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Le storie della vera croce


Negli anni successivi Piero della Francesca viaggiò tra Ancona, Pesaro, Bologna e Ferrara, città in cui eseguì affreschi perduti che influenzarono la scuola locale. A Rimini, dove nel 1451 ritrasse Sigismondo Pandolfo Malatesta nel Tempio Malatestiano, ebbe modo di incontrare Leon Battista Alberti, che gli trasmise un sobrio classicismo e ulteriori spunti per lo sviluppo dei suoi ideali di pura geometria. Importante fu anche il soggiorno tra il 1458 e il 1459 a Roma, durante il quale partecipò alla decorazione degli appartamenti vaticani di Pio II (distrutta per lasciare il posto agli affreschi di Raffaello) e studiò i monumenti antichi.
Nel frattempo, tra il 1452 e il 1466, l’artista affrescò le pareti del coro della Chiesa di San Francesco ad Arezzo con le Storie della vera croce, l’opera che meglio riassume tutti gli aspetti, formali e spirituali, della sua pittura.
La decorazione dell’antica cappella privata era stata predisposta fin dal 1416 nel testamento del ricco mercante Baccio de’ Bacci, ma venne commissionata dai suoi figli - in particolare dall’umanista Giovanni Bacci, legato alla corte urbinate - solo nel 1447 al pittore tardogotico fiorentino Bicci di Lorenzo (1373-1452). Alla morte di quest’ultimo, ad affrescare le pareti e le lunette fu chiamato Piero: pur non essendovi date certe sullo svolgimento dei lavori, conclusi entro il dicembre del 1466, l’opera doveva essere quasi terminata già prima del soggiorno romano dell’artista nel 1458-59. Oggi, dopo quindici anni di restauri ultimati nel 2000, possiamo nuovamente apprezzare la grandiosa solennità delle scene, i dettagli della misurata composizione, i raffinati colori, i cieli di un azzurro purissimo, con la luce limpida e trasparente che tutto avvolge svelando le geometriche forme delle figure, elemento caratteristico della pittura di Piero della Francesca.
Le Storie della vera croce, ispirate a un racconto presente nella Legenda aurea di Iacopo da Varagine, costituiscono un vasto ciclo dedicato alle vicende che hanno come protagonista la croce di Cristo, dal momento in cui l’albero che ne fornì il legno venne piantato sulla tomba di Adamo fino a quando, dopo molti accadimenti, la croce fu riportata a Gerusalemme in epoca bizantina. Ma nelle intenzioni di Piero il ciclo rappresenta ben di più, un lungo e profondo viaggio nelle pieghe della storia dell’uomo, realizzato in dodici riquadri: dal lontano tempo di Adamo fino all'epoca più recente, le vicende del sacro legno rivelano la vicinanza di Cristo all’umanità, il suo essere concreta speranza per le vicende del mondo, in un tempo di smarrimento e di paura segnato anche dalla conquista musulmana di Costantinopoli.
Il fatto che il ciclo possieda un profondo valore simbolico è rivelato anche dalla disposizione delle scene: la lettura degli affreschi, infatti, non segue la naturale sequenza delle pareti perché l’artista ha preferito dare maggiore risalto alla contrapposizione di determinate immagini, creando mirati legami semantici e formali. Il primo e l’ultimo episodio si fronteggiano nelle lunette con due scene a cielo aperto riferite alla redenzione dell’umanità; i due riquadri mediani contengono ciascuno due episodi, con architetture classiche e figure abbigliate in costume contemporaneo a simboleggiare la chiesa, mediatrice nel cammino di salvezza; nel registro inferiore si trovano le due battaglie, allegoria della lotta terrena contro il male; nella parete di fondo ci sono (dall’alto) due profeti, due scene di sollevamento con diagonali "lignee” e due apparizioni angeliche .
Le Storie della vera croce costituiscono uno dei massimi capolavori della pittura italiana e un'enciclopedia dei modi stilistici di Piero della Francesca. I paesaggi nelle lunette e sullo sfondo dell’episodio con la regina di Saba sono quelli familiari della val Tiberina. Gli studi prospettici, la lezione albertiana e la conoscenza dell’arte classica sono alla base delle architetture, semplici ma indagate con rigore, e degli abiti, le cui pieghe rimandano alle scanalature presenti nei fusti delle colonne. Ricordano Masaccio i corpi umani, solidi e dalle linee essenziali, lontani dal suo tormentato realismo eppure veri allo stesso modo, come si può notare nei nudi della prima lunetta o nei manovali che sollevano il sacro legno. Più caratterizzati appaiono i volti maschili, mentre quelli femminili hanno espressioni austere e forme geometriche: le teste come ovali, i colli come tronchi di cono. Le battaglie richiamano le celebri tavole di Paolo Uccello, per l’impostazione geometrica negli scorci dei cavalli e delle lance, ma anche per la mancanza di drammaticità. Le ricerche luministiche del pittore sono evidenti nella luce diffusa, nell’abilità a dosare il bianco, nella resa materica delle stoffe.
Tra le scene più importanti vi è senza dubbio quella con l'Adorazione del sacro legno e l’Incontro di Salomone con la regina di Saba li. A sinistra la regina è ritratta inginocchiata in preghiera, attorniata dalle sue ancelle, mentre a destra è ricevuta dal re nella sala marmorea di un sontuoso palazzo alla presenza di numerosi invitati. I maestosi personaggi sono vestiti in eleganti e realistici costumi quattrocenteschi. La prospettiva è rigorosa e la disposizione delle figure segue un preciso schema circolare intorno ai due protagonisti.
Il riquadro più celebre, tuttavia, è forse il Sogno di Costantino. Secondo il racconto, la notte prima dello scontro con Massenzio al Ponte Milvio (312 d.C.), l’imperatore cristiano Costantino, atterrito dalla forza dell’esercito avversario, fu svegliato da un angelo e vide in cielo una croce circonfusa di luce: forte di questo presagio, vinse la battaglia. La scena è il primo notturno realistico dell’arte italiana: nel cielo stellato si riconoscono le costellazioni, tratte da una carta celeste. Costantino dorme nella sua tenda cilindrica, aperta per mostrarne la figura, mentre l’angelo, luminosissimo, si materializza scorciato in alto a sinistra. Il nitido volume della tenda viene evidenziato dalla luce soprannaturale, che investe anche la singolare figura dell’attendente dell’imperatore, vestito di bianco e con la testa appoggiata sulla mano in posizione di riposo.
Affascinante e complessa è la rete di significati celati dietro alle immagini. Il ciclo di affreschi, infatti, rimanda a temi molto sentiti alla metà del Quattrocento.
Alla riunificazione delle chiese d’Occidente e d’Oriente, sostenuta proprio dall’ordine francescano cui l’edificio aretino apparteneva e discussa, ma non risolta, nel 1439 nel concilio di Firenze, allude l'Incontro di Salomone con la regina di Saba, affrontato più di un decennio prima da Ghiberti nella Porta del Paradiso.
Altro tema importante è quello della lotta contro i turchi. Nel 1453 il sultano Maometto II aveva conquistato Costantinopoli, ponendo fine all’Impero d’Oriente; nel 1456 sul Danubio l’esercito cristiano era riuscito a bloccarne l'avanzata in Europa; nel 1459 papa Pio II aveva invano cercato di bandire una crociata per riconquistare Costantinopoli. Alla crociata allude per l’appunto il Sogno di Costantino, come appello ai potenti del tempo, riottosi all’impresa; le battaglie di Costantino e di Eraclio contro gli infedeli, l’uno pagano e l’altro persiano (chiara allusione ai turchi), rimandano alle battaglie contro Maometto II; Costantino, infine, ha il volto dell’imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo, come Pilato nella Flagellazione.
La stretta connessione a questi eventi storici aiuta a precisare la cronologia dell’impresa.
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