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Successione di Augusto: Tiberio e la fioritura delle arti

Il 19 agosto del 14 d.C., a settantasei anni, Augusto morì a Nola. Svetonio racconta che sul letto di morte si guardò allo specchio e disse: “Se la recita vi è piaciuta, allora applaudite”. Ed è indubbio che il principato augusteo avesse meritato applausi: Augusto aveva riorganizzato lo Stato, garantito ai Romani la pace e dato alla città di Roma uno splendore che non sarebbe più stato eguagliato. Anche se nel tempo avrebbe assunto i caratteri sempre più marcati di un vero e proprio impero, la forma politica che egli aveva introdotto sarebbe durata per secoli.

L’ultima preoccupazione di Augusto, un anno prima di morire, era stata quella di depositare presso le Vestali un testamento nel quale designava Tiberio suo erede: Tiberio era figliastro di Augusto (ossia figlio di primo letto di Livia, seconda moglie di Augusto) ed era stato da lui adottato nel 4 d.C.; l’altro possibile successore era Germanico, figlio di Druso, che però all’epoca aveva appena diciassette anni ed era inesperto.

Tiberio invece aveva più esperienza e aveva dato buona prova delle sue capacità militari, combattendo contro i Pannoni e contro le tribù germaniche. Alla morte di Augusto quindi, anche se formalmente il titolo di princeps non era ereditario, il Senato rispettò la sua volontà e Tiberio divenne il nuovo signore di Roma.
La stabilita politica e monetaria, accompagnata dalla realizzazione di opere pubbliche che favorivano gli scambi economici e commerciali, aveva fatto sì che le condizioni di vita generali migliorassero sensibilmente. I contadini potevano coltivare le loro terre, gratificati da una propaganda che vedeva il ritorno all’agricoltura come il recupero della buona vita di un tempo, quando Roma era diventata grande grazie alla virtù del suo popolo.

Il commercio e l’industria fiorivano, le comunicazioni con l’estero erano più agevoli: da Roma si poteva raggiungere Alessandria in diciotto giorni e dall’Egitto si toccavano i porti di Creta in soli tre giorni di navigazione; Milano, Torino, Aquileia e Lione erano diventati importanti nodi stradali che consentivano l’accesso anche a zone in precedenza fuori delle rotte usuali. Come spesso accade in condizioni di benessere psicologico ed economico, fiorirono le arti e le lettere, opportunamente protette e sostenute (anche finanziariamente) sia da Augusto sia dal suo amico (e collaboratore) Mecenate: la Roma di Augusto era dunque una sorta di Atene dei tempi di Pericle, dove si concentravano i migliori intellettuali dell’epoca.

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