Concy_x di Concy_x
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Nasce ad Asti nel 1749 da una famiglia aristocratica e muore a Firenze nell 1803, per cui valica i limiti del nuovo secolo.
Nel 1758 venne mandato nella Reale Accademia di Torino, dalla quale uscì nel 1766 e di cui non tollerò mai la disciplina. Infatti, la sua vita infatti fu sempre segnata da una costante vocazione alla libertà, ma questo ideale di libertà non poté mai considerarsi totalmente compiuto, pur segnandolo dalla gioventù in poi.
Uscito dall'Accademia cominciò una serie di viaggi in Italia e in Europa, alla ricerca del luogo ideale e dell'amore, spinto da un'irrequietezza e un'inquietudine tipicamente preromantiche. È durante questo periodo che si avvicina al mondo teatrale e alla letteratura, scrivendo in francese (poiché è nato nel Piemonte sabaudo) le sue prime opere "l'Esquisse du jugement universel" e il "Journal".
Successivamente, decise di seguire un processo di "spiemontizzazione", abbandonando il francese, in modo tale da smettere di essere un servo del Piemonte e diventare italiano; difatti, perfezionò il suo italiano, per acquisire l'italianità anche della lingua, e trovò la sua nuova patria a Firenze, dove incontrò anche la sua compagna ideale, la contessa d'Albany.

Nel 1780 si trasferì a Roma, poi nel 1785 nell'Alsazia francese, dove si avvicinò alla rivoluzione, per poi rimanerne deluso, evento che segnò la sua coscienza.
Nel corso della sua produzione artistica scrisse trattatelli, come il "De Tirannide" (1777) nel quale dimostra la sua impossibilità di conciliazione con la tirannide, nel 1789 le Rime, dalle quali emerge la sua concezione preromantica e il suo essere anti-illuminista, poiché secondo Alfieri solo il poeta può illuminare l'uomo, partendo tutto dalla grandi personalità e non dalla razionalità. Ma ciò che Alfieri concepisce come il "nobile lavoro" è la composizione delle tragedie, che rielabora sul modello classico e nel quale si concentrano le due anime neoclassica e pre-romantica. Il significato del neoclassicismo di Alfieri è l'incontro con le "Vite Parallele" di Plutarco, opera dalla quale fu folgorato, sentendosi interpretato da qulle figure che gli apparvero sulla linea dell'eroe. Le tragedie, infatti, sono l'espressione dell'eroico e di questo forte sentire e Alfieri stesso è un egocentrico che dà un ritratto eroizzato di sé, percependosi davvero in quella forma, a tal punto da poter parlare di autobiografia.

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