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Questione meridionale


Un aspetto della politica economica e sociale messa in atto dei governi di inizio '900 ha una connotazione territoriale specifica e intende far fronte a quella che ormai da molti viene chiamata "questione meridionale": l'espressione vuole indicare il ritardo relativo nello sviluppo socio-economico delle regioni che prima dell'Unità hanno fatto parte del Regno delle Due Sicilie.
Sin dai primi anni dopo l'unificazione il divario economico tra l'Italia meridionale e l'Italia settentrionale, già evidenti in precedenza, si è decisamente accentuato. Non che l'economia meridionale non abbia settori dinamici o floridi. Alcuni importanti distretti industriali intorno a Napoli e nel Salernitano continuano ancora a prosperare. Nel settore agricolo alcuni ambiti produttivi attraversano egualmente una fase positiva: si tratta soprattutto delle aree nelle quali si producono beni destinati all'esportazione, dal Marsala alle mandorle, agli agrumi all'olio, alla frutta da tavola. Tuttavia le produzioni industriali non decollano mentre l'attività agricola principale, la produzione del grano, coltivata nelle aziende latifondistiche delle aree interne del Mezzogiorno, ha un andamento alterno e solo verso la fine del primo decennio del XX secolo si comincia a registrare qualche significativo incremento di produttività. È chiaro comunque che la crescita complessiva dell'economia meridionale ha ritmi decisamente più lenti di quelli delle altre aree del Paese e soprattutto del Nord. Diversi ostacoli ambientali (la rete stradale più inefficiente; la mancanza di acquedotti che possano portare l'acqua alle zone più aride) e una minore concentrazione di competenze tecniche, specie nel settore industriale, spiegano queste differenze di velocità nei processi di crescita tra il Nord e il Sud.

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