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Età giolittiana

La crisi di fine secolo termina con l’uccisione di Umberto I. Il nuovo sovrano Vittorio Emanuele III di fronte alle incertezze del governo SaracCo decide di dare il via a una nuova fase politica: l’età giolittiana, vede il più coerente tentativo riformistico conosciuto dall’Italia. Non sarà costantemente Giolitti alla guida del governo, c’erano dei così detti “periodi di decantazione” in cui lui si ritirava in attesa di essere poi richiamato.

Prima fase: governo Zanardelli-Giolitti (1901-1903) Il leader della sinistra liberale Zanardelli affidò il ministero degli interni a Giolitti. Le novità di questo governo sono:
• nuovo atteggiamento in materia di conflitti di lavoro: Giolitti mantenne una linea di neutralità nelle vertenze di lavoro purchè non degenerassero in manifestazioni violente (vedi testo di Giolitti “Il governo e le classi sociali”) questo si esplicava in nuova politica di ordine pubblico, enunciata da Giolitti nel dibattito parlamentare sullo sciopero di Genova, sostiene che la crescita del movimento operaio, così come dei sindacati e dei partiti politici, sia inevitabile e che uno stato liberale non doveva esservi ostile ma interpretare le nuove esigenze con una legislazione sociale che accogliesse anche le istanze di questi nuovi gruppi. Già in questo triennio vi sono delle riforme per la tutela del lavoro specie nei confronti delle donne e dei minori, viene varata una legislazione di sicurezza sociale in cui si garantiscono pensioni di vecchiaia e assicurazioni per gli incidenti sul lavoro e si costituisce un Consiglio superiore del lavoro, organo consultivo per la legislazione sociale.

• municipalizzazione delle aziende dei servizi al fine di garantire tariffe sociali (cioè calcolate non in base al profitto ma in base all’efficienza del servizio per il pubblico) a servizi di pubblica utilità.
• leggi che privilegiano la concessione di appalti dei comuni a cooperative, cioè una legislazione a favore dell’imprenditorialità sociale.


Governo Giolitti (1903-1906) Nel 1903 dopo le dimissioni di Zanardelli viene chiamato alla guida del governo Giolitti. Egli cerca tanto di portare avanti l’esperimento liberal progressista avviato dal precedente ministero, ma anche di allargarne le basi offrendo un posto nel governo a Filippo Turati (leader socialista che appena cinque anni prima era stato condannato e incarcerato come sovversivo), che rifiuta in quanto crede di non essere seguito dal suo partito. Giolitti non aveva in Parlamento una maggioranza monolitica capace di sostenere senza turbamenti le sue riforme e si trova a dover portare a estreme conseguenze il trasformismo teorizzato da Depretis: sempre condizionato dalle forze moderate e sempre attento alla conservazione degli equilibri parlamentari, arriva addirittura a sacrificare progetti importanti qualora non si rivelino compatibili con la solidità della maggioranza. Esempio più eclatante è il caso della riforma fiscale: già durante il governo Zanardella aveva proposto una politica fiscale atta a far sì che lo stato finanzi salute, pensioni, istruzione basata sul varo di un’imposta sui redditi e di una diminuzione delle imposte sui consumi. La proposta, del 1902, viene promossa dal ministero delle finanze, ma bocciata poi in Parlamento, ed è poi lasciata cadere. Le novità di realizzate questo governo sono:

• leggi speciali per il mezzogiorno: emerge in questo periodo la consapevolezza di una questione meridionale (pag.77). Vengono varati una serie di stanziamenti statali e di agevolazioni fiscali e creditizie volte a favorire l’industrializzazione al Sud.
• statizzazione delle ferrovie: il progetto riprende quello presentato dal governo di destra Minghetti del 1876 e prevede il fatto che il servizio di trasporti passi da una gestione privata ad una pubblica. Questa iniziativa incontrò opposizioni di destra e di sinistra, specie dei socialisti che erano contrari alla regola secondo cui i ferrovieri una volta diventati dipendenti pubblici non avrebbero più potuto scioperare.
Di fronte a queste difficoltà Giolitti di dimise con un pretesto e vi furono due governi lampo: Alessandro Fortis, un anno, in cui riesce a portare avanti il progetto di statalizzazione delle ferrovie, e Sidney Sonnino, tre mesi.
Governo Giolitti (1906-1909)
Nel 1906 ritorna alla guida del governo in quello che verrà chiamato “lungo ministero”, caratterizzato da un’insolita lunghezza del servizio, che si apre con la conversione della rendita (cioè dalla riduzione del tasso di interesse versato dallo Stato ai possessori di titoli del debito pubblico, provvedimento che serviva a ridurre gli oneri gravanti sul bilancio statale). La congiura economica seguente alla depressione italiana che stava durando dal 1896 si interrompe nel 1907 (la crisi del 1907 paragrafo 3 pag. 80), quando si manifestarono in Italia sintomi se non proprio di crisi, di indisciplina, nata dagli screzi tra industriali e sindacati.
Verso la fine de 1909 Giolitti attuò una nuova ritirata strategica dallo scenario politico e vi furono due governi lampo: Sidney Sonnino, ancora, e Luzzatti, che realizza un’importante riforma scolastica.
Governo Giolitti (1911-1914)
Giolitti torna al governo con due misure fondamentali:
• suffragio universale maschile: propone di estendere il diritto di voto a tutti i cittadini maschi che avessero compiuto trent’anni e a tutti i maggiorenni che sapessero leggere e scrivere o avessero prestato servizio militare. In questo modo Giolitti pone le basi per traghettare l’Italia dal liberalismo verso la democrazia.
• monopolio statale delle assicurazioni sulla vita: la gestione delle assicurazioni sarebbe passata da una gestione privatizzata a una pubblica al fine di finanziare le riforme e il fondo per le pensioni di invalidità e vecchiaia per i lavoratori.
L’ultimo governo Giolitti realizza anche la conquista della Libia. Il nazionalismo italiano teorizza la potenza imperiale come risposta alla fame di terra. Anche se è una speranza illusoria, fornisce un’ampia base d’appoggio alle imprese coloniali. Lo stesso Pascoli appoggia l’impresa libica scrivendo “la grande proletaria si è mossa”.

Critici del giolittismo

Le critiche mosse a Giolitti e al suo operato possono essere classificate sotto due aspetti, anche se talvolta coincidono:
• antigiolittismo del liberalismo meridionale:
1. Antonio De Viti De Marco, economista pugliese di formazione liberale che critica il protezionismo dei governi a partire da Depretis che secondo lui aveva creato un’industrializzazione artificiosa con investimenti solo in settori di nicchia che godevano della protezione doganale. Pensa che senza una politica libero scambista non ci possa essere una modernizzazione economica data dagli stimoli della concorrenza. Questa politica doveva accompagnarsi ad una riforma fiscale che sia da una parte in grado di riorientare la spesa pubblica (spesa dello stato) che dalla nascita dell’Italia unita era orientata nelle regioni settentrionali.
2. Francesco Saverio Nitti, economista liberale esponente del nuovo meridionalismo conscio dell’incapacità statale verso il meridione. Ha il pregio di aver documentato l’azione squilibrante delle politiche di spese tra Nord e Sud. Dimostra con dati alla mano che nei 40 anni trascorsi massicce risorse fiscali erano state tolte al meridione ma senza una corrispondenza di spesa pubblica in questi luoghi bensì con un reindirizzo al settentrione. Le provincie meridionali non avevano ricevuto che una minima parte di ciò che avevano dato sotto forma di tasse. Questa situazione era resa ancora più critica dal fatto che al sud mancava un apparato industriale e quindi la domanda del Sud trovava la risposta del settentrione, che ci guadagnava.
• antigiolittismo del liberalismo settentrionale:
1. Vilfreto Pareto, così come Einaudi critica il protezionismo in quanto liberale. Motiva ciò da un punto di vista economico: il protezionismo è una tariffa applicata a tutti ma a vantaggio di pochi, e da un punto di vista etico politico: all’ombra delle tariffe doganali si erano formati gruppi d’interesse (lobbies) capaci di condizionare l’opera del governo. Coloro che avevano ottenuto favori dal governo in cambio intervenivano nelle scelte elettorali delle loro regioni. Ad esempio Giolitti, così come molti sui predecessori, al Sud era solito accordarsi con grandi latifondisti e in cambio di favori da parte del governo questi favorivano il partito giolittiano alle elezioni. La stessa pratica era consueta per certi industriali del Nord. Il problema è che, come denuncia lo storico socialista Gaetano Salvemini (docente di storia a Firenze emigrato poi in America con la Seconda Guerra mondiale. Rompe con il Partito Socialista e diventerà poi radicale, è a lui che si deve la definizione di Giolitti come “ministro della malavita”), nel Sud Italia i candidati anti giolittiani venivano ostacolati da squadre di picchiatori assodate dai grandi proprietari terrieri. Ciò accade laddove non si è formata una borghesia vera e propria ma solo un tipo di questa detta clientelare (basata su scambi di favori). Oltre a questo ostacolare la vita politica degli avversari, i risultati delle urne venivano manipolati.) E’ convinto che per rimediare alla situazione bisognasse tornare a una politica libero scambista, introdurre il suffragio universale (già operato da Giolitti) e attuare una riforma agraria (espropriazione statale del grande latifondo non messo a coltura).

2. Luigi Einaudi, sarà presidente della Repubblica, anche lui pubblica in maniera puntuale sul Corriere della Sera.
3. Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera, anche lui liberale, è preoccupato dalle esigenze della collettività.
• antigiolittismo dei democratici cattolici (pag.84): la Rerum Novarum segna un mutamento nell’atteggiamento della Chiesa rispetto alle questioni sociali, che esprime anche nella promozione di un sindacalismo cristiano. Sotto Leone 13 prende vita un’attività di opposizione allo stato liberale.
1. Don Romolo Murri, sacerdote marchigiano, inizialmente molto razionale si sposta poi su posizioni più democratiche cristiane. Compare l’idea già avanzata da un’esponente del cattolicesimo francese Lamennais, che ha avuto un itinerario approdato a posizioni democratiche, molto aperto ai problemi sociali.
Tanto Lemmais quanto Murri saranno colpiti dalle censura di papa Pio 10 che vuole arginare in particolare il movimento di Murri. Questo pontefice intende spendere il peso politico dei cattolici in una campagna anti socialista e questo culmina all’indomani della guerra in Libia, con l’entrata in funzione del nuovo meccanismo elettorale di Giolitti, che prevede un suffragio maschile universale, con il patto Gentiloni, da nome del conte posto dalle gerarchie ecclesiastiche al vertice dell’unione elettorale cattolica. Ha negoziato con gli esponenti giolittiani un patto in base a cui i cattolici si impegnano nei vari convegni elettorali a sostenere dei candidati governativi che abbiamo dato garanzia di non fare nulla che vada contro l’etica sociale cristiana (ad esempio la difesa del matrimonio e la conseguente non accettazione del divorzio). Molti candidati apertamente anti cattolici, segretamente stipulano accordi come questo per ottenere i voi dei cattolici ed essere dunque eletti.
Il significato dell’intervento dell’autorità della Chiesa all’interno del mondo politico è duplice:
• politico, dato dalla preoccupazione che la tesi di Murri, cioè che i cristiani esprimano un’identità politica autonoma all’interno della società italiana, si diffonda
• dottrinale, dato dall’emergente paura suscitata dal modernismo, un movimento all’interno del cattolicesimo internazionale in base al quale alcuni cattolici chiedono che il pensiero della Chiesa si confronti con i risultati della scienza e non rimanga arroccato su posizioni dogmatiche.
Così Giolitti, nelle sue memorie, può dire di aver integrato i cattolici nello stato liberale perché l’atteggiamento privilegiatamente negativo dei cattolici nei confronti dello stato, che aveva portato al non expedit, viene risolto e il cattolicesimo entra come parte integrante della vita politica. In realtà l’attività politica cattolica non si esplicherà con un vero e proprio partito, ma con supporti a varie fazioni politiche in vista del perseguimento di una serie di obbiettivi.
• antigiolittismo socialista : il partito socialista italiano vive una serie di lotte interne per le quali non si mostra in grado di conservare il volume di rappresentanza e il numero di seggi che aveva in parlamento. Le divisioni sono tra una parte rivoluzionaria e una riformista. La guerra in Libia tuttavia viene interpretata stranamente in maniera positiva dall’ala riformista, da cui ci si aspetterebbe una critica a questa forma di imperialismo italiano. La non chiara mancanza di opposizione da parte dei riformisti alla guerra fa sì che questa ala del partito acquisti la maggior parte di consensi. Quest’ala, guidata da Bonomini, verrà poi espulsa dal partito.

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