Mongo95 di Mongo95
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L’Italia del primo dopoguerra si ritrova ad essere un Paese lacerato dalle tensioni sociali e contrapposizioni ideologiche. Gli obiettivi che avevano accompagnato l’ingresso in guerra (unificazione della Penisola in una fantomatica “IV Guerra di Indipendenza”, nonché il dominio sulla “quarta sponda” al di là dell’Adriatico) erano stati non del tutto raggiunti. La vittoria era quindi considerata “mutilata”, rispetto a quanto deciso negli accordi di Londra. Anche secondo i 14 Punti di Wilson, in particolare secondo il principio di autodeterminazione dei popoli, era assurdo annettere Dalmazia e l’Istria all’Italia, per via della totale assenza di minoranze italiane. Piuttosto lo si sarebbe potuto fare per la città di Fiume, che infatti nel 1920, con il “Trattato di Rapallo”, divenne città libera, per poi essere annessa all’Italia nel 1924.
Nel 1919 nasce il PPI (Partito Popolare Italiano) per opera del siculo don Luigi Sturzo. Ebbe come risultato quello di inserire le masse cattoliche nella vita politica, al punto tale da piazzarsi al secondo posto (dopo il partito socialista) alle elezioni politiche di quell’anno. Nascono anche i “Fasci di Combattimento” sotto la guida di Mussolini, che voleva eliminare la “obsoleta” classe dirigente popolare: a suo dire le masse esigevano un governo proiettato al futuro, nuovo. I Fasci erano un movimento paramilitare dai temi fortemente anticapitalistici, che inglobava ex interventisti, reduci, sindacalisti rivoluzionari, futuristi, tutte persone insoddisfatte e alla ricerca di uno sbocco. Per quanto riguarda i socialisti, al loro Congresso si afferma la corrente massimalista (riformista-rivoluzionaria), che più andava incontro al sentimento comune a tutti gli operai, che volevano cioè imitare la rivoluzione russa.

A Destra la situazione non è molto differente: si aspettava un “uomo nuovo”, che chiarisse la situazione. Lo si identificò inizialmente nella figura del poeta vate Gabriele D’Annunzio, che avviò la cosiddetta “Impresa Fiumana”. Egli stesso guidò un gruppo armato di legionari (reduci e defezionari dall’esercito) alla conquista della città di Fiume, in una impresa caratterizzata dalla forte retorica nazionalista, ma che anche faceva risaltare la fragilità dello Stato italiano. Stato che inizialmente lasciò fare. Anche Mussolini dal suo giornale appoggiò l’impresa, ma non si schierò mai apertamente, attirandosi così le ire di D’Annunzio. Mussolini infatti aveva capito che lo Stato non era ancora in una situazione così critica da potersi permettere simili sbilanciamenti. Infatti nel 1920 l’esercito italiano entrò a Fiume e nel ’21 i legionari dovettero abbandonare la città. Mussolini, inoltre, aveva capito che il poeta era appoggiato soltanto dai piccoli borghesi intellettuali, ma non dalla grande e medio-borghesia, che non gradiva il suo comportamente bellicoso. Mentre D’Annunzio sbriciolava la sua immagine, Mussolini iniziava a tessere la sua tela, a costruire la sua immagine di Uomo Nuovo.
Nel 1920 il Governo sembra ad un punto critico. Molti operai del Nord danno inizio a grosse manifestazioni di protesta, a cui gli imprenditori rispondevano con la serrata. La risposta operaia è l’occupazione, supportata anche dal sindacato della FIOM e da alcuni intellettuali come Togliatti e Gramsci (che volevano una rivoluzione bolscevica). È un periodo che viene indicato come “biennio rosso” (1919-1920). Alla fine gli imprenditori arriveranno a concedere qualcosa, ma non ad esempio il controllo sulla condizione delle fabbriche in parte agli operai, come da loro desiderato.
Il periodo successivo è invece caratterizzato dalla violenza squadrista di stampo fascista. La Destra trovò una solida basa di massa nelle categorie già sopra citate, ma anche nei contadini e borghesi: c’era un diffuso timore e disprezzo nei confronti degli operai, dovuto al fatto che, come si diceva, essi avevano preferito rimanere a lavorare in fabbrica piuttosto che andare a combattare. Di conseguenza si attacca l’ideologia socialista in generale. C’era anche una diffusa dilusione, cioè che gli sforzi bellici fossero stati vani: niente terre promesse ai contadini, disadattamento per gli ex comandanti borghesi, che ora avevano a che fare con la normale vita di tutti i giorni. I Fasci fecero leva su tutti questi sentimenti in generale, oltre che sulla fragilità delle istituzioni del sistema politico liberale, le divisione nei socialisti e nei liberali. Inoltre si fecero forti dell’uso della violenza diffusa su larga scala, ma inoltre tollerata (anche appoggiata) dallo Stato, a cui faceva comodo lasciare che qualcun altro si sporcasse le mani durante il biennio rosso.
Nel 1921 i Fasci divennero Partito Nazionale Fascista (PNF), con un programma nuovo e diverso: nuova ideologia capitalista, come strumento di ordine in contrapposizione al socialismo e ai sindacati. Le violenze squadriste si intensificiano: le “camicie nere” arrivano a occupare Pianura Padana, Toscana, Umbria e Puglia, mettendo a tacere con la forza le voci della resistenza. Il Fascismo trova particolare appoggio per diversi motivi. Prima di tutto è una forza che si oppone alla minaccia del comunismo, quindi si può addirittura legittimare il suo essere di fatto una organizzazione militare. Inoltre rappresentava una forza concreta davanti alla debolezza delle istituzione, che quindi avrebbe potuto ristabilire l’ordine e il prestigio dello Stato, nonché i valori tradizionali della partia e della nazione. È un consenso politico ed intellettuale da parte anche di culture che sembrano con esso incompatibili, come le forze liberali o quelle cattoliche.
All’interno delle forze socialiste si assiste invece ad una scissione: nel 1921, dopo il Congresso di Livorno, un gruppo di dirigenti dell’area più a sinistra (Gramsci e Togliatti i maggiori) si distaccano dal partito e creano il Partito Comunista d’Italia (PCI).
Nel 1922, colpito dagli estremisti sia di Destra che di Sinistra, lo Stato liberale entra in crisi. I partiti e sindacati proclamano uno “sciopero legalitario” e generale, affinchè il governo intervenisse a fermare lo squadrismo. Ma Mussolini si impone, affermando l’illegalità dello sciopero e mobilitando gli iscritti al partito, finché lo sciopero non fallì del tutto. Fu una grande prova di forza del fascismo, accentuata da successive rappresaglie contro i socialisti e violenze: venne distrutta la sede dell’ “Avanti”, devastato il comune ad amministrazione socialista di Milano. Mussolini sottolineò che ormai esistevano due Stati: quello liberale, vecchio, obsoleto, da eliminare; e quello fascista, nuovo ed aperto al futuro.
Il 28 ottobre 1922 avviene la Marcia su Roma. Il Presidente del Consiglio Luigi Facta chiede al Re di dichiarare lo stato di assedio, per difendere la città: avrebbe portato all’azione dell’esercito contro le camicie nere. Ma Vittorio Emanuele III non lo fece. Le ragioni di questo gesto possono essere molte: per esempio Mussolini vantava amicizie con la famiglia degli Aosta, cugini del Re, il quale temeva che essi prendessero il suo posto sul trono d’Italia. Inoltre aveva anche dubbi sulla lealtà delle alte sfere militari. Oppure potrebbe aver agito sperando che quella del fascismo fosse una soluzione rapida ed indolore ai problemi del Paese. Facta in ogni caso si dimette e al suo posto viene posizionato Salandra. A Mussolini viene offerto un importante ministero, ma lui rifiuta, per non sminuire la sua “rivoluzione”. A questo punto il Re acconsente ad affidargli l’incarico di Presidente del Consiglio (29 ottobre). Fu un esecutivo di coalizione, che comprendeva anche forze moderate e conservatrici fiduciose di Mussolini, nonché i popolari di Sturzo. Il Governo venne presentato al Parlamento in novembre, con il famoso “discorso del bivacco”: violentemente retorico, il presentarsi di Mussolini alla camera fu più che altro una formalità, non perché ne riconoscesse la costituzionalità. Anzi, la sua esistenza è dovuta solo al fatto che Mussolini non aveva deciso il contrario. Il voto si concluse ampiamente favorevole al nuovo Governo (solo i comunisti e i socialisti furono contrari, con pochi altri repubblicani). Questo voto rappresentò il primo passo del percorso che porterà alla dittatura. Questo periodo (1922 – gennaio 1925) può essere identificato come fase di transizione, in cui il fascismo era visto come forza conservatrice che poteva difendere l’Italia dalla minaccia comunista. Nel dicembre ’22 il Governo chiede ed ottiene per un anno i pieni poteri, con la scusa di attuare una politica di “normalizzazione” (stabilità politica e pace sociale). Nel gennaio del ’23 viene creata la Milizia Volontaria per la sicurezza nazionale (MVSN), con il compito di garantire la sicurezza e prevenire disordini. In realtà si trattava di una milizia che rispondeve soltanto a Mussolini. Inoltre, in aperta incostituzionalità, vengono legalizzare le camicie nere. Lo Stato interviene anche pesantemente nell’economia, in modo però da ottenere il consenso degli imprenditori (interventi a favore dell’iniziativa privata, sgravi fiscali) e allo stesso tempo anche i lavoratori (giornata lavorativa fissata ad 8 ore). Per contrastare l’oppisizione viene limitata la libertà di stampa. Molto importante sarà la legge Acerbo del 1924: tale legge elettorale era di stampo maggioritario, concedendo i ¾ dei seggi al partito di maggioranza relativa, aveva il chiaro intento di consolidare la maggioranza parlamentare fascista. Si ha un primo scotro che i popolari: essi volevano un sistema proporzionale e quindi sceglono di uscire dal governo. Mussolini dal canto suo, per bilanciare l’assenza di cattolici nella sua squadra governativa, cerco di conquistare il favore delle alte gerarchie ecclesiastiche. A tal scopo verranno decise alcune norme: crocifisso appeso nelle aule scolastiche e giuridiche. Inoltre l’insegnamento della religione cattolica diventa d’obbligo nelle scuole elementari (norma contenuta nella Riforma Gentile).
Si giunge alle elezioni del 1924, che furono una importante tappa verso la dittatura fascista. Il Partito Fascista si presentò in una lista nazionale (il listone) insieme a dei nazionalisti, esponenti liberali (e.g. Salandra e Orlando) e cattolici. Ottine così il 65% dei consensi. Le opposizioni, naturalmente, denunciano brogli. In particolare lo fece il deputato socialista Giacomo Matteotti, che pronuncio un duro discorso di accusa in Parlamento. Il 10 giugno viene rapito e 6 giorni dopo viene ritrovato morto. Nonostante il grande scalpore mediatico, il Pnf ne esce illeso, grazie all’appoggio del Re e della Chiesa, e anche per via della debolezza delle opposizioni. Infatti si limitarono per protesta a lasciare l’Aula e non partecipare più ai lavori delle Camere, affermando così di non riconoscere la legittimità morale e politica di un parlamento fascista (secessione dell’Aventino). Mussolini, in Parlamento (3 gennaio 1925) rincara la dose e attacca: “Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non la passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!”. Mussolini quindi si assunse la responsabilità politica delle violenze fasciste e del delitto Matteotti, segnando una definitiva rottura tra fascismo ed istituzioni parlamentari.

La dittatura fascista
Inizia così di fatto la dittatura fascista. Emblematici saranno alcuni provvedimenti emanati tra il 1925-26, ispirati dal giurista Alfredo Rocco, che prendono il nome di Leggi Fascistissime. Con esse iniziano a venire meno tutte le libertà costituzionali: si sciolgono gruppi politici, sindacati, giornali. Il potere esecutivo diventa preminente su tutti gli altri poteri statili e nasce la dittatura di un partito unico, con conseguente centralizzazione in esso del potere politico ed amministrativo. Nasce anche il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, che manda al confino molti dissidenti. Mussolini preferiva infatti “prevenire, piuttosto che reprimere”, anche se però alla fine si assiste comunque a censura ed azione della polizia segreta (OVRA).
Nel 1928 il Gran Consiglio del Fascismo (organo direttivo del partito) viene istituzionalizzato e diventa organo di Stato. Esso avrebbe dovuto avere grandissimi poteri, ma Mussolini scelse invece di concentrarli su se stesso: tutte le decisioni, in ultima analisi, dovevano passare da lui. Come suoi collaboratori non scelse mai possibile personalità di spicco, ma delle “mezze figure”. Ad esempio come Ministro degli Esteri nominò suo cognato Ciano. In questo stesso hanno ci fu una seconda riforma elettorale, detta pleibiscitaria, che tolse ogni carattere democratico alle elezioni. I cittadini dovevano votare una lista unica vagliata da Mussolini in persona, o con un SI o con un NO. Inoltre il voto non era più segreto.
Si cercò di realizzare un ordinamento corporativo, dando, apparentemente, più importanza alle Corporazioni, cioè una sorta di sindacato che sarebbe dovuto servire agli interessi dei lavoratori ed imprenditori. In realtà tali interessi erano subordinati al superiore interesse dello Stato. Le Corporazioni si rivelano quindi meri organismi burocratici nelle mani di Mussolini, che vedeva il fascismo come via di mezzo tra comunismo e capitalismo. Il realtà il Ventennio si rivelò in gran parte voltato al capitalismo. Naturalmente erano accettate soltanto corporazioni a statuto fascista.
Si diede grande importanza agli enti pubblici. Nasce l’Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale (INFPS), che elargisce assegni famigliari. Inoltre viene resa obbligatoria l’assicurazione per le malattie professionali, per la disoccupazione involontaria, per la vecchiaia e per gli infortuni sul lavoro. L’Opera Nazionale Maternità Infanzia (ONMI) sostiene economicamente le famiglie numerose, le madri molto prolifiche. Per ragioni politiche e di prestigio internazionale, la Lira rivalutata rispeto alla Sterlina (1 Sterlina = 90 Lire – la “Quota Novanta”). In questo modo si favorirono le importazioni (vantaggio per le industrie), ma vennero svantaggiate le esportazioni del Sud, che si basavano su prodotti di nicchia. Ne seguì una grossa deflazione, cioè un volontario rallentamento dell’attività economica e anche della domanda di beni, in modo da tenere sotto controllo l’inflazione. Vennero quindi ridotti i salari, ma allo stesso tempo anche i prezzi (dato che l’import era meno costoso). In sintesi si ridusse la quantità di moneta circolante.
Nel 1925 inizio la cosiddetta “Battaglia del Grano”: si inizio a seminare ovunque con l’obiettivo di arrivare all’autosufficienza economica (autarchia). Di conseguenza si operò anche una bonifica intergrale dell’agro pontino, dove vengono poi fondate le città di Littoria e di Sabaudia, popolate da coloni (soprattutto veneti), che però erano mal visti dagli abitanti autoctoni. A tali coloni era imposta una precisa punizione di grano, pena la cacciata dalle terre. I fascisti locali quindi spesso li sabotavano.
Mussolini continua a ricercare il consenso dei piccoli e medio borghesi. Per invogliarli ad entrare nel Pnf, lo dipinge come un sicuro mezzo per scalare la scala sociale fino a giungere ai livelli più alti della società. Non si trattava però di un effettivo miglioramento sociale, ma più che altro un piacevole acquisire una posizione di comando e di rispetto.
Il fascismo inizia ad intervenire anche nel tempo libero degli italiani. Viene fondata l’Organizzazione Nazionale Dopolavoro (OND), molto vantaggiosa, garantendo molti lussi a tutti. Venne considerato uno strumento di nazionalizzazione delle masse, insieme all’Opera Nazionale Barilla e la Gioventù Italiana, che si occupavano di educare gli italiani alla cultura fascista sin dalla tenera età. Per ottenere ampio consenso Mussolini si servì di rituali e gesti collettivi, segnali di appartenenza ed aggregazione: saluto romano, adunate. Un elemento ideologico molto forte fu il culto dei caduti, di origine risorgimentale, ritornato in auge con i nazionalisti di epoca giolittiana e nella Prima Guerra Mondiale. Ben presto però si passò al culto del Duce: Mussolini era l’uomo che guarda al futuro, che possiede le migliori qualità italiche, un quasi eroe-dio. Il Duce dei fascisti diventa il Duce degli italiani, forte della grande teatralità e della sua abilità oratoria. Ebbe grande importanza anche la “retorica romana”, cioè un continuo richiamo alla grandezza della Roma imperiale, dicui il fascismo intendeva farsi erede.
La religione era un’altra problematica che l’anticlericale Mussolini dovette affrontare. La stragrande maggioranza degli Italiani era cattolica praticante. La politica quindi non poteva prescindere da un rapporto positivo con la Chiesa. Il Pnf non può fare altro che adattarsi. Il 11 febbraio 1929 vengono quindi firmati i Patti Lateranensi, con il Cardinale Gasparri rappresentanti di Papa Pio XI. Si trattò di una riconcigliazione tra Stato e Chiesa che si basava su di un compromesso: lo Stato riconosce la sovranità della Chiesa nel territorio Vaticano ed essa riconosce Roma come Capitale d’Italia. Inoltre il cattolicesimo diventa religione di Stato. Avviene anche, da parte dello Stato, un risarcimento di 1miliardo e 750milioni di lire, per tutto ciò che era accaduto nel 1870.
Se i Patti riguardavano il rapporto tra Stati (Italia – Vaticano), per regolare i rapporti tra Stato e Chiesa venne firmato anche il Concordato. Lo Chiesa accetta che i vescovi giurino fedeltà allo Stato fascista e che i confini delle diocesi coincidano con quelli delle Provincie. Lo Stato in risposta inserisce la religione cattolica in tutte le scuole, riconosce la validità civile del matrimonio in chiesa e si impegna ad allontanare dai pubblici uffici tutti quei sacerdoti che fossero stati colpiti da “censura ecclesiastica”. Il concordato permetteva soltanto l’azione dell’AC (Azione Cattolica), cioè una organizzazione di laici cattolici che si occupava di formare i giovani; purchè non sconfinasse nell’area delle organizzazioni fasciste.
Mussolini si preoccupò sempre di affermare che il partito fascista non era caratterizzato da elementi idelogici. Invece dimostrò di seguirne molti: antisocialismo, anticomunismo, antiparlamentarsimo. Fu invece molto incline al nazionalismo (e di conseguenza all’imperialismo), al ruralismo, al richiamo alla romanità, nonché al risorgimento (ma non ai padri della patria, piuttosto al governo Crispi, che voleva anche lui “fare gli italiani con un battesimo di sangue”, quindi con la guerra).
Dal 1925 il Duce iniziò a dare grande importanza alla politica demografica, bisogno dettato anche da esigenze esterne: ad esempio dal 1880 al 1920 la popolazione degli USA era raddoppiata e aveva chiuso all’immigrazione italiana. Mussolini dichiara quindi che il numero di abitanti è un fattore di potenza: si sottolineano le virtù delle famiglie prolifiche, quindi soprattutto i contadini, e si condanna lo stile di vita cittadino. Lo Stato allora si impegnò a donare 1000 Lire ai giovani che si sposavano, oppure concedeva loro prestiti di 3000 Lire. Venivano penalizzati con una “tassa” i maschi celibi, di maggiore entità più era giovane l’età (dai 25 ai 65 anni). Alle madri prolifiche (almeno 7figli) venivano donate 5mila Lire e una assicurazione.
In politica estera inizialmente ci si muove con cautela. Nel 1924 si era ottenuto Fiume (trattato italo-iugoslavo di Roma). Parte poi la “riconquista” della Libia (che dal 1911 era stata animata da una continua guerriglia), durante la quale il generale Graziani seda con la forza le rivolte. Del territorio africano si vuole fare una colonia di popolamento. Dai coloni vengono utilizzati oltre 65mila ettari di terra. La propaganda in patria è martellante sul concetto di riconquista, si vuole puntare sul ridare gloria imperiale all’Italia. La Libia diviene la “quarta sponda”. Nel 1932-34 inizia a maturare l’idea di andare a conquistare anche l’Etiopia. L’invasione inizia nel 1935, partendo dai possedimenti di Eritrea e Somalia. L’anno dopo si conclude l’occupazione. Propagandisticamente si vuole dare l’idea di aver conquistato una terra ricca e rigogliosa, ma è l’esatto contrario.
La Gran Bretagna ma vede questa politica espansionista italiana, ma non intende però spingersi fino alla guerra. Mussolini intanto si lascia prendere dall’entusiasmo e si mette a fare dichiarazioni alla ****: se la disfatta di Caporetto era stata lavata dal trionfo di Vittorio Veneto, allora anche l’onta di Adua (1896) doveva essere vendicata. Ciò avviene con la “Rinascita dell’Impero tra i fatali colli di Roma”. Vittorio Emanuele III, oltre che re, viene anche proclamato Imperatore di Etiopia.
Questa modalità di politica estera ebbe due motivazioni guida: carattere estero (riguadagnare visibilità su scala mondiale), carattere interno (aumento e consolidamento del consenso). L’Italia però riceve delle sanzioni dalla Società delle Nazioni: ha infatti rinunciato al “principio di sicurezza collettiva”, cioè, facendo parte di un organismo internazionale, avrebbe dovuto rinunciare ad un po’ di sovranità per la collettività internazionale. Mussolini quindi viene espulso dalla Società, all’Italia viene imposto il divieto di vendere armi, e viene proibito agli altri Stati di comprare i suoi prodotti. Questi fatti favorirono ancora di più l’ideologia autarchica. Si inizia anche a creare prodotti alternativi,fino ad arrivare al “Oro della Patria”: il popolo donava i suoi gioielli e ori allo Stato.
Mussolini non aveva molta simpatia per gli intelllettuali, ma sapeva che averli dalla sua parte gli avrebbe fatto molto comodo. Finanzia quindi grandi opere pubbliche, monumenti, palazzi, “Case del Fascio” (case popolari). Si realizzò anche l’Enciclopedia ****, alla cui stesura parteciparono emeriti studiosi di tutti i campi della conoscenza, anche non simpatizzanti del fascismo.
Durante il Ventennio, grande influenza la ebbero il filosofo Gentile (il cui amico Croce, era invece un forte antifascista.) e lo storico Volpe. Gentile diverrà anche Ministo della Pubblica Istruzione: con una grande riforma nel 1923 introduce l’Esame di Stato, per dare maggiore controllo alle scuole private. Le materie umanistiche vengono considerate le più importanti per la formazione della futura classe dirigente.
Nel 1938, il Gran Consiglio del Fascismo emana le “Leggi Razziali”, approvate dal Re. Si dice fossero conseguenza delle conquiste africane, con la volontà di soggiogare le popolazioni inferiori. Molta importanza però la ebbero le azioni di Hitler, che precedette Mussolini di tre anni. Il duce avrebbe quindi avuto la volontà di emularlo.

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