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L'età giolittiana

Tra il 1896 e il 1908 l'Italia fu caratterizzata da un profondo mutamento strutturale. Determinato dal processo di industrializzazione, su cui incide l'adozione di una politica protezionistica a favore dell'industria e l'azione delle banche, le quali oltre ad assicurare l'afflusso di capitale finanziario alle imprese, forniscono loro anche una buona direzione imprenditoriale.
Di grande importanza furono gli investimenti per la costruzione di centrali idroelettriche e la distribuzione dell'energia. Infatti Roma nel 1892 fu illuminata dall'impianto di Tivoli, mentre quello di Paderno d'Adda fa la medesima cosa a Milano nel 1898. In quest'ultima città, inoltre, sorge la società generale italiana di elettricità sistema Edison, la quale garantisce energia alle fabbriche della regione. Alcuni economisti ritenevano che il carbone bianco, ossia l'energia idroelettrica, avrebbe potuto svincolare il Paese dall'importazione del carbon fossile, beneficiando così alcuni settori come quello tessile e agroalimentare. Più significativo è lo sviluppo di nuovi settori, come quello della siderurgica, la quale era agevolata dall'imposizione di tariffe doganali e dalle commesse di Stato che consentono di controbilanciare costi ancora troppo elevati rispetto alla concorrenza straniera.

I settori che andavano mano a mano a svilupparsi, invece, erano quelle chimiche e quelle meccani, favorite dalla produzione di mezzi di trasporto, macchinari pesanti e di precisione ( da scrivere). Rilevante fu soprattutto l'incremento del settore automobilistico, infatti l'assenza in questo campo fa sì che si creino industrie di autoveicolo, come quella di Agnelli la FIAT.
Il rapito sviluppo industriale, però, non contribuisce a ridurre gli squilibri territoriali e sociali del Paese. La crescita economica, infatti, è dovuta alle regioni centro-settentrionali, come Milano, Torino e Genova, facendo così accentuare il divario tra Nord e Sud.

Questo decollo industriale avviene in Italia durante la Grande Depressione e le conseguenze di questa crisi si rivelano gravi soprattutto a livello sociale, data l'incapacità ella classe dirigente liberale di affrontare la crisi economica. I tumulti popolari crescono sempre di più quando si ritrovano il prezzo del pane aumentato e dal calo dell'importazione di grano seguito. Temendo che questi tumulti potessero sfociare in un progetto rivoluzionario, il governo di Rudinì adotta dei provvedimenti: in alcune città viene imposto l'assedio e a Milano il generale Baccaris spara con i cannoni sulla folla che manifesta. Molti militanti del Partito socialista, radicali e cattolici, invece, vengono arrestati e condannate a pene severe, mentre i giornali e i sindacati vengono chiusi.

La repressione portò al proposito di avviare una restaurazione autoritaria che restituisce al sovrano le sue prerogative e limita i poteri acquistati dal Parlamento.
Il nuovo governo di Pelloux adotta una linea autoritaria e antidemocratica. Il suo tentativo era di prendere provvedimenti che limitino le libertà di espressione,di stampa, di sciopero. Però si vede in contrasto con l'opposizione dell'estrema sinistra, i quali ricorrono per la prima volta all'ostruzionismo parlamentare, prolungando il dibattito alla Camera. Impreparata ad affrontare un simile contrasto, la maggioranza conservatrice è costretta a ritirare il disegno di legge e ricorrere a nuove elezioni.
Il responso delle urne ( Giugno 1900 ) segna un successo per i socialisti e Pelloux è costretto a dare le dimissioni. Un mese più tardi a Monza, Gaetano Bresci uccide a colpi di pistola Umberto I. Con questo atto si voleva suscitare una sollevazione popolare, ma questo non avviene, anzi, placa i contrasti tra le forze politiche.

Nonostante le pressioni di una parte delle classi diligenti, l'erede al trono Vittorio Emanuele III decide di non seguire le orme del padre, ma di dare vita ad una nuova politica liberale. Il re chiama a guidare il Paese un'esponente della sinistra liberale, Giuseppe Zanardelli, il quale si avvale dell'apporto di Giolitti come ministro degli Interni. Quest'ultimo si distingue subito per una seria riformatori, come quello di migliorare le condizioni lavorative delle donne e dei ragazzi, tutelare la loro salute e stabilisce il diritto alla maternità. Vengono inoltre impartite delle direttive ai prefetti per non contrastare più gli scioperi a carattere rivendicativo.
Giolitti è convinto che la neutralità del governo nella gestione dei conflitti del lavoro finirà per conquistare la simpatia delle masse popolari nei confronti dello Stato Liberale La difficoltà incontrate nell'avviare più ampie riforme, segnano tuttavia il declino del governo e, malgrado l'impegno di Zanardelli per risanare queste difficoltà, quest'ultimo rassegna le dimissioni.

Alle guide del governo viene chiama Giolitti. Nei suoi propositi iniziali c'è quello di includere nel Governo soprattutto il Partito socialista, al fine di scinderne le due componenti, cioè quella riformista e rivoluzionaria. Inanzi al rifiuto socialista, però. Giolitti non esita a cercare la collaborazione di uomini i diversa provenienza politica e con questi forma il suo Governo.
All'interno del partito socialista, s'inasprisce il confronto che vede schierati riformisti da una parte e rivoluzionari dall'altra. Quest'ultimi sostengono la linea dei sindacalisti rivoluzionari di Arturo Labriola, volendo rompere ogni rapporto con il sistema borghese e la libertà dello sciopero interpretato come una formula abbreviata della rivoluzione sociale. Ma i limiti organizzativi evidenziati dal primo sciopero nazionalista e la fondazione della Confederazione generale del lavoro ( CgdL ) ridanno il potere ai riformisti, i quali tornano alla guida del PSI ( Partito Socialista Italiano ). Restano al comando di quest'ultimo fino al 1912 quando al Congresso di Reggio Emilia sarà di nuovo l'estremismo ad imporsi con il volto di Benito Mussolini.

Gli anni iniziali del novecento sono di grande importanza anche per il mondo cattolico, evidenziando sempre di più la scissione tra i settori del vecchio intransigentismo -ostili allo Stato Liberale- e la nuova componente della Democrazia cristiana, guidata da Romolo Murri, il quale chiede più impegno dei cattolici nella democrazia che porti alla fondazione di un autonomo partito politico. Contrariato a questa iniziativa, Pio X decide di sciogliere l'Opera dei congressi. Così il papa offre a Giolitti un'opportunità di avvicinamento alla chiesa, in grado di attrarre nuove forze a sostegno delle sue maggioranze parlamentari, facendo così uscire vincitore il governo nelle elezioni del 1904 e del 1909.

Tra i provvedimenti adottati in questo periodo ci sono: la conversione della vendita che permette di diminuire il debito pubblico e furono introdotte nuove leggi a tutela del lavoro, come il riposo domenicale obbligatorio e la nazionalizzazione delle assicurazioni sulla vita. Una riforma di notevole peso è l'introduzione del suffragio universale, cui viene esteso il diritto di voto a tutti i maschi maggiorenni.
In politica estera Giolitti inaugura nuove relazioni internazionali capaci di assicurare al Paese un'espansione territoriale sulle coste mediterranee dell'Africa. Riprende così i rapporti con la Francia che, in cambio del riconoscimento dei propri interessi verso il Messico, accorda all'Italia il diritto di occupare la Libia, ma Giolitti decide di rimandare questa impresa. L'occasione si presenta una decina di anni dopo, nei giorni della seconda crisi marocchina. La guerra si rivela più lunga e complessa del previsto: la penetrazione italiana è resa difficili dalla resistenza turca, così per affrettare la fine del conflitto, lo stato maggiore decide di occupare l'isola di Rodi e Dodecaneso. Il trattato di pace riconosce all'Italia la sovranità sulla Libia e il possesso temporaneo delle isole del Mar Egeo.

Nonostante il successo ottenuto, la guerra influisce sulla stabilità del quadro politico. Infatti crescono il movimento nazionalista, i cattolico-moderati e la destra liberale. Una delle difficoltà di Giolitti, in questo periodo, è a anche la necessità di trovare un'intesa con il mondo cattolico così da avere nuovi elettori nelle nuove elezioni. Si arriva quindi ad un accordo con il presidente dell'Unione elettorale cattolica, in base al quale,in cambio del voto, i candidati liberali si impegnano a rispettare che tuteli la liberà di coscienza, l'istruzione religiosa nelle scuole pubbliche e garantisca l'avversione al divorzio. Purtroppo però le aspettative deludono quelle di Giolitti, il quale poi rassegna le dimissioni.

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