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b]L'economia italiana fra crescita e arretratezza: le tre Italie

Una visione tradizionale del boom economico italiano degli anni 50 – 60 del 900 ha contrapposto lo sviluppo dell’ area del triangolo industriale al ristagno economico del Mezzogiorno. Questo quadro è stato almeno in parte superato dalla constatazione che, negli stessi anni, il centro – est del paese iniziava una positiva stagione socio – economica, non riducibile allo schema delle “ due Italie ”. Il nord del paese, industrializzato, seppe avvantaggiarsi di una serie di condizioni favorevoli di cui facevano parte i prestiti americani per la ricostruzione postbellica e il basso costo della forza – lavoro. Il Mezzogiorno ( a economia rurale ) subì, al contrario, il fallimento di un grande progetto di industrializzazione incentivato dallo Stato. Vi era però anche la “ terza Italia ” delle regioni centro – orientali, che ha fondato il proprio successo economico non tanto sull’ industria pesante, quanto sull’ iniziativa di una miriade di piccole imprese manifatturiere a conduzione familiare, competitive per l’ alta qualità dei loro prodotti, esportati in tutto il mondo. Agli inizi degli anni 60, nella fase più intensa del boom economico, l’ Italia poteva dirsi stabilmente inserita nel sistema economico internazionale. Al miracolo avevano contribuito più fattori: possiamo ricordare il piano Marshall ( circa un miliardo e mezzo di dollari in cinque anni, per favorire la ricostruzione), i grandi investimenti dello Stato in importanti settori strategici ( fra cui la siderurgia, la petrolchimica, l’ energia e una vasta rete autostradale ) e l’ ingresso nella Comunità Economica Europea. Per comprendere il significato economico di questa nuova collocazione commerciale dell’ Italia, basti pensare che, mentre al momento dell’ adesione alla Comunità l’ Italia registrava un deficit commerciale di 378 milioni di dollari, otto anni dopo, nel 1966, registrava un avanzo di 347 milioni di dollari. La distribuzione geografica della produzione industriale italiana aveva interessato all’ inizio l’ area del cosiddetto triangolo industriale, ma in seguito aveva compreso tutta la pianura padana estendendosi fino a Bologna, Ravenna e Porto Marghera. Il miracolo rappresentò dunque un fenomeno essenzialmente settentrionale, che ebbe come effetto indiretto anche quello di accentuare il divario economico tra nord e sud, cioè l’ esistenza di due Italie a sviluppo economico fortemente differenziato: l’ una industriale, l’ altra ancora prevalentemente agricola. Il Mezzogiorno non era rimasto tuttavia ai margini dell’ industrializzazione italiana. Il suo sviluppo era infatti determinato sia dai grandi investimenti delle imprese a partecipazione statale ( con la formazione di giganteschi impianti, quali il polo siderurgico di Taranto e quello petrolchimico di Gela ) sia dall’ erogazione di enormi stanziamenti finanziari da parte della Cassa del Mezzogiorno. Grazie a quest’ ultimi erano stati realizzati acquedotti, dighe, irrigazioni, bonifiche, rimboschimenti, strade e autostrade e finanziate migliaia di imprese industriali. Questa politica, tuttavia, mostrò ben presto i suoi lati deboli. I poli di sviluppo furono infatti incapaci di garantire la crescita industriale nelle aree di insediamento e vennero chiusi negli anni 70. I finanziamenti massicci, a causa della loro distribuzione il più delle volte ispirata da criteri clientelari, danneggiarono pesantemente molte iniziative imprenditoriali private. Le localizzazione nel Mezzogiorno di impianti industriali del nord furono sollecitate dallo Stato mediante una politica di sostegni finanziari. Esse non riuscirono però a esercitare una funzione di trascinamento sull’economia locale. Anche se il sud, dunque, non rimase immobile, la sua crescita fu caratterizzata da distorsioni e squilibri. L’ afflusso di finanziamenti da parte dello Stato sostenne il reddito delle popolazioni meridionali, ma non ne promosse lo sviluppo; l’ occupazione effettivamente creata ( circa un milione di addetti agli inizi degli anni 70 ) era modesta in rapporto ai colossali investimenti. La rappresentazione ricorrente dell’ economia italiana come caratterizzata dal dualismo nord – sud ha messo a lungo in ombra l’ esistenza di una terza Italia, collocata al centro e nel nord – est del paese. Questa zona ha conosciuto un percorso molto diverso sia da quello del Mezzogiorno sia da quello del nord – ovest delle grandi fabbriche, ed è oggi una delle realtà più dinamiche della nostra economia. Per quanto gli esordi di questa terza Italia vadano collocati negli stessi anni del miracolo economico, la sua crescita non fece leva sulla grande industria, su un’ intensa urbanizzazione e su una forte immigrazione, come avvenne nelle aree del triangolo industriale, né si giovò dell’ impulso derivato da un programma governativo di investimenti finanziari su larga scala. Il processo di industrializzazione fu sollecitato dalla crisi del sistema della mezzadria cui si erano sottratte molte famiglie che, agli inizi degli anni 50, erano riuscite ad acquistare piccoli appezzamenti fondiari per trarne una nuova forma di sostentamento. La ridotta estensione di questi fondi non permetteva tuttavia l’ auspicato miglioramento del tenore di vita. Pertanto le generazioni più giovani abbandonarono la terra per cercare occupazione nelle fabbriche delle città vicine, mentre quelle più anziane continuarono a lavorare la terra. Ma a differenza della situazione del Mezzogiorno, qui nella terza Italia molti operai tornarono alle loro case con l’ intenzione di usare sia i risparmi accumulati con il loro lavoro, sia quelli delle famiglie d’ origine per impiantare piccole aziende. Nonostante i modesti capitali iniziali, essi diedero vita a una miriade di piccole imprese familiari nelle quali impiegavano i parenti più stretti per risparmiare sui costi salariali. Il potere pubblico rivestì, in questo processo, un ruolo solo marginale. Il parlamento approvò delle norme che concedevano a tali piccole aziende un credito agevolato per l’ acquisto dei macchinari e delle materie prime e, quando era possibile, per far venire dei tecnici dall’ estero. Via via che i diversi settori interessati da queste attività (abbigliamento, calzature, mobili, ceramiche, macchine utensili ) si sviluppavano, le imprese si dispersero nel territorio, qualificando e utilizzando personale locale. Si formarono in questo modo dei “ distretti industriali ”, delle aree specializzate in singoli settori produttivi ( il tessile a Prato, le ceramiche a Sassuolo, i filati nel Vicentino, le calzatura ad Ascoli Piceno ) che esportavano i loro prodotti nei paesi della Comunità europea e nel Nord America. In un settore economico che si regge principalmente sulle esportazioni come quello di cui stiamo parlando, è fondamentale la competitività sui mercati esteri, cioè quell’ insieme di alta qualità e prezzo contenuto che mette i prodotti in condizione di affermarsi. Nel corso degli anni 80 – 90, l’ Italia ha visto attuarsi profonde trasformazioni economiche, soprattutto in seguito ai processi di ristrutturazione delle grandi aziende private e pubbliche, collegati all’ utilizzo di alta tecnologia informatica nel processo produttivo e a grandi investimenti nei settori tecnologici e multimediali. La ristrutturazione industriale ha coinvolto anche i settori tradizionali dell’ acciaio e della petrolchimica, con il conseguente smantellamento o ridimensionamento di tradizionali poli industriali fra cui quelli di Terni, di Bagnoli e di Sesto San Giovanni. La ristrutturazione industriale e tecnologica ha comportato costi sociali non indifferenti, soprattutto nel senso di un costante aumento della disoccupazione. Tra il 1980 e il 1995 si è avuto infatti un calo dei posti di lavoro. Nell’ ultimo ventennio del XX secolo, la differenza dei ritmi di sviluppo tra nord e sud del paese si è ulteriormente accentuata. La ragione fondamentale di questo divario risiede nel fatto che, dopo il crollo economico del 1973 provocato dalla crisi petrolifera, i massicci investimenti statali nel Mezzogiorno sono stati interrotti. La ripresa dell’ economia italiana dopo il 1993 non ha coinvolto il sud: nel 1994, mentre il tasso di crescita nell’ Italia centro – settentrionale era del 2,6 % nel sud non superava l’ 1 %. Questo non significa che l’ economia del sud era condannata a ristagnare ma che, nonostante la consistente crescita del reddito e del tenore di vita, non si è avuta la formazione di un vasto settore industriale autopropulsivo, ossia capace di crescere autonomamente e di assorbire gran parte della forza – lavoro locale. È mancata una diffusione di imprese attive nei campi della telematica e della telefonia, settori destinati a ricoprire sul mercato un ruolo sempre più rilevante e strategico.

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