pexolo di pexolo
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Nerva riuscì a pacificare gli animi, soprattutto all’insegna del suo successore designato; infatti, anziché scegliere uno dei tanti membri dell’aristocrazia romana, indicò come erede al trono Marco Ulpio Traiano (98-117 d.C.), che si dimostrò fin da subito il più autorevole dei generali romani, ma anche colui che per l’ultima volta accrebbe i confini dell’impero, acquisendo la Dacia, ricca di miniere d’oro (sebbene la via era già stata aperta da Domiziano, che aveva iniziato ad avere delle trattative diplomatiche ed in seguito delle campagne militari contro Decebalo, re della Dacia). Di origine spagnola, come poi fu anche Teodosio I, era un legato della Germania superiore e questa è una grande novità: fino ad allora si erano avuti soltanto imperatori di origine romana o, come la dinastia Flavia, italica; improvvisamente l’Impero si apriva ad una guida provinciale, perché all’aristocrazia romana provinciale apparteneva Ulpio Traiano, nato nella città di Italica, in Spagna (vicino a Siviglia). Dunque, il fatto che fosse un romano della provincia spagnola era sì una grande novità, ma la romanizzazione delle provincie era un fatto così profondo ormai da far percepire la cosa molto diversa: lingua, cultura e modo di vivere delle aristocrazie romane anche nelle provincie erano identici a quelli delle grandi famiglie senatorie a Roma o in Italia; anche l’impero provinciale era quindi così omogeneo da così esprimere un imperatore. Proprio perché la posizione di un provinciale esprimeva l’allargamento della classe dirigente romana, l’ascesa al trono di Traiano fu un fatto importante e il comportamento di questo imperatore passò alla storia come quello dell’optimus princeps, una sorta di ritorno all’eccezionalità augustea dopo le intemperanze di rampolli deviati delle due dinastie precedenti; Traiano seppe guadagnarsi il consenso generale: amato dalla plebe romana per la generosità delle distribuzioni, i dispendi di spettacoli e i magnifici monumenti che abbellirono la capitale, sostenuto dai provinciali per la sua origine provinciale, fu esaltato dagli uomini di cultura (fu sotto Traiano ed Adriano, suo successore, che gli intellettuali più importanti come Plinio vissero e scrissero), ma amato anche dal Senato proprio per il suo rifiuto delle cariche che prevedevano onorificenze eccessive e per il grande rispetto dato all’assemblea senatoria. Concretamente, allargò i confini inglobando la Dacia: rispetto alla politica di equilibrio e di pace dei suoi predecessori, egli cominciò di nuovo una politica aggressiva, rilanciando l’immagine di Roma conquistatrice; le campagne contro la Dacia furono due: la prima nel 101-102 d.C., con cui la Dacia fu ridotta a stato cliente, la seconda 105-106 d.C., in cui fu costituita la provincia di Dacia. Fu grazie alla provincializzazione della Dacia, all’incirca attuale Romania, che l’Impero visse uno dei periodi più felici della sua storia: nella seconda metà del II secolo, grazie all’oro che affluì nelle casse dello Stato dalle miniere daciche, fu attuata una nuova politica inflazionistica (inaugurata da Nerone) senza gravi danni per le casse dello Stato. La rivitalizzazione delle finanze pubbliche, permessa grazie a questa guerra, venne immortalata in uno dei monumenti più eccezionali che conservi Roma, la Colonna coclide che prende il suo nome, che prevedeva alcuni problemi di fruizione: alcune scene incredibili, che narrano in un ciclo avvolgente le due campagne contro la Dacia, sono tali da non essere fruite direttamente: progettata e fatta erigere nel foro (che prese il nome da Traiano) da Apollodoro di Damasco, grande architetto, celebrava le due campagne che permisero all’Impero di acquisire l’ultima grande regione ancora non romanizzata, la Dacia, retta dal re Decebalo. La seconda impresa fu attuata in Oriente, in primis contro il regno dei Nabatei (che occupavano l’attuale Arabia), che già allora controllavano indirettamente l’Impero perché ne dominava i traffici con l’Oriente (attraverso il mar Rosso e l’India); nel 106, subito dopo la fine della guerra in Dacia, in una campagna rapida e facile Traiano conquistò il regno dei Nabatei trasformandolo in provincia d’Arabia. A quel punto fu inevitabile confrontarsi con i Parti, contro cui Traiano riservò uguale aggressività, anche spinto presumibilmente da un grande desiderio di gloria, tale da poterlo raffrontare al grande mito di Alessandro Magno, mai superato né raggiunto; la campagna partica si verificò alla fine del regno, nel 115-117 d.C., fu preparata con cura ed ebbe presto clamorosi successi, tanto che Armenia e Mesopotamia furono entrambe conquistate e trasformate in provincie romane, dopo l’espugnazione di Ctesifonte (capitale della Mesopotamia). Tuttavia, dopo una fantastica partenza gli avvenimenti presero una piega diversa: la Mesopotamia si ribellò e gli eserciti ivi presenti dovettero dividersi per la coeva ribellione degli Ebrei, in quanto le comunità palestinesi, di Cirene, Cipro e Alessandria d’Egitto si ribellarono quasi contemporaneamente contro le autorità romane. Traiano, costretto a ripiegare per accorrere verso queste ragioni, nel 117 d.C. morì improvvisamente e tutte le sue conquiste andarono perdute: di nuovo, la frontiera romana fu segnata dal Tigri e dall’Eufrate (Armenia ed Assiria furono di nuovo tagliate fuori), mentre l’Arabia rimase provincia.

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