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La politica economica e sociale sotto il principato di Augusto

La politica economica di Augusto fu di stampo prevalentemente liberista, nel senso che egli si astenne dall’intervenire in prima persona in materia di commercio e di affari. Indirettamente, tutte queste attività vennero favorite, oltre che dalla tranquillità politica, da una serie di iniziative quali la costruzione di un’imponente rete stradale e l’organizzazione di un efficiente sistema postale. Ma, una volta stabiliti questi presupposti, Augusto limitò i suoi interventi al solo settore della politica monetaria: queste iniziative si erano rese necessarie in quanto l’organizzazione dello Stato era diventata costosissima; il numero dei funzionari che ricevevano una retribuzione era enorme, così come era altissimo il costo dell’esercito di professionisti (che andava regolarmente retribuito). Si rese quindi necessario coniare la sua cassa personale accanto a quella pubblica aveva stabilito un doppio sistema di entrate e uscite, introdusse un doppio sistema di monetazione: riservò a se stesso il diritto di battere moneta d’oro e d’argento, lasciando al Senato quello di battere la moneta di rame.

La situazione creata dal duplice sistema di emissione, unita al grande impulso dato alla politica monetaria, portò con sé la necessità di mettere ordine nel sistema. A questo scopo si stabilì che un aurea (vale a dire la moneta d’oro dal peso di 1/40 di libbra) equivalesse a 25 denari d’argento e a 100 sesterzi di rame. La piccola borghesia, che si serviva prevalentemente dei denari, cercò di modificare il rapporto tra questi e gli aurei, al fine di far ottenere maggiore potere d’acquisto alla moneta d’argento; ma, come sempre, Augusto cercò di conciliare gli interessi della piccola borghesia e quelli del grande capitale e riuscì a evitare l’esplodere di una grave crisi.

Le riforme di Augusto interessarono anche la sfera sociale e familiare. La propaganda augustea, in particolare, sosteneva che i mali di Roma derivavano dall’abbandono delle antiche virtù e dalla decadenza dell’istituto familiare: i Romani, infatti, tendevano a sposarsi sempre più raramente, il numero delle nascite era in calo continuo, gli adulteri erano all’ordine del giorno. Per combattere questi fenomeni, Augusto, tra il 18 e il 9 a.C., fece votare una serie di leggi, dette leges Iuliae. Alcune di esse erano dirette a incrementare le nascite: prevedevano, infatti, l’obbligo sia per gli uomini che per le donne tra i venticinque e i sessantacinque anni di età di sposarsi con persone nei rispettivi limiti di età; forti limitazioni, nei testamenti e nelle eredità, per chi non aveva figli; premi in denaro per le famiglie numerose; maggiori libertà giuridiche ed economiche per le donne con più figli. Altre leggi, invece, tentavano di limitare gli adulteri attraverso l’introduzione di nuove pene pubbliche: l’adulterio non doveva più essere punito dal solo pater familias, ma diventò un crimine da scontare con l’esilio su un’isola e la confisca di metà del patrimonio; in alcuni casi l’adultero poteva essere ucciso dal padre della donna, mentre il marito poteva uccidere solo il complice della moglie e solo se apparteneva alle classi sociali più basse.

Tra coloro che subirono questi nuovi provvedimenti vi fu anche Giulia, figlia di Augusto e di Scribonia, nota per il suo comportamento licenzioso, che all’età di trentasette anni venne relegata dal padre in una villa sull’isola di Ventotene (allora chiamata Pandataria), dove restò sino alla morte. Senza far subire alla figlia un processo che avrebbe provocato uno scandalo eccessivo, Augusto fu costretto a prendere questa misura per dimostrare la serietà delle sue intenzioni. La legge sull’adulterio, infatti, veniva assai poco applicata.

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