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Battaglia di Maratona

Dopo aver conquistato Eretria ed essere rimasti lì per qualche giorno, i Persiani navigarono verso l'Attica, per fare ad Atene ciò che avevano fatto ad Eretria, e, su consiglio di Ippia, sbarcarono a Maratona, ritenuta zona adatta a operazioni di cavalleria. Informati, gli Ateniesi, si diressero verso maratona, guidati da 10 strateghi, di cui il decimo era Milziade. Erodoto fa una piccola digressione parlando di come il padre di Milziade, Cimone, fu esiliato da Pisistrato e di come dopo la seconda vittoria olimpionica, ebbe la possibilità di tornare in patria, cedendo il titolo di vincitore a Pisistrato. Dopo essere tornato in patria, Cimone, riportò una terza vittoria olimpica, ma fu ucciso di notte per volere dei figli di Pisistrato, fu sepolto fuori dalla città, nella cava, e di fronte a lui le cavalle vincitrici di tre Olimpiadi. Milziade fu eletto stratega dagli ateniesi, per elezione del popolo, dopo essere tornato dal Cheroneso, sfuggito da 2 accuse da parte dei Fenici, i quali volevano catturarlo e condurlo dal Re, accusandolo di tirannide. Giunti a Maratona, gli Ateniesi non vogliono attaccare subito e mandano a Sparta Filippide, il quale giunse nella città il giorno successivo. Qui chiede ai magistrati spartani di andare in aiuto agli ateniesi; gli spartani accettano di aiutarli, ma dissero di non poterlo fare subito, per non trasgredire la legge, in quanto, essendo il nono giorno del mese, avrebbero dovuto aspettare il plenilunio per mettersi in marcia. Intanto, Ippia guida i barbari a Maratona e Erodoto racconta di come, nella notte precedente, Ippia sognò di dormire insieme alla madre e derivò da tale sogno che, dopo essere rientrato ad Atene e aver recuperato il potere, sarebbe morto di vecchiaia nella sua patria. Mentre faceva disporre le navi e l'esercito a Maratona, starnutì e tossì talmente forte da sputare un dente, che cadde nella sabbia e, non riuscendo a ritrovarlo, Ippia affermò che quella terra non sarebbe mai potuta essere assoggettata dai Persiani, dichiarando così realizzata la propria visione. Intanto i Plateesi accorsero in aiuto degli Ateniesi, in forza del loro patto di alleanza, per il quale avevano già affrontato per gli Ateniesi altre imprese. Erodoto racconta come essi giunsero a fare questa alleanza: inizialmente i Plateesi volevano allearsi con Cleomene, quindi con Sparta, ma questi risposero loro che, abitando lontano, l'alleanza non sarebbe stata efficace per i Plateesi e consigliano loro di fare piuttosto dedizione agli Ateniesi. Erodoto racconta come gli Spartani diedero questo consiglio non per benevolenza verso i Plateesi, ma perché volevano che gli Ateniesi trovassero difficoltà, impegnandosi con i Beoti. Di fatti, i Plateesi fanno questa alleanza con gli Ateniesi. Saputo ciò, i Tebani marciano contro Platea e gli Ateniesi accorrono in aiuto, ma, proprio mentre stavano per iniziare la battaglia, i Corinzi si posero in mezzo e cercarono di riconciliarli. I Corinzi allora se ne andarono e, mentre anche gli Ateniesi se ne andavano, i Beoti li assalirono e furono sconfitti. Dopo questa digressione, Erodoto torna a parlare della battaglia affermando come gli strateghi ateniesi avessero idee e progetti diversi: alcuni non volevano iniziare la battaglia, affermando di essere troppo pochi, mentre altri, tra cui Milziade, sostenevano invece di iniziare. Non riuscendo a decidere, la decisione definitiva fu affidata a colui che fu estratto a sorte come polemarco, Callìmaco. Erodoto riporta il discorso di Milziade a Callimaco, al fine di convincerlo a unirsi al suo parere, rendendo la patria libera intraprendendo la battaglia, poiché, scegliendo in modo contrario, non avrebbero potuto ottenere tutte le cose belle che Milziade gli ha descritto. Milziade convince Callimaco e si decide di attaccare. Una volta deciso, però, quando arrivava il giorno in cui ognuno doveva prendere il comando, anche coloro che erano favorevoli alla battaglia, tutti lo cedevano a Milziade; pur accettando, Milziade attaccò solo quando fu il suo giorno. Quando arrivò il suo giorno, Milziade fece schierare gli ateniesi in modo simile allo schieramento persiano: la parte centrale era debole, mentre furono rinforzate le ali, sia quella destra, guidata dal polemarco, sia quella sinistra, in cui erano schierati i Plateesi. Dopo il comando, gli Ateniesi si scagliarono di corsa contro i barbari; i Persiani, vedendoli avanzare così di corsa, li definirono "folli", in quanto erano pochi e non avevano né cavalleria né arcieri. Ma, nonostante ciò, gli Ateniesi combatterono in "modo degno di ricordo" e furono i primi a usare la tecnica dell'assalto di corsa contro i nemici. La battaglia di Maratona durò a lungo: al centro dello schieramento vinsero i barbari, ma, riguardo le ali, gli Ateniesi e i Plateesi presero il sopravvento, furono vincitori e combatterono anche contro quelli che avevano combattuto contro il centro del loro schieramento, e li sconfissero. Successivamente si dedicarono alla flotta e, ricorrendo al fuoco, tentarono di impadronirsi delle navi. Erodoto racconta come in questo combattimento morirono Callimaco, il polemarco, e altri ateniesi famosi. Gli ateniesi si impossessarono di 7 navi e, con le rimanenti, i barbari andarono via, ma avevano l'intento di dirigersi ad Atene, prevenendo gli ateniesi; secondo i Greci, i Persiani ebbero la possibilità di mettere in pratica il loro progetto grazie all'aiuto degli Alcmeonidi, facendo segno con lo scudo, mentre i Persiani erano già sulle navi. Gli ateniesi, però, riuscirono a giungere prima di loro, dopo una lunga camminata e si accamparono al tempio di Eracle, dopo essere stati al tempio di Eracle di Maratona. I Persiani, allora, fermarono le navi e tornarono verso l'Asia. Erodoto racconta come, in questa battaglia, morirono 192 ateniesi e 6400 barbari e racconta delle ferite riportate dagli ateniesi, in particolare di uno, di cui dice che non fu colpito in alcuna parte del corpo, solo agli occhi, e per questo rimase cieco. Tornando verso l'Asia, Dati, durante il sonno, ebbe una visione e, una volta, fatto giorno, fece ispezionare la nave e trovò una statua di Apollo coperta d'oro e navigò verso Delo, dove diede ai Delii il compito di riportare la nave ai Tebani, sul mare di fronte Calcide, ma dopo essere

ripartito, i Delii non restituiscono la statua. Una volta tornati in Asia, Dati e Artaferne conducono a Susa gli schiavi fatti a Eretria; successivamente essi furono mandati ad abitare nella regione Cissia, distante 210 stadi da Susa distanti 40 da un famoso pozzo che produce asfalto, sali, petrolio ed Erodoto racconta come queste sostanze venissero estratte dal pozzo. Intanto, 2000 spartani, dopo il plenilunio giungono in Attica, ma troppo tardi per la battaglia; nonostante ciò, essi hanno il desiderio di vedere i Medi a Maratona e lodano gli ateniesi per la loro impresa e tornano indietro verso Sparta.

Battaglia di Maratona

Dopo aver conquistato Eretria ed essere rimasti lì per qualche giorno, i Persiani navigarono verso l'Attica, per fare ad Atene ciò che avevano fatto ad Eretria, e, su consiglio di Ippia, sbarcarono a Maratona, ritenuta zona adatta a operazioni di cavalleria. Informati, gli Ateniesi, si diressero verso maratona, guidati da 10 strateghi, di cui il decimo era Milziade. Erodoto fa una piccola digressione parlando di come il padre di Milziade, Cimone, fu esiliato da Pisistrato e di come dopo la seconda vittoria olimpionica, ebbe la possibilità di tornare in patria, cedendo il titolo di vincitore a Pisistrato. Dopo essere tornato in patria, Cimone, riportò una terza vittoria olimpica, ma fu ucciso di notte per volere dei figli di Pisistrato, fu sepolto fuori dalla città, nella cava, e di fronte a lui le cavalle vincitrici di tre Olimpiadi. Milziade fu eletto stratega dagli ateniesi, per elezione del popolo, dopo essere tornato dal Cheroneso, sfuggito da 2 accuse da parte dei Fenici, i quali volevano catturarlo e condurlo dal Re, accusandolo di tirannide. Giunti a Maratona, gli Ateniesi non vogliono attaccare subito e mandano a Sparta Filippide, il quale giunse nella città il giorno successivo. Qui chiede ai magistrati spartani di andare in aiuto agli ateniesi; gli spartani accettano di aiutarli, ma dissero di non poterlo fare subito, per non trasgredire la legge, in quanto, essendo il nono giorno del mese, avrebbero dovuto aspettare il plenilunio per mettersi in marcia. Intanto, Ippia guida i barbari a Maratona e Erodoto racconta di come, nella notte precedente, Ippia sognò di dormire insieme alla madre e derivò da tale sogno che, dopo essere rientrato ad Atene e aver recuperato il potere, sarebbe morto di vecchiaia nella sua patria. Mentre faceva disporre le navi e l'esercito a Maratona, starnutì e tossì talmente forte da sputare un dente, che cadde nella sabbia e, non riuscendo a ritrovarlo, Ippia affermò che quella terra non sarebbe mai potuta essere assoggettata dai Persiani, dichiarando così realizzata la propria visione. Intanto i Plateesi accorsero in aiuto degli Ateniesi, in forza del loro patto di alleanza, per il quale avevano già affrontato per gli Ateniesi altre imprese. Erodoto racconta come essi giunsero a fare questa alleanza: inizialmente i Plateesi volevano allearsi con Cleomene, quindi con Sparta, ma questi risposero loro che, abitando lontano, l'alleanza non sarebbe stata efficace per i Plateesi e consigliano loro di fare piuttosto dedizione agli Ateniesi. Erodoto racconta come gli Spartani diedero questo consiglio non per benevolenza verso i Plateesi, ma perché volevano che gli Ateniesi trovassero difficoltà, impegnandosi con i Beoti. Di fatti, i Plateesi fanno questa alleanza con gli Ateniesi. Saputo ciò, i Tebani marciano contro Platea e gli Ateniesi accorrono in aiuto, ma, proprio mentre stavano per iniziare la battaglia, i Corinzi si posero in mezzo e cercarono di riconciliarli. I Corinzi allora se ne andarono e, mentre anche gli Ateniesi se ne andavano, i Beoti li assalirono e furono sconfitti. Dopo questa digressione, Erodoto torna a parlare della battaglia affermando come gli strateghi ateniesi avessero idee e progetti diversi: alcuni non volevano iniziare la battaglia, affermando di essere troppo pochi, mentre altri, tra cui Milziade, sostenevano invece di iniziare. Non riuscendo a decidere, la decisione definitiva fu affidata a colui che fu estratto a sorte come polemarco, Callìmaco. Erodoto riporta il discorso di Milziade a Callimaco, al fine di convincerlo a unirsi al suo parere, rendendo la patria libera intraprendendo la battaglia, poiché, scegliendo in modo contrario, non avrebbero potuto ottenere tutte le cose belle che Milziade gli ha descritto. Milziade convince Callimaco e si decide di attaccare. Una volta deciso, però, quando arrivava il giorno in cui ognuno doveva prendere il comando, anche coloro che erano favorevoli alla battaglia, tutti lo cedevano a Milziade; pur accettando, Milziade attaccò solo quando fu il suo giorno. Quando arrivò il suo giorno, Milziade fece schierare gli ateniesi in modo simile allo schieramento persiano: la parte centrale era debole, mentre furono rinforzate le ali, sia quella destra, guidata dal polemarco, sia quella sinistra, in cui erano schierati i Plateesi. Dopo il comando, gli Ateniesi si scagliarono di corsa contro i barbari; i Persiani, vedendoli avanzare così di corsa, li definirono "folli", in quanto erano pochi e non avevano né cavalleria né arcieri. Ma, nonostante ciò, gli Ateniesi combatterono in "modo degno di ricordo" e furono i primi a usare la tecnica dell'assalto di corsa contro i nemici. La battaglia di Maratona durò a lungo: al centro dello schieramento vinsero i barbari, ma, riguardo le ali, gli Ateniesi e i Plateesi presero il sopravvento, furono vincitori e combatterono anche contro quelli che avevano combattuto contro il centro del loro schieramento, e li sconfissero. Successivamente si dedicarono alla flotta e, ricorrendo al fuoco, tentarono di impadronirsi delle navi. Erodoto racconta come in questo combattimento morirono Callimaco, il polemarco, e altri ateniesi famosi. Gli ateniesi si impossessarono di 7 navi e, con le rimanenti, i barbari andarono via, ma avevano l'intento di dirigersi ad Atene, prevenendo gli ateniesi; secondo i Greci, i Persiani ebbero la possibilità di mettere in pratica il loro progetto grazie all'aiuto degli Alcmeonidi, facendo segno con lo scudo, mentre i Persiani erano già sulle navi. Gli ateniesi, però, riuscirono a giungere prima di loro, dopo una lunga camminata e si accamparono al tempio di Eracle, dopo essere stati al tempio di Eracle di Maratona. I Persiani, allora, fermarono le navi e tornarono verso l'Asia. Erodoto racconta come, in questa battaglia, morirono 192 ateniesi e 6400 barbari e racconta delle ferite riportate dagli ateniesi, in particolare di uno, di cui dice che non fu colpito in alcuna parte del corpo, solo agli occhi, e per questo rimase cieco. Tornando verso l'Asia, Dati, durante il sonno, ebbe una visione e, una volta, fatto giorno, fece ispezionare la nave e trovò una statua di Apollo coperta d'oro e navigò verso Delo, dove diede ai Delii il compito di riportare la nave ai Tebani, sul mare di fronte Calcide, ma dopo essere ripartito, i Delii non restituiscono la statua. Una volta tornati in Asia, Dati e Artaferne conducono a Susa gli schiavi fatti a Eretria; successivamente essi furono mandati ad abitare nella regione Cissia, distante 210 stadi da Susa distanti 40 da un famoso pozzo che produce asfalto, sali, petrolio ed Erodoto racconta come queste sostanze venissero estratte dal pozzo. Intanto, 2000 spartani, dopo il plenilunio giungono in Attica, ma troppo tardi per la battaglia; nonostante ciò, essi hanno il desiderio di vedere i Medi a Maratona e lodano gli ateniesi per la loro impresa e tornano indietro verso Sparta.

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