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Giolitti: politica e governo.

Giolitti fu un politico sicuramente riformatore. Gli ultimi anni dell’Ottocento erano stati anni molto difficili: infatti con l’uccisione del re Umberto I a Monza per mano di un anarchico, si era capito che non era più possibile governare in modo esclusivamente autoritario e repressivo, e Giolitti cercò di instaurare un dialogo con la classe operaia e di venire incontro alle sue esigenze, al fine di trovare una soluzione concordata e anche pacifica. Giolitti decise quindi di non intervenire nelle proteste e di lasciare le parti libere di accordarsi. In questo modo gli scioperi si conclusero e questo permise agli operai di ottenere degli aumenti salariali. Ciò era importante per Giolitti perché con l’aumento dei salari gli operai avrebbero avuto una maggiore quantità di denaro permettendo così al mercato di svilupparsi.

Giolitti inaugura un indirizzo riformista nelle questioni sociali dei lavoratori. Questo metodo, però, è attuato esclusivamente con gli operai delle fabbriche del nord (quindi nei confronti di un ceto già organizzato), mentre nel meridione continuò ad utilizzare vecchie tecniche (broglio elettorale, repressioni, intervenendo in modo autoritario nei confronti dei contadini del sud). Usò i brogli elettorali per far eleggere dei deputati a lui fedeli che una volta eletti avrebbero permesso quell’azione riformista solo al nord.
Giolitti attua così la cosiddetta politica del doppio volto (politica aperta, democratica nei confronti delle masse operaie del nord e una chiusa, repressiva nei confronti del meridione).
Inoltre negli anni in cui governò (1901-1914) fino al 1906, l’Italia conosce una fase di grande sviluppo economico: il settore industriale conosce una naturale espansione soprattutto nel campo dell’industria pesante (siderurgia, meccanica) e ci sono grande innovazioni anche nel campo dell’energia elettrica che comincia a sfruttare i corsi d’acqua. Fautori di questo sviluppo sono le banche che investono nel settore industriale e quindi cominciano ad avere un ruolo importante nell’economia. Questo sviluppo industriale, però, comincia a rallentare dopo il 1906, e tra il 1907 e il 1914 non c’è più tutta questa crescita economica che c’era stata in questi anni.
Inoltre nonostante la crescita economica, questi sono gli anni in cui molti degli italiani emigrano all’estero (soprattutto negli Stati Uniti) tanto che all’inizio del Novecento il numero degli emigrati raggiunge i 350 000 partenze. Questo numero così elevato di emigranti finì per favorire lo stesso paese, perché i soldi che gli Italiani guadagnavano all’estero venivano mandati alle famiglie in Italia che li mettevano in banca. In questo modo il denaro poteva essere investito nel settore economico.
Nel 1903 inizia la seconda fase del governo Giolitti: in questa fase però cala la disponibilità a trattare con il movimento operaio e evita l'appoggio dei socialisti, avvicinandosi invece ai cattolici e ai gruppi di destra (i cosiddetti nazionalisti).
Nel 1904 per la prima volta i cattolici cominciarono a candidarsi alle elezioni perché lo stesso Papa attenua in non expedit permettendo così ai cattolici di partecipare alla vita politica (cattolici deputati si, deputati cattolici no) senza però che si venisse a formare un partito che si definiva cattolico.
Questa seconda fase del governo Giolitti si conclude quando Giolitti decise di nazionalizzare le ferrovie: questa proposta, infatti, non passò in Parlamento e per questo Giolitti presentò le dimissioni.
A lui succede Fortis e la legge di nazionalizzazione delle ferrovie viene approvata (nel 1906). A Fortis succede Sonnino fino a maggio del 1906 e poi torna Giolitti dal 1906 al 1909.
Nel terzo governo, Giolitti fa approvare una serie di leggi di carattere economico-sociale: leggi che si occupano di regolare il lavoro delle donne e dei bambini e cercò di creare un progetto pensionistico.
Nel 1909 ci sono le nuove elezioni che vedono l’avanzata delle forze di sinistra. Poco dopo le elezioni Giolitti non ottiene l’approvazione in Parlamento per riformare il sistema tributario progressivo e per questo si dimette. A lui succede Sonnino e poi Luttazzi (che era uno dei collaboratori più stretti di Giolitti).
Nel marzo del 1911 torna Giolitti che resterà al governo fino al 1914. I punti fondamentali di questa fase del governo sono:
Suffragio universale maschile;
• Impresa di Libia;
• Creazione del sistema pensionistico.

Giolitti intendeva creare un sistema pensionistico attraverso il monopolio statale delle assicurazioni sulla vita. Infatti lo Stato gestiva le polizze e Giolitti, in virtù di questo monopolio voleva incamerare del denaro per creare un sistema pensionistico.
La campagna di Libia viene preparata da una serie di accordi diplomatici che Giolitti stipulò con i paesi europei. Nel 1902, stipulò un accordo con la Francia che prevedeva la spartizione di due territori dell’Africa: la Francia avrebbe ottenuto il Marocco e l’Italia la Libia. Ma nel 1911, i Francesi occupano il Marocco e Giolitti, avendo paura che non avrebbero rispettato l’accordo e temendo che sarebbe finita come la campagna in Tunisia, decide di dare inizio alle operazioni militari senza informarne il paese. L’impresa di Libia era voluta dagli ambienti industriali che chiedevano una politica estera aggressiva per raggiungere fini economici. I socialisti, invece, erano contrari (come Salvemini che chiamò la Libia “uno scatolone di sabbia da cui l’Italia non avrebbe tratto nessuna ricchezza”) . Nell’estate del 1911, Giolitti occupa quindi le zone costiere (il controllo degli Italiani sulla Libia rimase limitato per molti anni alla zona costiera)
L’entroterra, al contrario, si rivela molto difficile da conquistare: infatti le truppe locali organizzano una forte resistenza. E siccome la guerra in Libia non stava andando molto bene, Giolitti decide di spostare la guerra su un altro fronte occupando così delle isole del mar Egeo che prenderanno il nome di Dodecaneso. Nel 1912 si arriva alle trattative di pace: la Libia si riconosce territorio italiano e le dodici isole dell’Egeo non vengono restituite alla Turchia.
Inoltre, Giolitti, poiché si rendeva conto di aver perso consensi a sinistra, decise di introdurre il suffragio universale maschile (che venne approvato nel 1912).
Il suffragio universale maschile era stato per anni il cavallo di battaglia della sinistra e serviva per allargare la base elettorale. Ma non tutti all’interno del partito socialista ne erano favorevoli perché stendere il diritto di voto a tutti i cittadini maschi significava dare il diritto di voto anche ai contadini e il loro voto era un voto conservatore perché erano molto vicini alla Chiesa.
Così per assicurare il voto dei contadini, fa un patto con i cattolici: nelle elezioni del 1913, stipula, infatti, il Patto Gentiloni (che era il capo dell’Unione Elettorale Cattolica) con cui si assicura il voto dei cattolici a patto che, una volta vinte le elezioni, si impegnasse in una legislazione favorevole alla Chiesa. Il patto con i cattolici si rivelò decisivo: infatti le elezioni del 1913 vanno bene e Giolitti ottiene la maggioranza ma il giorno seguente alle elezioni Gentiloni pronuncia un discorso con cui rivendica l’importanza del voto cattolico e Giolitti si rende conto che ormai non godeva più di quell’ampia maggioranza che lo aveva approvato in tutti quegli anni e quindi nei primi mesi del 1914 decide di dimettersi. Il re affida così il governo a Salandra (uomo molto fermo nelle sue decisioni e appoggiato in un primo momento dallo stesso Giolitti) che rifiutò fin da subito di essere una sorta di pedina nelle mani di Giolitti. Rafforzò i poteri del governo a assunse i pieni poteri. Nel giugno del 1914 c’è un ondata di scioperi (la cosiddetta settimana rossa) che coinvolse soprattutto la Romagna e le Marche e per reprimere questi scioperi Salandra fa intervenire l’esercito. In seguito lo stesso Salandra in opposizione al Parlamento porta l'Italia ad intervenire nella prima guerra mondiale.

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