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Prime fasi della guerra del Peloponneso

Alla vigilia dello scontro gli schieramenti erano i seguenti: Sparta aveva dalla sua parte l’intero Peloponneso (ad eccezione di Argo e dell’Acaia), Megara, la Beozia, i Locresi, i Focesi, gli Ambracioti, i Leucadii e gli Anattori; mentre Atene poteva contare sulle città tributarie della lega Delio-Attica, su Plataiai, sui Messeni di Naupaktos, sulla maggior parte dell’Acarnania, su Corciria, Zacinto e sulla cavalleria dei Tessali.
Fin da subito i due schieramenti tentarono di fare ricorso alle altre potenze al di fuori della Grecia: gli Spartani non riuscirono ad ottenere l’aiuto di Siracusa a causa dell’azione di Atene che, fomentando gli scontri tra Calcidesi e Dori in Sicilia, impedì alle città siceliote di impegnarsi nella guerra del Peloponneso. Inoltre fu tentata anche un’alleanza con la Persia: sia Atene che Sparta tentarono invano (almeno per la prima parte dello scontro) di tessere dei rapporti amichevoli con il gran re, infatti la morte del re Artaserse impedì il raggiungimento di un’accordo tra le parti.

La prima fase della guerra è detta archidamica, dal nome del re spartano Archidamo che condusse a più riprese le armate peloponnesiache a devastare l’Attica a partire dal 431 a.C. Tuttavia altri furono gli eventi che decisero le sorti della prima fase della guerra: la presa di Pilo da parte degli ateniesi, guidati da Demostene, e il blocco di 500 opliti spartani a Sfacteria, da un lato, implicavano una grave minaccia per la Laconia e aumentavano le possibilità di insurrezioni degli ilioti; dall’altro la rivolta della penisola Calcidica e della Tracia, sostenute militarmente dal re spartano Brasida, portarono alla perdita di importanti città tributarie della lega Delio-Attica come Anfipoli, caduta nel 423 a.C.
Si giunse all’accordo per la pace solo due anni più tadi, quando il partito della pace prese il sopravvento sia a Sparta che ad Atene a causa della morte in Tracia di entrambi i fautori della guerra: Cleone e Brasida. Le cause principali che portarono alla pace di Nicia furono però la devastazione agraria generata dalle invasioni archidamiche e la grave crisi demografica spartana.
Le condizioni di pace prevedevano che le due potenze avrebbero restituito tutti i territori conquistati, tuttavia Tebe non restituì Plataiai perché si era consegnata spontaneamente, mentre Atene tenne per sé il porto di Megara per lo stesso motivo. Inoltre questo trattato ebbe un esito confuso: irritati per le difficoltà degli Spartani nel restituire la Tracia e la Calcidica, gli Ateniesi decisero di tenere Pilos.
Durante il periodo di pace, le due potenze si trovarono ancora una volta l’una contro l’altra a Mantinea nel 418, dove gli Spartani sconfissero gli Argivi supportati dagli Ateniesi; inoltre nel 416 questi ultimi assediarono l’isola di Melo perché, essendo colonia spartana, si era dichiarata neutrale allo scontro. Questo scontro è citato in un famoso passo del V libro delle storie di Tucidide, dove egli oppone il “diritto di forza” ateniese alla “forza del diritto” dei Meli.
La seconda fase della guerra si svolse in Sicilia a partire dal 415, quando Atene, spinta dalla fazione di Alcibiade, intervenne in favore di Segesta, attaccata dall’alleata di Siracusa Selinunte. La spedizione ateniese si convertì immediatamente in un disastro; ancor prima di partire Alcibiade, coinvolto nello scandalo delle Erme, fu condannato all’esilio; inoltre i restanti capi si preoccuparono più dell’assecondare il popolo piuttosto che delle necessità dell’esercito in Sicilia. Altre cause di questa sconfitta fu l’obbiettivo imperialistico di Atene, che le tolse molti possibili alleati, e l’indifferenza di Cartagine allo scontro. L’esito dello scontro infatti fu il massacro delle truppe in ritirata da Camarina verso il porto grande di Siracusa e la cattura di quelle presso il fiume Anassìnaros.

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