Concetti Chiave
- Il biennio rosso in Italia (1919-1920) è caratterizzato da un aumento esponenziale degli scioperi, influenzati dal Comintern per promuovere il comunismo in Europa.
- Le classi sociali come i dipendenti pubblici e i liberi professionisti non possono scioperare, subendo le conseguenze economiche degli scioperi degli operai.
- La chiusura delle fabbriche da parte degli industriali ha portato a occupazioni da parte degli operai, un evento senza precedenti in Italia.
- L'occupazione delle fabbriche ha portato a un significativo aumento dei salari per gli operai, segnando una sconfitta per gli industriali e lo stato.
- Il congresso del 1921 del partito socialista a Livorno ha evidenziato la divisione interna, portando alla nascita del partito comunista italiano da parte dell'ala filo-sovietica.
Indice
Il biennio rosso in Italia
Tra il 1919 e il 1920 in Italia, ma anche in Europa ci fu quel fenomeno che gli storici sono soliti definire biennio rosso: in questi due anni il Comintern agì in modo sempre più forte a livello europeo per cercare di istaurare dei regimi comunisti anche nelle altre nazioni attraverso delle azioni classiche come scioperi o manifestazioni di protesta. In Italia in questi due anni infatti il numero degli scioperi aumenta sensibilmente: durante il 1918, anno in cui però era ancora in corso la guerra, vi furono infatti appena 300 scioperi, mentre l’anno successivo se ne contarono ben 1660 che coinvolsero circa 1 milione di occupati, e addirittura nel 1929 gli scioperi furono 1880 e coinvolsero 1270000 operai. Ciò indica come vi erano più scioperi ogni giorno e come il numero davvero esagerato di questi scioperi potesse addirittura arrivare a bloccare l’intero paese.
Scioperi e classi sociali
Lo sciopero però era una forma di protesta che poteva essere adoperato solo da determinate classi di lavoratori come gli operai delle fabbriche, per cercare di ottenere degli aumenti salariali o il riconoscimento di alcuni diritti, ma vi erano e vi sono ancora oggi della classi sociali che non possono scioperare come ad esempio i lavoratori dipendenti dello stato o categorie professionali come i medici. A queste categorie bisogna necessariamente aggiungere i liberi professionisti che non possono scioperare perché rinuncerebbero ad un giorno di lavoro senza ottenere nulla in cambio, andando a danneggiare soltanto loro stessi: queste classi sociali però sono notevolmente penalizzate in questo periodo dagli scioperi degli operai perché gli operai, non ricevendo più il salario, non possono più acquistare dei prodotti dai commercianti o pagare un libero professionista. Questo clima di esasperazione che aveva già portato ad una contrapposizione tra gli operai e la cosiddetta classe media fu esacerbato da un evento accaduto nel 1920: alcuni industriali del triangolo Torino – Milano – Genova, stanchi dei continui scioperi, reagirono chiudendo la fabbrica, ossia facendo delle serrate.
Occupazione delle fabbriche
Gli operai allora, in alcuni casi, decisero di forzare i cancelli delle fabbriche, di entravi e di occuparle, un fenomeno che fino a questo momento non era mai accaduto. Gli industriali credevano che giustamente lo stato intervenisse a loro fianco ma Giolitti, rimanendo sempre fedele alla sua politica, decide di non intervenire, non capendo che occupando le fabbriche gli operai intendevano realizzare il modello dei soviet russo. Dopo alcuni mesi di stallo, le parti in causa, e soprattutto gli industriali, capiscono che l’unico modo per tornare a produrre è un aumento dei salari, anche perché gli operai non potevano mantenersi cercando di vendere la merce che era prodotta nella fabbrica oppure vendendo il prodotto e dandosi il salario da soli.
Conseguenze economiche e politiche
In termini economici quindi l’occupazione delle fabbriche era stata positiva in quanto gli operai ricevettero un lauto aumento di salario, che in alcuni casi fu quasi raddoppiato, con una chiara sconfitta non solo degli industriali ma anche dello stato: la maggior parte degli operai è quindi soddisfatta di come si sia risolta l’occupazione delle fabbriche ma vi erano alcuni socialisti, come Gramsci e Bordiga, che incitavano gli operai a continuare ad occupare le fabbriche, in quanto gli operai dovevano arrivare a realizzare il modello dei soviet. Al congresso del partito socialisti tenutosi a Livorno nel 1921, emergerà sempre di più quest’ala estremista del partito che però verrà messa in minoranza: infatti, pur alla presenza di un rappresentante del Comintern, rappresentante quindi di una linea più dura, la mozione proposta dall’ala bolscevica del partito non viene approvata e quindi i rappresentati filo – sovietici si staccano dal partito si riuniscono in un teatro della città e, come segno di questa spaccatura formano il partito comunista italiano
Domande da interrogazione
- Qual è stato il fenomeno storico definito "biennio rosso" in Italia?
- Come sono cambiati i numeri degli scioperi in Italia durante il biennio rosso?
- Quali classi sociali erano escluse dalla possibilità di scioperare durante il biennio rosso?
- Qual è stata la reazione degli industriali agli scioperi e alle occupazioni delle fabbriche?
- Quali sono state le conseguenze politiche dell'occupazione delle fabbriche?
Il biennio rosso, che si è verificato tra il 1919 e il 1920, è caratterizzato da un forte aumento degli scioperi e delle manifestazioni di protesta in Italia, influenzato dall'azione del Comintern per instaurare regimi comunisti in Europa.
Nel 1918 ci furono solo 300 scioperi, ma nel 1919 il numero salì a 1660, coinvolgendo circa 1 milione di lavoratori, e nel 1920 si raggiunsero 1880 scioperi con 1.270.000 operai coinvolti, evidenziando un aumento esponenziale delle proteste.
Le classi sociali escluse dallo sciopero includevano i lavoratori dipendenti dello stato, i medici e i liberi professionisti, che non potevano permettersi di rinunciare a un giorno di lavoro senza un ritorno economico.
Gli industriali, stanchi degli scioperi, chiusero le fabbriche, ma gli operai risposero occupando gli stabilimenti, portando a una situazione di stallo che si risolse solo con un aumento dei salari per riprendere la produzione.
L'occupazione delle fabbriche portò a un significativo aumento dei salari per gli operai, ma anche a una spaccatura nel partito socialista, culminata nella formazione del partito comunista italiano da parte dell'ala estremista che si distaccò dal partito.