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Alfieri - La Vita scritta da Esso


Nella sua Autobiografia, la vita, Alfieri racconta se stesso: questo genere è importante nell’Illuminismo in quanto raccontare la propria vita ha il fine di affermare se stessi come esseri umani in quanto pensanti. Come la tragedia, anche l’autobografia mette in risalto l’aspetto psicologico: studia se stesso per indagare la sua identità.
Un’opera del genere rappresenta un exemplum, in quanto si propone un insegnamento attraverso le proprie gesta.
Sono presenti dei riferimenti al contesto in cui vive, in quanto gli autori non ne sono mai distaccati e perché è giustificazione del suo “io”: è in un certo modo e si comporta in tal maniera perché vive in quel determinato periodo storico.
Per questo genere si ispira al modello Petrarchesco di un poetare che muta, perché è una via di mezzo tra l’Umanesimo e il Rinascimento e rappresenta una propensione inconsapevole perso ciò che viene dopo come per Tasso, che anticipa il Barocco pur essendo nel Rinascimento, e Alfieri stesso che da illuminista anticipa valori neoclassici.

La vita scritto da Esso

Il termine irrequietezza è fondamentale, una parola chiave, in quanto i personaggi delle tragedie si muovono per via di un conflitto interiore, dunque è presente il ritorno del topos letterario del dissidio interiore, e così fa anche il poeta, in quanto l’irrequietezza è propria di coloro che guardano oltre e non accettano i canoni.
Tra i versi 7 e 8 emerge l’idea di infinitezza fornita dal mare e il cielo che non hanno confini (o meglio, che li hanno ma sono immensi), anticipazione degli ideali romantici di Leopardi come il senso di piccolezza rispetto al mondo e all natura.
Il primo rigo rappresenta una dichiarazione poetica perché individua le diverse occupazioni di Alfieri oltre al teatro.
Da questa sezione dell’opera, che è una sorta di diario di bordo, cui emergono:
lo stile della prosa, che non è per forza formale in quanto l’autobiografia è un genere soggettivo e a misura d’uomo
il senso di infinito fornito dagli elementi naturali
la consapevolezza poetica dell’autore (che rappresenta un motivo di vanto), che si evince dalla sua affermazione secondo la quale, avendo avuto i mezzi, avrebbe potuto comporre un testo (poetico o prosaico) in qualsiasi lingua, a seconda del luogo in cui si trovava (per esempio in Francese, dato che si stava recando in Marsiglia)
l’irrequietezza interiore, soprattutto tra i versi 11-12, messa in evidenza dal parallelismo con la frenesia di Parigi, che a livello retorico ha doppio valore perché è data sua dalla frenesia di Alfieri, che era ansioso di viaggiare e spostarsi, sia dal fermento che trasmette la città perché è culla dell’Illuminismo, non piatta ma vivace, viva culturalmente, dove si concretizzerà vent’anni dopo la rivoluzione francese. Emerge attraverso più sostantivi, “frenesia”, “fuggitivo” e “furore”, che appartengono a una stessa sfera semantica in quanto è frenetico perché non riesce a stare fermo ed è mosso da entusiasmo nel voler conoscere altro.
il riferimento al contesto religioso, dato anche dallo spostamento della sede papale e dunque al decentramento del fulcro della religione
il riferimento al modello del poeta, Petrarca, che identifica in stile barocco (perché carico) come NOSTRO, attraverso un plurale maiestatis, perché un’intera umanità si identifica in lui, e DIVINO perché rappresenta l’ esempio, a livello linguistico, di maggiore spicco per l’autore che ci si ispira per scrivere
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