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L'età della ragione


Nel corso del Settecento l’ideologia illuminista si propagò dalla Francia - che ne fu la culla - a più parti d’Europa, anche attraverso la corrente nota come “assolutismo (o dispotismo) illuminato”, che condizionò favorevolmente le case regnanti. In Italia città come Milano (controllata direttamente dall’Austria) e Napoli divennero importanti centri di rinnovamento culturale e diedero spazio all’opera di intellettuali in sintonia con il pensiero illuminista. In particolare si ricordano, oltre a Parini e Alfieri, Pietro Verri, Cesare Beccaria e Carlo Goldoni.
Verri e Beccaria furono tra i principali esponenti dell’Illuminismo milanese; lavorarono entrambi ad una delle prime riviste italiane (Il Caffè) e scrissero diverse opere dai tratti tipicamente illuministici (di Beccaria si ricorda, in particolare, Dei delitti e delle pene). Goldoni fu, invece, un affermato commediografo, il principale artefice dello sviluppo a cui pervenne la commedia settecentesca. Con l’intento di restituire il teatro alla letteratura, sottraendolo alle compagnie teatrali, Goldoni impose la recitazione da testi scritti e s’impegnò per trasmettere, nelle rappresentazioni, la vivacità e l’arguzia tipiche della commedia artistica.

«Eclettismo» (Denis Diderot) dall’Enciclopedia


La definizione enciclopedica mostra il carattere distintivo della ricerca galileiana, e cioè l’applicazione, anche in ambito filosofico, di quel modello operativo di analisi dei fatti che è ormai la forma di conoscenza più diffusa. Non a caso Diderot ne segue la procedura tipica, esponendo con chiarezza e in modo sequenziale i passaggi svolti dal filosofo eclettico nella formulazione delle sue teorie (“quando ha esaminato ed ammesso un principio… Nel primo caso… nel secondo… nell’ultimo caso. Ecco il metodo…”). La pratica innovativa, tuttavia, non distoglie l’autore da una posizione di disponibilità verso la verifica scrupolosa di ogni nozione o principio. Come già Galileo e, tra gli altri, lo storiografo Muratori, egli non intende opporsi al sapere tradizionale ma vuole sottoporlo, come ogni altro fenomeno, al rigoroso metodo scientifico.
La volontà di generalizzare tale metodo riconduce, inoltre, ad un carattere fondamentale dell’ideologia illuminista a cui Diderot aderisce, l’abitudine, cioè, a credere che il mondo sia il risultato di forze che nascono ed agiscono esclusivamente al suo interno. In questa visione ateista e materialista, Dio, quale forza esterna, è confinato a un ruolo non indispensabile per spiegare i fenomeni (i supposti “miracoli”) della natura.

Il primo che, cinto un terreno, affermò «questo è mio» (Jean-Jacques Rousseau) dal Discorso sull’origine della disuguaglianza


Rousseau indaga sull’origine dell’organizzazione sociale dell’uomo ed esprime un giudizio fondamentalmente negativo sulla sua evoluzione. Egli ritiene che l’uomo abbia vissuto nel passato uno stadio di sviluppo “felice”, quand’era ancora abbastanza vicino alla natura da riconoscere i bisogni essenziali, ma sufficientemente progredito per soddisfarli. Secondo Rousseau ogni successivo avanzamento (progresso) ha distratto l’uomo da tale condizione, in quanto basato su bisogni accessori e artificiosi. Si è così creata un’organizzazione efficace dal punto di vista produttivo ma alienante sul piano culturale, poiché l’uomo ha smesso di percepire i bisogni autentici per intraprendere la ricerca di impossibili soddisfazioni.
Tuttavia, Rousseau afferma che lo scavo interiore, l’esame più onesto degli stati d’animi “irrazionali”, dei ricordi e delle fantasticherie, proprio perché estraneo alla razionalità che incatena l’uomo al suo rigido ruolo sociale, può aprire a una nuova dimensione di vita. Perché ciò sia possibile è però necessario essere consapevoli della parzialità dei fini perseguiti dall’organizzazione civile e razionale della vita sociale. Questa è infatti costruita attorno ai privilegi “innaturali” e ingiusti degli uomini più avidi, che pretendono la “naturalità” di quel diritto di proprietà che ha snaturato, in origine, la vita dell’uomo, aprendo la strada al dominio di prevaricazione e violenza.
Il saggio, che per Rousseau sa elevarsi oltre i preconcetti dell’organizzazione sociale, rappresenta l’atteggiamento politico ed esistenziale su cui dovrebbe basarsi un approccio alla vita più attento ai bisogni autentici, e dunque alla sensibilità e ai sentimenti. La ricerca dell’autenticità è, comunque, una via personale (intrapresa dallo stesso Rousseau nella sua opera): dalla critica all’organizzazione sociale nasce, cioè, quell’individualismo romantico che ancora oggi segna il rapporto tra l’individuo e la società, basata sui presupposti innaturali dello sviluppo.

«Fine delle pene» e «Della pena di morte» (Cesare Beccarla) da Dei delitti e delle pene


Beccaria riflette sul significato delle condanne e dimostra con metodo l’insensatezza della pena di morte, i cui effetti in favore della giustizia e dell’ordine civile sono, a suo dire, di scarsa utilità. Per quanto drastica, la pena capitale è infatti un rapido espediente, e come tale è percepita da chi vi è destinato come da chi vi assiste. Più efficace è, invece, la condanna alla detenzione, che priva il reo della propria libertà ed è un esempio durevole agli occhi di chiunque.
La fortuna e la sorprendente attualità del testo di Beccaria derivano in special modo dalla chiarezza dei passaggi logici della sua dimostrazione e dalla capacità di intrecciarli ad indicazioni di ordine sentimentale. Il discorso assume così un’efficacia persuasiva particolare, cui si aggiunge il potere drammatico della forma dialogica, sfruttata da Beccaria per porre il lettore nei panni del delinquente di fronte alle diverse pene disponibili. Altrettanto efficace è poi il coraggioso nesso tra la reazione del delinquente alla pena capitale e la denuncia delle disparità sociali contemporanee all’autore, che per i più (gli oppressi) sono motivo di disperazione e (potenzialmente) di ribellione.
A fianco della riflessione sulle condanne emerge, dunque, la volontà, del tutto illuminista, di applicare alla società criteri razionali e “naturali” che la rendano per tutti più eguale e omogenea. Non si nascondono, al lettore, le difficoltà che “i pochi saggi sparsi sulla terra” incontreranno nell’attuare tale trasformazione, e quindi si profila il bisogno di analizzare quegli strati profondi dell’animo umano ove hanno luogo sentimenti come il troppo diffuso desiderio di vendetta.

«Che cos’è questo “Caffè”?» (Pietro Verri) dal Caffè, articolo di apertura del primo numero del periodico (Giugno 1764)


Il “Caffè” è per il suo tempo una novità letteraria notevole, poiché instaura tra l’intellettuale e il pubblico un rapporto amichevole, fondato sul rispetto reciproco e sulla disponibilità al confronto.
La “bottega del caffè”, descritta nell’articolo, è un’ambientazione fortemente simbolica: è il luogo preferito dagli uomini aperti al progresso e alla conoscenza, dove pretese e presunzioni non trovano spazio. Da qui l’immagine della bottega illuminata la notte, mentre intorno regna l’oscurità, e lo sfavillio multicolore delle candele, ad indicare la varietà dei temi suscettibili alle conversazioni che lì hanno luogo.
Il discorso è condotto dall’autore, che tuttavia si limita ad osservare e riferire i fatti, senza pretendere di far lezione. Il lettore può così determinare torti e ragioni, e prendere idealmente parte alle conversazioni in base alle sue sole preferenze. Almeno due occasioni, nel brano, mettono in luce tale condizione: il discorso sulla figura particolare del caffettiere Demetrio e l’opposizione cordiale tra due avventori, il “giovane studente di filosofia” e il “curiale” (l’ecclesiastico). Inizialmente si pone la scelta tra i modi di vestire orientale e occidentale come un semplice fatto di gusto individuale, una piccola mania di originalità. Ma l’autore, ben presto, dimostra l’insensatezza del concetto di moda e l’inesistenza di un modo di vestire “naturale”. Non si tratta più, dunque, di una scelta estetica, ma di un criterio razionale di praticità, per via del quale la figura stessa del caffettiere Demetrio risulta equilibrata, responsabile e dignitosa. Egli è, peraltro, la rappresentazione del perfetto illuminista, consapevole di appartenere ad una cerchia di uomini nuovi, diffusi nel mondo oltre ogni distinzione etnica. La sua è, pure, una minoranza attiva tra i tanti intellettuali presuntuosi che, come il “curiale” del brano, ostentano un’infondata sicurezza di se. Ma in questo caso, sono i fatti e non tanto lo “studente di filosofia” a dimostrare l’errata posizione dell’uomo.

Giuseppe Parini (1729-1799)


Biografia: Giuseppe Parino (che più tardi scelse di chiamarsi Parini) nacque nel 1729 a Bosisio, in Brianza, da una famiglia di modeste condizioni. Dopo i primi studi fu condotto a Milano presso una prozia, che morendo gli lasciò una piccola rendita annua perché si orientasse alla vita religiosa. Così, il giovane Parini, pur senza vocazione intraprese la carriera ecclesiastica, e nel 1754 fu ordinato sacerdote. Nello stesso periodo compose la sua prima raccolta di liriche (Alcune poesie di Ripano Eupilino), che gli valse una certa notorietà e l’ammissione all’Accademia milanese dei Trasformati. L’Accademia era un florido centro culturale della Milano austriaca. Vi conveniva la nobiltà aperta all’Illuminismo, ma più moderata rispetto ai polemici ed eversivi membri della Società dei Pugni (i fratelli Verri o Cesare Beccarla). Parini incontrò, presso l’Accademia, un ambiente culturale che rispondeva ai suoi orientamenti ideologici e letterari, e cioè ad una produzione che conciliasse le esigenze della società moderna, civilmente impegnata, e la tradizione classica.
Parini collaborò assiduamente alle attività accademiche, e parallelamente fu precettore dei figli del duca Gabrio Serbelloni e, in seguito, del giovane Carlo Imbonati. Il contatto con l’ambiente nobiliare lo ispirò nella composizione del Giorno, una rappresentazione satirica dell’oziosa aristocrazia milanese. Benché pubblicati anonimi, i poemetti Il mattino e Il mezzogiorno gli furono subito attribuiti, e gli valsero prestigio presso il governo austriaco filoillluminista di Milano.
Parini ricevette l’incarico ufficiale di direttore della “Gazzetta di Milano”, quindi di docente presso la di lì a poco Accademia di Belle Arti di Brera. L’incontro con emergenti personalità dell’arte neoclassica, come l’architetto Francesco Piermarini, lo influenzò profondamente e lo spinse a incarichi nuovi, come la decorazione di palazzi o la stesura di scenografie teatrali.
Quando, però, alla regina Maria Teresa d’Austria subentrò il figlio Giuseppe II, l’assetto istituzionale di Milano fu sconvolto, e il campo delle arti umanistiche fu sacrificato in favore della scienza. Parini, per questo, interruppe le attività ufficiali di intellettuale militante. Scoppiata la Rivoluzione francese fu in un primo tempo favorevole agli eventi, ma allo scatenarsi del Terrore assunse posizioni sempre più negative. Con sdegno reagì all’avvicendarsi, a Milano, del governo francese con quello austriaco. Nel 1799, composto un ultimo sonetto in ringraziamento di Dio (per aver restituito Milano all’Austria, al crollo della Repubblica Cisalpina), morì.

Pensiero: La figura di Parini si colloca tra gli intellettuali che, nel Settecento, servivano alle corti dei sovrani ispirati dal riformismo illuminista. In obbedienza al clima culturale del tempo, Parini fu ostile ad ogni forma di fanatismo spirituale, mal giudicò la Controriforma ecclesiastica, l’oscurantismo e gli empi conflitti religiosi mossi da quest’ultima. Tuttavia egli credette sempre nella religione come freno indispensabile alle passioni umane, e come principio dell’ordinata convivenza civile. Respinse, dunque, indignato le posizioni antireligiose dell’Illuminismo francese, ma d’altro canto ne accolse con favore i principi egualitari, che riconoscevano l’originaria parità degli uomini. Parini fu avverso ad ogni forma di umiliazione e sofferenza umana, e si convinse del dovere fondamentale che ogni individuo doveva rivolgere a tutti i suoi simili. Da ciò scaturì il sentimento antinobiliare del poeta, la critica che egli raccolse nell’opera satirica intitolata Giorno. L’aristocrazia oziosa non si curava del bene pubblico ma del suo proprio, frivolo piacere, e noncurante dei valori umani recava danno alla società (il nobile è colui “che da tutti servito a nulla serve”). Tuttavia Parini riconobbe che in passato la nobiltà aveva avuto utili funzioni sociali, come difendere la patria in guerra o curarsi di affari amministrativi e giuridici. Il suo obiettivo era in sintonia con le riforme dell’assolutismo illuminato austriaco: voleva combattere i privilegi feudali delle classi agiate e indirizzarle a un reinserimento produttivo nel corpo sociale.
Dinanzi alla scienza Parini fu sì entusiasta di scoperte ed invenzioni, e come i molti intellettuali del tempo riconobbe in esse una concreta possibilità di progresso. Ma egli deplorò il fatto che la scienza fosse divenuta una moda dei salotti aristocratici. Inoltre si oppose a quel processo di riduzione della letteratura a fini esclusivamente pratici. L’utile doveva sempre mescolarsi al dolce e “lusinghevol canto”, secondo i dettami comunque validi della tradizione classica.
In effetti Parini fu estremamente moderato in ogni sua posizione, e pur approvando la moderna cultura si rifece sempre, come poi i neoclassicisti, alla tradizione letteraria. Anche in campo economico egli si trovò in disaccordo con gli Illuministi più decisi (su tutti il gruppo del “Caffè”), che propugnavano inflessibili commercio e nuova industria. Parini, al contrario, rispettò sempre il valore dell’agricoltura tradizionale, che (come i fisiocratici) riteneva fonte di ricchezza morale perché presupposto di una vita semplice, sana e felice, a contatto con la natura. Il poeta, nato in campagna e perciò affezionato ad essa, era altresì preoccupato dall’incontrollata estensione dei commerci, che minacciavano di incrementare lusso e corruzione.

La salubrità dell’aria (Giuseppe Parini)dalle Odi


La poesia è costruita sull’opposizione tra campagna e città, che sono rispettivamente il polo positivo e il polo negativo del componimento. Fin dai primi versi, pertanto, vi si alternano con studiato equilibrio l’elogio alla campagna (la Brianza dove Parini è nato) e la condanna dell’ambiente cittadino (la Milano in cui il poeta è a lungo vissuto). Entrambi gli ambienti sono definiti col fare metodico e razionale della “scienza illuminata”. La campagna, in particolare, è colta concretamente nei suoi aspetti fisici e fisiologici, e non secondo l’ottica, leziosa e sommaria, del “luogo ameno” arcadico.
Sul fronte opposto, nel criticare il clima cittadino, le risaie stagnanti, il fango fetido e gli effetti nocivi che ne derivano, Parini non si limita a una condanna di ordine morale. Egli individua responsabilità precise e circostanziate negli speculatori che, avidi di profitto, estendono i raccolti insalubri fino alle porte dei centri urbani. Da qui emerge il tipico carattere illuminista dell’impegno civile, fondato sulla fiducia nella ragione quale strumento utile all’annullamento dei mali della società.
Dall’ottava strofa l’opposizione tra campagna e città si traduce nel confronto tra i contadini rurali dal “bel volto giocondo / fra il bruno e il rubicondo” e i coltivatori di riso dai “mortali pallori”. Parini si dimostra sensibile al valore dell’agricoltura naturale, perché attività finalizzata al benessere collettivo e in contatto diretto con la natura stessa. Definiti “la beata gente” i contadini delle campagne sono, quindi, mitizzati dal poeta, che vede in loro l’espressione di una vita serena e salutare. Egli li celebra col fare del letterato tradizionale, che sogna d’essere “sotto ad una fresc’ombra” con la “mente sgombra”, e quasi ne ignora le condizioni che al tempo erano ben misere.
Un contrasto simile emerge nei versi successivi, quando Parini definisce la sua campagna “innocente”. Il termine vuole chiaramente rifarsi alla condizione originaria dell’uomo, e più precisamente allo scenario biblico dell’Eden, mito di beatitudine e di serenità sgombra da ogni affanno. Tale interpretazione trova peraltro riscontro nella definizione di città “superba” impiegata in seguito dal poeta. L’aggettivo identifica l’ambiente urbano nell’impresa folle della torre di Babele con cui gli uomini sfidarono il cielo, e lo contrappone allo scenario edenico già evocato. La città nata nella colpa, ricerca perversa di grandezza e materializzazione di un peccato di superbia, è del resto una visione ricorrente nella cultura settecentesca, che ne ritiene i mali la giusta punizione. D’altra parte la posizione dell’intellettuale illuminista che si batte per il miglioramento della società, riporta Parini alla condanna circostanziata e diretta delle strofe precedenti. Ora, però, il poeta vi adduce una connotazione sociale, e polemizza dei nobili e del loro scarso rispetto per la vita umana.
Le ultime due strofe forniscono la dichiarazione dei princìpi seguiti dal poeta nella particolare fase della sua produzione. Egli persegue l’utile (“ognor l’util cercando”), cioè affida alla poesia il compito di diffondere la ragione, e si oppone alla scrittura come vuoto esercizio letterario. L’utile, tuttavia, non è il fine esclusivo: la poesia di Parini è supporto di un’operazione pratica, sociale, ma anche conserva il “lusinghevol canto”, ossia il gusto delle immagini e delle sensazioni vive che i versi devono comunicare. Pur trattando di materie impoetiche, di particolari crudi come i fanghi ammorbanti, il letame, le carogne, Parini le riveste di un linguaggio aulico come a legittimarle, per aderire alla dignità del “canto” letterario. Si dimostra, così, poeta tradizionale, che pur aderendo allo spirito riformatore del suo tempo non può mancare di attenersi alle forme più classiche della poesia. Solo a tratti l’entusiasmo per le scienze e la loro divulgazione induce Parini a impiegare termini inconsueti (“polmone”, “atomi”, “sali”), oppure a far uso di immagini fortemente fisiche, volte a smuovere l’animo umano (“polmon capace”, “etere vivace”).

Il giovin signore inizia la sua giornata (Giuseppe Parini)da Il Mattino


Nel Giorno Parini è il precettore del giovane aristocratico, cui vuole insegnare il modo di riempire le sue giornate vuote e oziose. Questi è infatti inutile alla società: rifiuta le armi per vigliaccheria, gli studi per pigrizia, e in ambo i casi adduce scuse a dissimulare la sua inerzia.
Nei primi versi de Il Mattino Parini tratta, in particolare, il risveglio del “giovin signore”, ed avvia un gioco di contrapposizioni tra quest’ultimo e i “veri” lavoratori del tempo.
La prima opposizione vede protagonista il tipico agricoltore, la cui giornata inizia sullo sfondo luminoso della natura a rendere il senso di una vita sana e produttiva (il sole che rende “lieti” animali, piante, campi e onde). Parini intesse una trama di espressioni e di forme verbali per evocare l’idea del calore familiare (“buon villan”, “caro letto”, “fedel sposa”), quindi consacra il valore altissimo del lavoro tra i nomi di divinità antiche (“sacri arnesi / che prima ritrovar Cerere e Pale”).
Con l’entrata in scena del nobile, che secondo il costume del tempo stravolge e degrada i sacri valori umani, la prima opposizione dà luogo alla successiva, nella quale la figura del contadino, lavoratore di campagna, è sostituita dal fabbro, lavoratore di città. Questi è meno ricco di connotazioni simboliche, ma come l’agricoltore è nobilitato attraverso la mitologia (Parini paragona la sua officina “sonante” all’antro di Vulcano nelle viscere dell’Etna). Il suo esempio di dignità e umiltà è ancora usato dal poeta per criticare il “giovin signore”, cui questa volta attribuisce una descrizione comica e grottesca (i capelli irti “qual istrice pungente” al momento del risveglio).
L’immagine stride con i versi successivi, nei quali Parini torna alle campagne, non più per esaltarle, ma per fermarsi sull’ingrata durezza del lavoro che lì viene praticato. L’abnegazione e il senso del dovere sono virtù dell’uomo umile, che non lavora per scelta ma per pura necessità. Due espressioni, in particolare, sono usate da Parini per esaltare questa condizione: “male agiate piume” e “come dannato è a far l’umile vulgo”. La prima racchiude la critica del poeta all’insensibilità del nobile, che ignora nel suo comodo letto il disagio di chi riposa su giacigli di paglia o granturco. La seconda, invece, vuole esprimere un doppio significato, l’ottica del nobile, per cui il contadino è meritevolmente condannato alla povertà, e il punto di vista di Parini stesso, per cui la vita misera dell’agricoltore è una condanna ingiusta.
Per deridere gli atteggiamenti della nobiltà Parini adotta il processo ironico dell’antifrasi, che consiste nell’affermare il contrario di ciò che si vuole intendere. In pratica, il poeta finge di ammirare il giovin signore e di volerlo celebrare con immagini iperboliche. Ma proprio la sproporzione che si crea tra tali immagini e l’oggetto del discorso, mette in rilievo tutta la negatività di quest’ultimo (l’immagini del nobile che sul suo carro percorre le strade di notte preceduto dalle “tede delle Furie anguicrinite” fa risaltare, per contrasto, la reale meschinità di una corsa inutile).
Per lo stesso procedimento adottato, Parini non si attiene rigidamente alla veste di precettore del nobile, ma assume il suo punto di vista, fa propri i suoi metri di giudizio e lo asseconda in ogni suo gusto. Dunque l’immagini che emerge del giovin signore, e più in generale dell’aristocrazia settecentesca, è un’immagine positiva, grandiosa. Ciò nonostante Parini stesso suggerisce al lettore l’inesattezza di tale immagine, attraverso la descrizione di una realtà effettiva fortemente avversa al quadro inizialmente proposto. Si definisce, così, la figura astratta e subliminale dell’autore implicito (Parini), che alle spalle del precettore (il narratore inattendibile che esalta la nobiltà) mostra al lettore la vera realtà dei fatti.
Il processo ironico pariniano ha un’unica eccezione nei versi finali, dove si afferma che Cortés e Pizzarro (noti Conquistadores) abbatterono regni interi per assicurare le delizie del caffè e del cioccolato alla nobiltà. Quella che potrebbe sembrare un’iperbole in linea con le precedenti, è invece l’espressione di una verità tragica e vergognosa: le feroci conquiste degli europei in America risposero, in effetti, all’esigenza di fornire merci preziose alle classi agiate del Vecchio Continente. Qui l’ironia di Parini muta in polemica e feroce sarcasmo, per il disprezzo della vita umana che tali vicende avevano messo in luce.

La «vergina cuccia» (Giuseppe Parini)da Il Mezzogiorno


Trascorsa la mattinata, il giovin signore si reca a pranzo da una nobile dama, dove si tiene un episodio emblematico della corruzione nobiliare.
I versi inizialmente ritraggono il commensale vegetariano, e mostrano quanto la sua apparente squisitezza d’animo sia, in realtà, un’ostentazione snobistica. La padrona di casa ricorda, quindi, il giorno funesto in cui la sua cagnetta (la “vergine cuccia”) fu lanciata nella polvere da un cameriere (poi opportunamente punito). Qui emerge la crudele ipocrisia di chi si sdegna per le sorti delle bestie ed è invece indifferente alla condizione umana, nella fattispecie al servo costretto a mendicare sulla strada per aver colpito la cagnetta.
In questa fase il racconto è condotto dal punto di vista della dama, secondo lo schema abituale dell’ironia pariniana, che assume l’ottica del mondo rappresentato per meglio esaltarne la negatività, grazie al contrasto che si determina con la realtà oggettiva. Perciò l’episodio appare quasi drammatico, nel ricordo della nobildonna. La cagnetta è divinizzata, come fosse una creatura mitologica (“alunna” delle Grazie); si minimizza il morso che ella diede al servo, viceversa quest’ultimo è “sacrilego” poiché osò sfiorarla col suo piede “villano”.
Quando poi si narra degli altri servitori che, accorrendo, erano mesti e tremanti per l’accaduto, la prospettiva del racconto si sdoppia: da un lato la dama crede la servitù partecipe del misfatto perpetrato ai danni della cagnetta, dall’altro i servi sono in realtà scossi dalle terribili conseguenze che colpiranno il loro compagno. Quella che inizialmente è una commedia muta così, progressivamente, verso il dramma, e la narrazione assume un’improvvisa serietà. La cagnetta che corre in braccio alla padrona sembra quasi chiedere vendetta, come una divinità offesa. E la frase “tu vendetta avesti, vergine cuccia de le Grazie alunna” conferma ciò che di fatti avvenne, pur vibrando di sdegno per la disumanità usata nei confronti del servo. A questo punto, infatti, la narrazione abbandona del tutto l’ottica della dama, ed è Parini stesso a condurre i versi con nefasta serietà. Egli è colmo di commozione umanitaria per il domestico lasciato per strada, nell’impossibilità di occuparsi altrove perché le dame “pietose” (il termine è fortemente sarcastico) mai lo assumerebbero.
L’episodio, infine, si chiude sull’immagine della cagnetta, non più vezzosa alunna delle Grazie ma sinistro idolo placato dalle vittime umane (la figura della nobiltà).

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