Età giolittiana


Dal 1896 al 1907 in Italia si assiste al primo decollo industriale, principalmente favorito dalla meccanizzazione dell’agricoltura, che rende disponibili molti capitali che possono essere reinvestiti e libera molta manodopera che può essere impiegata nelle fabbriche con bassi salari, e dal protezionismo doganale e dall’intervento dello Stato con le commesse statali. Questo sviluppo industriale riguarda soprattutto il triangolo industriale costituito dalle città di Torino, Milano e Genova e rafforza il sistema bancario, dando stabilità alla lira. Lo Stato scegli di adottare una adottare una politica protezionistica: vengono favoriti i prodotti e i cereali italiani in quanto si ha un’alleanza tra gli industriali del Nord e i latifondisti del Sud. Il protezionismo degli Stati è reciproco e questo nuoce ai piccoli produttori agricoli del Meridione dediti a coltivazioni specifiche, come quelle delle vite, degli olivi o degli agrumi, e non riescono ad esportare i propri prodotti. Le principali aziende che nascono in questo periodo sono Pirelli, Cirio, Fiat, Ansaldo,Breda, Alfa Romeo e Edison. Uno degli effetti più significativi del decollo industriale è la modernizzazione delle città del centro-Nord, con un importante miglioramento dei servizi pubblici come acqua, gas, illuminazione, trasporti e la pulizia delle strade, che permise di ridurre la mortalità dovuta alle malattie infettive, ma ancora molti erano i problemi irrisolti. Persiste il divario economico tra Nord e Sud, il tasso di alfabetizzazione è ancora basso e il decennio tra il 1900 e il 1910 è caratterizzato da un picco di emigrazione di massa, principalmente dalle campagne non ancora assorbite dal settore industriale in ascesa e causato in parte anche dal grande incremento demografico.
Nel tentativo di superare la crisi del sistema politico di fine secolo, Vittorio Emanuele II affidò il governo al liberale Zanardelli, per poi ritirarsi dalla vita politica. A Zanardelli succedette Giovanni Giolitti, liberale proveniente dalla Sinistra Storica e che fu a capo del governo quasi ininterrottamente dal 1903 al 1914. Fu promotore di un progetto lungimirante che prevedeva la promozione dell’industrializzazione e della modernizzazione del paese e il coinvolgimento nel gioco politico liberale dei nuovi soggetti di massa, vale a dire i cattolici e i socialisti , portatori di istanze sociali che i liberali non avrebbero mai potuto rappresentare da soli. Giolitti intendeva rafforzare il giovane Stato liberale e dargli stabilità. Tra i principali problemi che dovette affrontare ci sono: la questione sociale, quella cattolica e quella meridionale. Quando Giolitti prese in mano il governo, le condizioni sociali in cui imperversavano gli italiani erano critiche: i salari erano bassi, le condizioni in cui vivevano gli operai erano molto arretrate e il loro lavoro non era tutelato da alcuna legislazione e molto diffuse erano la disoccupazione e l’emigrazione. In questo periodo nascono movimenti operai e contadini, soprattutto in seguito allo sviluppo industriale e le trasformazioni del settore agricolo, all'istruzione elementare obbligatoria, incentivata dalla legge Coppino del 1877, che portò sulla scena giovani operai alfabetizzati e consapevoli dei loro dei diritti, e all'ampliamento del suffragio con la legge elettorale del 1882, che aveva concesso il voto anche agli operai specializzati e agli artigiani. Nel 1891 nacque la Camera del lavoro e tra il 1892 e il 1895 nasce il Partito Socialista Italiano, il primo partito di massa della penisola, a partire dal quale si sviluppano due correnti: una riformista capeggiata da Turati e una massimalista al cui vertice troviamo Labriola. Nelle campagne nascono le leghe contadine, d’ispirazione socialiste ( leghe rosse) o cattolica ( leghe bianche). A partire da questi movimenti contadini e operai nascono delle agitazioni che poi sfociarono in scioperi tra il 1901 e il 1902, a due scioperi generali nel 1904 e nel 1908 e solo successivamente alla così detta “settimana rossa” del 1914. Giolitti presto comprese che era impossibile reprimere queste rivolte con la forza e decise di cercare di controllarle e riportarle nell’alveo della politica riformista: sostenne la neutralità del governo di fronte alle rivolte operaie nel Nord Italia, ma, per non entrare in contrasto con i latifondisti meridionali, le manifestazioni dei braccianti al Sud furono sedate. Lui cercò il dialogo con i socialisti riformisti, offrendo loro di entrare a far parte del governo; essi rifiutarono perché dal 1904 al 1906 e poi dal 1912 l’opposizione massimalista prese la guida del partito e si limitarono a dare il loro sostegno dall’esterno. Le principali riforme giolittiane furono: la municipalizzazione di molte aziende che si occupavano dei servizi pubblici, la nazionalizzazione delle più importanti linee ferroviarie, la creazione del Consiglio superiore del lavoro, in cui le rappresentanze sindacali si riunivano per difendere i diritti dei lavoratori e migliorarne le condizioni d’impiego, un pacchetto di leggi per il Meridione, con sgravi fiscali per i ceti inferiori, delle norme che limitavano il lavoro, anche notturno, minorile e femminile e garantivano il riposo settimanale, l’assicurazione obbligatoria per gli infortuni sul lavoro; nasce il monopolio statale sulle assicurazioni sulla vita con la nascita dell’INA(istituto nazionale delle assicurazioni), i cui utili furono usati per la Cassa per la vecchia e l’invalidità degli operai, l’abbassamento della retribuzioni per coloro che posseggono titoli pubblici e con la legge Daseo-Credaro lo Stato si faceva carico di tutti i costi dell’istruzione elementare. Nel 1912 amplia ulteriormente il suffragio a tutti gli uomini che abbiano più di 30 anni.
Nel 1904 assistiamo al primo riavvicinamento dei cattolici alla vita politica, in quanto Giolitti, per compensare la mancanza di appoggio parlamentare da parte dei socialisti riformisti, cerca un accordo con loro e papa Pio IX di fatto allenta il “Non expedit”. Per le elezioni del 1913, decise di stringere un patto con Gentiloni, presidente dell’Unione elettorale cattolica italiana: il patto Gentiloni è un accordo informale sostenuto dal Vaticano che stabiliva che i credenti avrebbero dovuto votare per i candidati liberali disposti a non assumere in parlamento atteggiamenti che avrebbero potuto nuocere alla Chiesa; Giolitti vinse le elezioni e la sua maggioranza dipese dagli oltre 200 ministri cattolici.
Politici e meridionalisti, come Fortunato e Salvemini, sostenevano che il Meridione fosse in questa condizione d’inferiorità rispetto al Nord per sua precisa volontà. Secondo loro, Roma considerava il Sud come un serbatoio di consensi e una risorsa economica da poter sfruttare all'occorrenza e molto spesso era un mercato aperto in cui poter vendere i prodotti industriali del Settentrione. Secondo molti l’industrializzazione del Nord era stata raggiunta a discapito del Sud e ciò che chiedevano i meridionalisti era una distribuzione delle terre più equa e il loro affidamento a funzionari che fossero davvero interessati al miglioramento della produzione dei suoli, una riforma agraria che permettesse loro di rendersi competitivi. Giolitti attuò però una politica diversa, decidendo di impiegare gli stessi strumenti usati per modernizzare il Nord in seguito all'Unità d’Italia: attraverso delle leggi speciali, creò nuove infrastrutture e allargò il credito bancario, al quale aggiunse anche varie agevolazioni fiscali. Lui scelse di non agire sul divario meridionale, pensando che fossero sufficienti solo limitati interventi, ma in sostanza la sua politica fallì perché l’agricoltura non mostrò alcun segno di miglioramento.
Il principale limite della politica di Giolitti fu il suo pragmatismo, che molto spesso sfociò nel trasformismo o addirittura nel clientelismo. Soprattutto nel Meridione, decise di appoggiarsi ai ceti dominanti tradizionali, pronti a fornirgli un riserva di voti ottenuti mediante la corruzione e proprio per questo viene accusato di aver agito come un “ministro della malavita” .
Una delle più importanti decisioni prese dal governo di Giolitti fu quella di entrare in guerra per conquistare la Libia. Molte furono le motivazioni che portarono a questa deliberazione: i nazionalisti volevano una rivincita dopo la sconfitta di Adua, anche spinti dal desiderio di incidere sull’equilibrio coloniale del Mediterraneo, controllato da Francia e Inghilterra, i socialisti videro nella guerra una possibile soluzione alla disoccupazione, mentre i grandi industriali intravidero nella guerra una possibilità di guadagno, soprattutto perché speravano nelle commesse statali. Nel 1911 l’Italia entrò in guerra contro la Turchia per ottenere il controllo della Libia, che poi conquistò l’anno successivo. Il bilancio non fu quello previsto, in quanto i costi finanziari furono elevati e costituirono un problema per la parità di bilancio duramente raggiunta solo pochi anni prima; le truppe italiane non riuscirono mai a conquistare veramente lo Stato perché l’interno oppose resistenza e dunque la Libia si rivelò essere uno “scatolone di sabbia” , arduo da colonizzare e le cui riserve petrolifere segrete restarono sempre ignote .
Nel 1913 Giolitti vinse le elezioni, ma la maggioranza era divisa. La vittoria dei massimalisti al congresso del PSI privò Giolitti dell’appoggio dei socialisti e decise di rassegnare le sue dimissioni, dopo aver indicato come suo successore Salandra, che governò in maniera più autoritaria.
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