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Primo dopoguerra in Italia

Il primo dopoguerra fu per tutti i paesi un periodo di grande crisi economica, di instabilità dei governi e di disgregazione sociale. La guerra aveva visto infatti la disgregazione di quattro imperi, e quindi entrarono nello scenario degli equilibri mondiali delle nazioni che prima erano parte di questi imperi. Le conflittualità interne in Francia e in Inghilterra riuscirono ad essere superate, mentre nei paesi dell’est Europa l’instabilità interna porterà all’affermazione di governi autoritari retti dall’esercito (dittature). La Germania e l’Italia rappresentano dei casi particolari, poichè in entrambi le conseguenze politiche e sociali della guerra furono particolarmente gravi. L’Italia era entrata in guerra con due obiettivi fondamentali: il completamento del processo di unificazione nazionale con la conquista di Trento e di Trieste e l’affermazione del primato italiano nell’Adriatico. Il primo obiettivo aveva fatto considerare il conflitto come la quarta guerra di indipendenza del Risorgimento per la piena realizzazione dell’idea di nazionalità. Il secondo obiettivo aveva risposto, invece, alle nuove spinte espansionistiche promosse dal nazionalismo durante il periodo giolittiano. Fu pienamente raggiunto solo il primo obiettivo poiché il secondo fu in parte mancato, nonostante gli accordi di Londra. I nazionalisti parlarono perciò di vittoria mutilata.

La prima difficoltà incontrata dal paese, dopo la guerra, fu quella della riconversione produttiva (riconversione delle industrie belliche). La guerra però aveva permesso a molte industrie italiane di rafforzarsi (come la Fiat e l’Alfa Romeo) grazie alle commissioni effettuate dallo stato. Questi gruppi industriali si erano rafforzati anche grazie alle banche che finanziavano le industrie. C’era quindi un’unione tra il sistema capitalistico-industriale e quello bancario. L’Italia restava, però, ancora un paese agricolo e al sud le masse si trovavano in una situazione molto critica.
Per la maggior parte, inoltre, l’esercito era formato da contadini e la guerra aveva creato un forte senso di appartenenza nazionale: questo permise a persone provenienti da diverse parti d’Italia di combattere fianco a fianco. Ma i contadini speravano di ottenere le terre promesse loro, mentre invece la promessa fatta non venne mantenuta e questo diede inizio ad una serie di ribellioni che sconvolgeranno l’Italia negli anni 1919-1920. Inoltre mentre una parte dell’opinione pubblica era insoddisfatta e delusa per i risultati ottenuti, un’altra parte continuava a giudicare negativamente l’intervento a cause dei sacrifici che erano ricaduti soprattutto sule masse popolari. I socialisti attribuivano ai nazionalisti la colpa di aver trascinato l’Italia in una guerra che non era stata voluta e sentita né dalla maggioranza del Parlamento né dalla maggioranza della popolazione; i nazionalisti, a loro volta, ritenevano i socialisti responsabili della sconfitta di Caporetto per l’atteggiamento disfattista. Inoltre l’insoddisfazione del Parlamento per il modo in cui Orlando aveva condotto le trattative di Parigi (che portarono all’occupazione di Fiume) portò alla nascita, nel giugno 1919, di un nuovo governo guidato da Nitti a cui seguiranno quelli di Giolitti, di Bonomi e di Facta. Sono quattro governi deboli incapaci di affrontare la crisi economica, politica e sociale.
Nel 1919 ci furono le prime elezioni dopo la guerra: ad avere il risultato migliore è il Partito socialista con 166 seggi. La grande novità in questa tornata elettorale fu che per la prima volta in queste elezioni si presentò il Partito Popolare Italiano, fondato dal sacerdote Luigi Sturzo. Nei primi anni della sua attività pubblicistica Sturzo si era distinto per il suo impegno meridionalistico. Nel 1919 Sturzo indirizzò un appello a quei cattolici che intendevano impegnarsi direttamente nella vita politica italiana. Quell’appello è considerato la nascita del primo partito cattolico in Italia, l’ingresso ufficiale dei cattolici nella vita politica. Il Partito cattolico ottenne un risultato decisamente positivo: vennero eletti 100 deputati cattolici. Quindi il Partito socialista e quello cattolico ottennero la maggioranza dei voti, ma non riuscirono ad unire le forze perché era impossibile trovare un punto di incontro. Inoltre, sempre nello stesso anno, nascono i Fasci di combattimento che erano composti da gruppi non numerosi di ex combattenti, di interventisti, di sindacalisti rivoluzionari che attaccavano il socialismo e nello stesso tempo assumevano posizioni anticapitalistiche. Questo movimento fu fondato da Mussolini e si proponeva come espressioni di tutti gli scontenti facendo leva soprattutto sui sentimenti di delusione dei ceti sociali.
Questi anni (il 1919 e il 1920) sono stati definiti il Biennio Rosso, perché oltre a vedere il successo dei socialisti nelle elezioni del 1919, furono caratterizzati da frequenti scioperi e dimostrazioni popolari. In questi anni, accanto ai contadini e agli operai, iniziarono a formarsi altri gruppi come la media e piccola borghesia (i ceti medi). I ceti medi si sentivano legati alla guerra e chiedevano allo stato un ruolo più attivo nella società. La media e piccola borghesia guardava con odio alle masse dei contadini e operai da cui si voleva distinguere. Inoltre la situazione economica era molto critica, di cui il problema più grande era l’inflazione (l’aumento dei prezzi).
Al nord, le rivolte si concentrarono nella zona di Torino dove gli operai ocuparono le fabbriche. I proprietari replicarono con la serrata e allora le manifestazioni si estesero ad altre città. L’occupazione delle fabbriche fu appoggiata dalla direzione del PSI e della CGL che però si ponevano obiettivi differenti: la prima intendeva guidare l’intero proletariato a una lotta che avesse anche un significato politico; la seconda, invece, voleva mantenere l’azione sul piano puramente sindacale. Il movimento si concluse con un accordo che prevedeva concessioni salariali ma non accettava il principio del controllo operaio sull’attività della direzione.
Nel gennaio del 1921 il Partito Socialista Italiano si scisse: i comunisti, guidati da Bordiga e dal gruppo dell’Ordine Nuovo, uscirono dal PSI e fondarono il Partito Comunista Italiano.
Alla fine del 1920 l’ondata di scioperi si calma e si verifica una fase di rallentamento dell’economia.
Mussolini modifica allora il suo originario programma cercando di trovare l’appoggio dei gruppi conservatori. Nel 1921 fondò il Partito Nazionale Fascista e nell’inverno del 1921-1922 i fascisti intensificarono l’uso della violenza contro i loro avversari politici. Le squadre fasciste si impadronirono della maggior parte della Valle Padana, della Toscana, dell’Umbria e della Puglia. I tentativi di resistenza furono repressi con la forza. Nella primavera del 1922 lo stato liberale appariva vicino a una crisi, per la pressione esercitata sia da destra che da sinistra. La crisi precipitò nell'estate del 1922. Il 31 luglio infatti i partiti e i sindacati di sinistra proclamarono uno sciopero legislativo che avrebbe dovuto fermare l’avanzata del fascismo: essi chiedevano al governo di imporre alle squadre fasciste il rispetto della legge. Ma Mussolini colse l’occasione per un ulteriore attacco allo stato e ai sindacalisti: affermando che lo sciopero era illegale mobilitò gli iscritti al PNF per farlo fallire.
Il 20 settembre annunciò che l’obiettivo era la conquista di Roma e il 25 decise per la marcia sulla città. La sera del 27 ottobre Luigi Facta presentò il decreto per la proclamazione dello stato d’assedio. Ma il sovrano si rifiutò di firmarlo. Così Mussolini si presentò al re ed ebbe l’incarico di formare il suo primo governo nel quale entrarono anche liberali e popolari.

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