Kanakin di Kanakin
Eliminato 1338 punti

Età giolittiana (1903-1914)

Un nuovo corso politico, durante il quale si raccolgono i frutti della vittoria popolare del 1898, è instaurato da Giovanni Giolitti.
Giolitti comincia a esercitare la sua influenza già come Ministro degli Interni nel gabinetto dello Zanardelli, chiamato nel 1901 alla carica di Presidente del Consiglio dal nuovo re Vittorio Emanuele III che, ammaestrato dal fallimento della politica paterna rivela, in questo primo periodo di regno, una cura costante della legalità costituzionale.
Ma, nel 1903, il Giolitti assume anche formalmente la Presidenza del Consiglio e può dispiegare in pieno la propria azione per realizzare un nuovo metodo di governo, che, sostanzialmente, fu fecondo di prosperi frutti per il nostro paese.

Invano, in mezzo agli accesi conflitti sociali, la classe padronale cercò nello stato il gendarme armato a difesa dei propri privilegi: lo stato giolittiano rimase al margine dei conflitti, cercando solo che l'ordine pubblico non venisse turbato ed attendendo la soluzione dalle trattative dirette fra le due parti, svolgentisi per lo più sotto fazione mediatrice dei prefetti. L'atteggiamento del Giolitti era determinato sia dalla comprensione delle legittime esigenze della classe lavoratrice, sia dal proposito di togliere al partito socialista, inserendolo nell'ordine costituzionale, ogni virulenza rivoluzionaria.
E questa manovra trovò un appoggio obbiettivo nell'indirizzo riformistico prevalente, ai primi del secolo XX, nel partito socialista italiano.
L'assimilazione del movimento socialista entro i quadri dello stato liberale fu favorita anche dal grande progresso economico e sociale compiuto dall'ltalia in questo periodo, rilevabile sia nell'aumento demografico, sia nell'aumento del volume del valore dell'agricoltura e dell'industria.
Il Giolitti poi seppe creare i binari legislativi istituzionali entro i quali far correre lo slancio economico dell'ltalia (commissariato per l'emigrazione, consiglio superiore del lavoro, legislazione sociale); e dette notevole impulso ai lavori pubblici (traforo del Sempione, acquedotto pugliese, affluenza di capitale tedesco).
Tale prosperità nazionale ebbe come contropartita sul piano statale, il pareggio del bilancio, e la solidità economica del paese fu comprovata dal brillantissimo successo ottenuto dal provvedimento di conversione della rendita italiana dal 5 al 3,50 %, voluto dal Giolitti nel 1906.
Un "nuovo corso" si ebbe pure in politica estera, ove al vecchio triplicismo oltranzista si tornò a sostituire un'interpretazione puramente difensiva del patto, rivendicando, in seno ad esso una libertà di movimento all'Italia al fine di mantenere l'equilibrio nel concerto europeo.
Fra i vari atti compiuti in questa direzione, furono la cessazione della guerra doganale con la Francia e i nuovi accordi conclusi con questo paese, con l'Inghilterra e con la Russia.
Grazie a tali accordi, il Giolitti potè sollevare il problema coloniale e preparare la conquista della Tripolitania e della Cirenaica.
Il sistema giolittiano non mancava, però, di aspetti negativi, quale quello di un aggravamento della questione meridionale, dovuto in parte ai metodi di governo del Giolitti, che, pur disponendo notevoli provvidenze a favore del Meridione, in pratica, per la protezione accordata agli interessi industriati del Nord, sacrificò costantemente gli interessi agricoli del Mezzogiorno.
Questa diversa politica economica fu permessa al Giolitti e fu certo la più grave pecca del suo sistema politico: cioè la sistematica corruzione elettorale nel Sud(elezione di candidati "ufficiali" al mandato parlamentare, rendendo costoro servi del ministero e non portatori della volontà degli elettori).
Ciò portò ad addomesticare l'impulso rinnovatore di non pochi partiti: nello stesso partito socialista finì col prevalere, nel 1908, la corrente riformista.
L'era giolittiana assistette anche al graduale rientro nella vita politica del paese, dei cattolici.
Il nuovo pontefice Pio X finì, è vero, con lo sconfessare il gruppo cattolico della democrazia sociale che faceva capo a Remoto Murri e nel quale la Chiesa ravvisava un caso particolare di modernismo, ma alla fine — preoccupato per i progressi del socialismo - dovette attenuare il non expedite per le elezioni del'1904, che vide entrare alla camera il primo manipolo di cattolici deputati.
La conquista deila Libia fu uno dei massimi successi del Giolitti, ma essa costituì pure l'inizio di una grave crisi della nazione italiana.
La guerra infatti provocò un urto assai aspro all'interno del partito socialista, che culminò con l'espulsione dei riformisti di destra (1912) e vide germinare, nel proprio seno, le premesse per un atteggiamento antigovernativo e antiborghese.
La guerra inoltre portò il gruppo nazionalista ad assumere un peso politico che si rivelerà ben presto nefasto per le sorti della democrazia italiana.
Le possibilità d'azione del Giotitti da questo momento andarono diminuendo, anche se proprio all'indomani della conquista della Libia veniva per la prima volta introdotto in Italia il suffragio universale.
Il Giolitti si vide costretto a cercare la collaborazione dei cattolici nelle elezioni del 1913 (patto Gentiloni), ma con ciò si vide pure costretto a passare dall'antico liberalismo riformista al liberalismo conservatore che contraddistinse l'ultima fase del suo governo. Per di più egli commise l'errore, ai primi segni di fronda della nuova camera, di ricorrere al vecchio sistema di lasciare il potere a una personalità non di primo piano e della quale si sarebbe sbarazzato appena avesse voluto riprendere il potere.
Così, nel marzo 1914, lasciò il governo al Salandra; ma nel luglio dello stesso anno la guerra, da tanti anni paventata, divenne un realtà e il ritorno al potere del Giolitti fu reso impossibile dalla marea montante del nazionalismo.

Hai bisogno di aiuto in Storia Contemporanea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email