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La questione di Roma l’Italia del’61


La questione di Roma era irta di difficoltà. Roma, che negli anni della sua antica e gloriosa storia aveva unificato intorno a sé tutta la penisola, era il simbolo stesso dell’Italia unita, ma era anche il simbolo stesso del cattolicesimo, che aveva dato una nuova unità ai popoli europei negli anni difficili del Medioevo. Proprio per la sua grandezza e per la suiamissione, Roma non era soltanto amata e venerata dagli italiani, ma da tutti i popoli che ne avevano ricevuto civiltà e insegnamenti. Per queste ragioni il Cavour, pur indicando apertamente l’aspirazione del nuovo Regno d’Italia ad avere per sua capitale Roma, non approvava una politica di “azione”, cioè di interventi militari, e di imprese garibaldine, ma confidava nelle trattative diplomatiche. Purtroppo la morte lo colse prima che egli potesse avviare la soluzione del problema ed i suoi successori, per quanto probi e volonterosi, non ebbero le sue capacità. Sotto uno di essi, Urbano Rattazzi, ci fu un tentativo di occupazione dello Stato Pontificio da parte di Garibaldi e dei suoi volontari, fermati ad Aspromonte dalle truppe regie. Nello scontro fu ferito lo stesso Garibaldi. L’episodio di Aspromonte suscitò gravi malcontenti, allargò la divisione tra “moderati” e “garibaldini”, e provocò la caduta del ministro Rattazzi. Il suo successore, Marco Minghetti, stipulò una convenzione con la Francia per la quale lo Stato italiano si impegnava a impedire ogni attacco allo Stato Pontificio e a dimostrare la rinuncia a Roma trasportando la capitale a Firenze. Dal canto suo la Francia si impegnava a ritirare da Roma le truppe che la occupavano dal 1849. La Convenzione di settembre suscitò la violenta reazione dei torinesi; il ristabilimento dell’ordine costò anche qualche vittima.
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