Nuovo Dpcm, ecco perché le scuole superiori non saranno chiuse

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Di Redazione
dpcm 13 ottobre scuola

Prima del varo del nuovo Dpcm, che ha introdotto norme più stringenti per il contenimento del Covid-19, per alcune ore si è parlato di una ripresa della didattica a distanza; almeno per le scuole superiori. Un’ipotesi - avanzata soprattutto dalle Regioni - respinta senza se e senza ma dal ministero dell’Istruzione. Un ‘No’ che probabilmente poggia le basi su una valutazione molto semplice.
A marzo, infatti, la didattica a distanza è stata una scelta coraggiosa ma appropriata: tra il nulla (scuole chiuse per casa di forza maggiore) e il qualcosa (le lezioni online) è sempre preferibile la seconda opzione. Oggi, invece, sarebbe un fallimento per il sistema scolastico, perché a generarla non sarebbe una incapacità di gestione dell’emergenza sanitaria negli istituti quanto una esigenza di alleggerimento del sistema trasporti.

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E poi c’è il tema dell’eredità lasciata dall’esperienza degli ultimi mesi. Quando è scattato il lockdown non eravamo pronti alla didattica a distanza, sotto tanti punti di vista: scarsa dotazione tecnologica delle famiglie e dei docenti, banda larga non pervenuta nella maggior parte delle case, digitalizzazione e innovazione delle metodologie didattiche riservata ad uno sparuto nucleo di scuole avanguardiste. Lo strumento più avanzato a disposizione in quasi (ma non tutte) le classi era un tablet o un pc su cui far girare il registro elettronico. Un’innovazione che era stata voluta dall’allora Ministro Profumo nel 2012 ma che solo nel 2020, per cause esterne, finalmente era giunta alla sua quasi totale maturazione.

Lezioni online, un bilancio tutto sommato buono

Ci abbiamo messo, nella più italica delle maniere, una pezza: corsa alla formazione dei docenti che non avevano fino a quel momento sposato la tecnologia e dispiegamento della Protezione Civile per acquistare e distribuire tablet, pc, chiavette per chi ne avesse bisogno. Ottenendo, peraltro, anche buoni risultati. Secondo i dati del monitoraggio di Skuola.net, che ha intervistato circa 150.000 studenti delle scuole medie e superiori durante le prime settimane del lockdown, prima delle vacanze di Pasqua la stragrande maggioranza delle scuole secondarie era riuscita ad attivare la didattica a distanza: 8 su 10 alle medie, 9 su 10 alle superiori.

Si rischia di lasciare tanti indietro

Dati incoraggianti, visto che ci trovavamo nella fase di piena esplosione della pandemia, ma che oggi ci fanno riflettere sul fatto che un ritorno strutturale alla didattica a distanza potrebbe lasciare inesorabilmente indietro, guarda un po’, le categorie più deboli. Anche perché alle scuole elementari o all’infanzia sono stati ancor di più gli studenti rimasti a bocca asciutta: vuoi per l’età, vuoi per la necessaria assistenza richiesta da parte dei genitori, vuoi perché da piccoli a scuola si impara anche la socialità.

I problemi più ricorrenti

Nonostante, infatti, durante il lockdown l’Osservatorio sulla Scuola a Distanza di Skuola.net ha constatato un incoraggiante miglioramento della formazione dei docenti e quindi un impiego sempre più diffuso delle piattaforme digitali evolute (con la maggior parte delle attività didattiche avvenivano in video conferenza), dall’altra per alcuni studenti, sebbene la scuola avesse attivato la DaD, le cose non sono mai filate per il verso giusto: 1 su 4 ha ‘denunciato’ che in famiglia non c’erano abbastanza device per tutti, quasi altrettanti di aver avuto seri problemi di connessione.




La burocrazia frena il cambiamento

Problemi sui quali si è cercato di intervenire mettendo sul piatto 1.5 miliardi di euro, stanziati dal ministero dell’Innovazione per introdurre la banda larga nelle scuole e per destinare voucher alle famiglie meno abbienti per Pc, Tablet o Connettività. Però non possiamo illuderci che quello che non si è fatto in anni lo si possa realizzare in pochi mesi. Prima di tutto perché c’è la burocrazia. Facciamo l’esempio dei voucher: i fondi sono stati sbloccati a maggio ma si è potuto iniziare a richiederli solo a ottobre; nel frattempo l’anno scolastico era iniziato, quindi chi ne aveva bisogno si è dovuto arrangiare in altro modo. In secondo luogo, perché bisogna operare un profondo cambiamento culturale nel nostro Paese, capire che senza investimenti in innovazione e formazione sarà una continua rincorsa sugli altri paesi che vanno avanti e diventano protagonisti. E qui ritorniamo al punto di partenza: la scuola che a volte viene usata dalla politica come un bancomat per risolvere problemi di altra natura. Serbatoio di risorse per finanziare il taglio di un tassa sui beni immobili, bacino di assunzioni da usare a fini elettorali, supporto per risolvere il problema del sovraffollamento dei mezzi pubblici…
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