo la pressante richiesta di democratizzazione del Partito dei Giovani turchi di Mustafà Kemal. Grazie all’azione di Kemal (poi detto Atatürk, “padre dei turchi”) la Turchia arrivò alla Repubblica nel 1922.

Ma fu la Germania ad affrontare la situazione tra tutte più difficile. All’abdicazione del Kaiser era seguita la nascita di una repubblica estremamente fragile, per via dei rapporti conflittuali che dividevano gli schieramenti politici del tempo. L’instabilità della nuova istituzione, detta Repubblica di Weimar (dal nome del luogo ove ne fu redatta la Costituzione), condusse presto ad una grave crisi economica, che inabilitò il Paese al pagamento degli ingenti debiti di guerra. L’incapacità del Governo di risollevare la situazione favorì la crescita di nuovi movimenti estremisti, inerenti al comunismo o al nazionalismo. Le forze di quest’ultima fede politica trovarono guida e organizzazione grazie alla fondazione del Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi (NSDAP) ad opera di Adolf Hitler (1889-1945). Questi tentò un’insurrezione a Monaco nel 1923, ma fallì e fu incarcerato. Durante la breve prigionia Hitler raccolse i fondamenti dell’ideologia nazista nel testo intitolato Mein Kampf (“La mia lotta”). In seguito al suo tentativo d’insurrezione la Germania ritrovò stabilità politica con il governo democratico di Gustav Stresemann e si riprese economicamente grazie agli aiuti offerti dagli Stati Uniti.

Il dopoguerra dei vincitori

Il dopoguerra nei Paesi vincitori del primo conflitto mondiale fu decisamente migliore.

Francia e Gran Bretagna godevano di condizioni politiche nel complesso stabili ed erano proiettate verso l’accrescimento del proprio potere. Nonostante l’istituzione del Commonwealth, una rete di rapporti privilegiati che univa la Corona inglese ai suoi principali dominions, iniziavano a manifestarsi le avvisaglie della crisi che avrebbe coinvolto il sistema coloniale, minato dal sentimento indipendentista dei popoli controllati.

Nel Medio Oriente, strappato all’ex Impero ottomano, si verificarono i primi contrasti. Francia e Gran Bretagna governavano l’area in virtù di mandati temporanei, assegnati loro al termine della guerra. Di fatto ne approfittarono per realizzare nuove colonie indipendenti di cui mantenevano la tutela economica. Così nacquero i regni d’Iraq, Transgiordania e Arabia Saudita. Tuttavia, la politica europea nel determinare i territori dei nuovi stati trascurava le ambizioni nazionalistiche di ebrei e arabi. Tra le due etnie nacquero perciò forti contrasti, particolarmente legati alla contesa della Palestina, che portarono a scontri e ad azioni terroristiche.

Anche nell’area indocinese il sistema coloniale vacillava. Gli inglesi, che controllavano l’India, ne avevano disatteso le aspettative al termine della Prima Guerra Mondiale, e i movimenti indipendentisti avevano ripreso la lotta per l’autogoverno. Tali forze, diverse per idee e appartenenza etnico-religiosa, trovarono una guida comune in Mohandas Karamchand Gandhi (detto Mahatma, “grande anima”). Questi conduceva una guerra non violenta per l’indipendenza, le cui armi principali erano il boicottaggio delle merci inglesi, le manifestazioni pacifiche e la resistenza passiva. Con Gandhi l’India intraprese un lento cammino verso la liberazione dal dominio britannico.

Il dopoguerra nel resto del mondo

In tutte le maggiori colonie del mondo (anche francesi) la repressione era la risposta più diffusa all’azione dei movimenti nazionalisti. Per questo si tenne a Baku (Azerbaigian) il Primo Congresso dei Popoli Oppressi dell’Oriente contro l’imperialismo occidentale. L’evento subì l’influenza del Comintern - l’organizzazione internazionale comunista istituita in Russia per esportare gli ideali della rivoluzione bolscevica - e di fatto contribuì a diffonderne il pensiero.

La Cina fu il primo paese in cui il comunismo sovietico ebbe la possibilità di imporsi.
Al crollo dell’istituzione millenaria del Celeste impero era seguita una Repubblica, fortemente insidiata dagli interessi egemonici del Giappone. Il nuovo presidente strinse per questo stretti rapporti con l’Unione sovietica, e ciò ispirò Mao Zedong (o Tse-Tung) nella fondazione del Partito Comunista cinese. Inizialmente il partito di Mao appoggiò l’azione del Governo, ma nel corso dei conflitti contro il Giappone finì per opporvisi. Le forze repubblicane, infatti, temevano la crescita dei comunisti e avevano avviato una severa campagna contro di loro. Per sfuggire alla repressione Mao dovette condurre i suoi nella cosiddetta Lunga marcia (una fuga di oltre 10.000 km attraverso l’immenso paese), acquisendo con ciò popolarità e rimandando soltanto lo scontro finale per il potere.

Gli Stati Uniti e la “Grande depressione” (1929-1932)

Tra tutti i Paesi che avevano preso parte alla Prima Guerra Mondiale gli Stati Uniti erano il solo ad aver ottenuto vantaggi economici. Furono determinanti gli investimenti operati dagli americani in Europa per contribuire al processo di ricostruzione di molti Paesi in crisi. Nel primo decennio postbellico gli Stati Uniti incrementarono la propria produzione del 50% e raccolsero grandi profitti.

Tuttavia la situazione mutò quando l’Europa si riprese dal contraccolpo della guerra. Gli Stati Uniti dovettero chiudere i mercati nel Vecchio Continente e si ritrovarono con un tasso di produzione di gran lunga superiore al proprio fabbisogno. L’economia americana subì un’involuzione tra le più gravi nella storia del mondo occidentale, denominata “Grande depressione”: i profitti s’interruppero, la Borsa di Wall Street crollò e le ripercussioni di tali eventi si protrassero a lungo nei mercati nazionali e internazionali.

Quando, nel 1932, si tennero le elezioni presidenziali, il Governo repubblicano di H.C. Hoover non aveva saputo affrontare l’emergenza. Fu eletto presidente il democratico Franklin Delano Roosvelt, che propose un piano sanatorio chiamato New Deal (“nuovo corso”). Con Roosvelt il Paese iniziò una graduale ripresa.

Parallelamente, in quegli anni, gli Stati Uniti erano impegnati nell’estensione del proprio potere economico in America Latina. Già dopo la guerra gli americani avevano avviato una politica di penetrazione economica, detta “diplomazia del dollaro”, finalizzata ad investire sulla notevole quantità di risorse dell’area meridionale del continente. Mantenevano la propria influenza economica attraverso il pagamento di ingenti prestiti a sostegno di sistemi politici, spesso dittatoriali, che s’impegnavano a tutelare i loro interessi.

Hai bisogno di aiuto in Storia Contemporanea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email