Il Secondo Ottocento



Ideologie

La cultura del secondo Ottocento è dominata dal Positivismo, una corrente filosofica nata in Francia i cui capisaldi sono:
• La fiducia incondizionata nella scienza;
• Metodo sperimentale, da applicare non soltanto ai fenomeni naturali ma anche ai fatti storici, sociali e psicologici;
• Fiducia nel progresso economico e sociale;
• L’idea che la vita interiore e spirituale dell'uomo risponda a un principio deterministico.

In questo contesto si sviluppa ed ha grande influenza il Darwinismo, che liquida l'immagine statica della natura e suscita una riflessione profonda sulla posizione dell'uomo nel mondo, il quale è una specie tra le tante.
Esso risulta scandaloso perché:
• Ridimensiona l'intervento divino nella creazione;
• Individua come leggi della natura la lotta per la vita e la selezione naturale;
• Indica che l'uomo deriva da esseri inferiori e ha antenati comuni con le scimmie.

Nuove forme di letteratura


Le innovazioni e perfezionamenti tecnici determinano una vera rivoluzione nel settore della stampa periodica e dell'editoria che si avvia a divenire una vera e propria industria; di conseguenza vi è il passaggio a un pubblico di massa, di cui ampie e nuove fasce sono costituite dai bambini e dalle donne. Si verifica quindi un grande sviluppo della letteratura di consumo.

Le quattro tendenze di spicco del periodo sono:
• Il ritorno al classicismo in chiave antiromantica (Parnassianesimo in Francia, Carducci in Italia)
• Realismo spinto, scientifico: Naturalismo in Francia, Verismo in Italia
• Crisi dell’ottimismo positivista, nel Simbolismo e nel Decadentismo.

Il disagio dell’artista mercificato

Nella nuova società borghese e industriale, dedita all'utile e al materiale, l'artista avverte un profondo disagio, contro il quale reagisce principalmente in due modi:
1. Con integrazione nella società borghese, come nuovo vate (Carducci), oppure come scienziato della letteratura (i naturalisti e i veristi);
2. Con atteggiamenti provocatori e trasgressivi, da «poeta maledetto» (Scapigliati, Baudelaire, Verlaine, Rimbaud).

Lo sviluppo in Europa di poetiche realiste



Le tipologie di opera sono differenti, ma quasi ovunque fanno “del vero” la loro bandiera. In Francia si sviluppa in Naturalismo, che ispira il Verismo Italiano e il Realismo sociale inglese (Dickens). In Russia, invece, si sviluppa il realismo psicologico e introspettivo (Tolstoj).

I Precursori


- Honoré de Balzac (1799-1850)
Ha scritto un ciclo di romanzi raccolto sotto il titolo Comédie humaine nel quale ha un ruolo centrale la rappresentazione letteraria della condizione sociale del personaggio.
Le classi sociali sono paragonate da Balzac alle specie zoologiche: ogni individuo rientra in una di esse e lo si studia scientificamente in base a tale classificazione.
- Gustave Flaubert (1821-1880)
Flaubert scrive, anticipando il Naturalismo, «l’artista deve essere nella sua opera come Dio nella creazione, invisibile e onnipotente, sì che lo si senta ovunque e non lo si veda mai.» e ancora “La perfetta espressione di un fatto basta da sola a interpretarlo; l'autore non deve intervenire con la propria voce a spiegare, commentare, dire la sua”.
Nel suo principale romanzo, Madame Bovary, mette in evidenza l'anacronismo e il carattere fallimentare dei miti romantici. Madame Bovary rappresenta per antonomasia il romanzo della crisi borghese, del vuoto di valori.
In seguito a questo romanzo nasce un nuovo termine, bovarismo, inteso come la malattia della letteratura. Il termine bovarismo indica uno stato d’insoddisfazione determinato dal conformismo proprio della vita borghese e accompagnato dal desiderio di evasioni di tipo mondano, sentimentale o intellettuale, modellate sui sogni appresi attraverso la lettura.


Il Naturalismo Francese (1865-1891)



Il termine «naturalismo» compare per la prima volta applicato al campo letterario in un saggio che il critico e storico francese Hyppolite Taine (1828-1893) dedica al narratore suo contemporaneo, Honoré de Balzac, e apparso sul «Journal de Débats» nel 1858.
Per Taine lo scrittore «naturalista» studia il reale come uno scienziato e descrive «le cose come sono»: lo scrittore naturalista «seziona altrettanto volentieri il polipo e l'elefante; scomporrà altrettanto volentieri il portinaio e il ministro. Per lui non ci sono sozzure [...]. Se siete delicati, non aprite il suo libro: vi descriverà le cose come sono, cioè molto brutte, crudamente, senza fare cerimonie né abbellire».
Il Naturalismo si definisce come un metodo rigoroso, scientifico di rappresentare la realtà così com'è che si applica anche - e soprattutto - alla psicologia umana trattata come un fenomeno materiale.

Il primo manifesto naturalista: Prefazione a Germinie Lacerteux (1865)

Uno dei primi romanzi naturalisti fu Germinie Lacerteux (1865) scritto dai fratelli Goncourt. Esso narra la storia di una serva, malata d'isteria, con il resoconto della sua progressiva degradazione fisica e morale.
Nella Prefazione al romanzo sono esposti i capisaldi del Naturalismo:
• Il rifiuto della narrativa di consumo;
• L’affermazione delle classi inferiori come protagoniste del romanzo;
• L’attribuzione alla letteratura del rigore metodologico della scienza;
• L’intento dello studio sociale.

Gli scrittori si propongono quindi di scrivere romanzo vero» invece di quelli «falsi» cui il pubblico è abituato e che ama; un «libro» che «viene dalla strada» e che vuole aprire, democraticamente, le porte della letteratura alle «cosiddette classi inferiori», elette per la prima volta a protagoniste di un romanzo.»

Emile Zola


Emile Zola è colui che da una sistemazione alle teorie naturaliste, ponendosi come vero e proprio caposcuola.
Le concezioni alla base della narrativa zoliana sono esposte nella Prefazione al Romanzo Sperimentale (1880).
• Rifiuto della letteratura romantica in nome di una riproduzione fedele e oggettiva della realtà;
• Adozione di un metodo di narrazione impersonale;
• Rifiuto dei tradizionali canoni estetici (al concetto di bello si sostituisce il concetto di vero);
• Moralità di tutto ciò che è vero (il vero è morale, anche quando è crudo);
• L'impostazione scientifica della narrazione;
• Il primato del romanzo e della narrativa sulla poesia
• La definizione del ruolo del romanziere sperimentale (cioè naturalista), che ha il compito di individuare i meccanismi che regolano i fenomeni sociali affinché le autorità competenti si adoprino per eliminare quelli dannosi «in vista dell'utile della società», di una maggiore giustizia sociale.

Queste concezioni prendono corpo nell’opera fondamentale di Zola, I Rougon-Macquart (Storia sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero), un ciclo di 20 romanzi che si rifanno al modello della Commedia Umana di Balzac pubblicati tra 1871 e 1893.


La situazione letteraria nell’Italia postunitaria

La Scapigliatura



La Scapigliatura, più che un movimento vero e proprio con una sua precisa e ben organizzata poetica, rappresenta una sorta di «fermento», una tendenza culturale che nasce a Milano e si diffonde in Lombardia e in Piemonte negli anni immediatamente successivi all'Unita d'Italia (1861).
Le caratteristiche che accomunano gli Scapigliati consistono in un disagio esistenziale nei confronti della società e in particolare della propria classe di appartenenza, la borghesia con i suoi miti e i suoi ideali, e in una decisa insofferenza verso la cultura accademica e la letteratura contemporanea, rappresentata dal tardo romanticismo di Prati e Aleardi.
La Scapigliatura ha come sfondo un preciso clima storico‐sociale: la realizzazione incompleta e mediocre del nuovo Stato, con il conseguente crollo degli ideali che avevano animato il Risorgimento; la crescita del
benessere borghese, sostenuto dall'affermarsi dell'ottimismo positivista e dall'ascesa del capitalismo industriale.
I giovani scapigliati vivono con particolare acutezza la delusione e il disagio postunitario e avvertono, in maniera confusa e con ritardo rispetto al resto d'Europa, lo spiazzamento dell'intellettuale, privo di un ruolo preciso all'interno del nuovo assetto sociale, incentrato sul profitto.
Il nome del movimento deriva da un romanzo di Cletto Arrighi, La scapigliatura e il 6 febbraio, che ripesca un vocabolo dell'italiano cinquecentesco (dove scapigliatura sta per vita dissoluta) per tradurre il francese boheme.

La polemica antiborghese

Idoli polemici diventano cosi gli scrittori che incarnano la tradizione codificata, i valori risorgimentali, come Manzoni (‐tu puoi morir!... Degli antecristi e l'ora!,‐ canterà Emilio Praga), il padre del romanzo italiano, identificato con la tradizione sacra e inviolabile della letteratura nostrana.
Soprattutto, la polemica s'indirizza alla borghesia moderata e perbenista che crede soltanto nel denaro e nei buoni sentimenti.
Di qui il compiacimento per una scelta tematica fatta apposta per scandalizzare i perbenisti: ecco allora cadaveri, sepolcri, folli, malati, secondo un gusto macabro e un repertorio tematico tipico del Romanticismo europeo che in Italia non aveva avuto seguito all'inizio del secolo.
Il tratto distintivo del movimento risiede proprio nella sua carica polemica, nel ribellismo insofferente e sbandierato che sottolinea la frattura esistente fra artista e società.

Anticonformismo in risposta alla frattura tra artista e società


Se durante il Risorgimento all’intellettuale era spettato il compito di cantare e propugnare gli ideali patriottici, ora che l'Italia è unita e le questioni fondamentali risultano di carattere principalmente amministrativo ed economico questo compito non è più sentito come prima. Il letterato avverte ora di essere emarginato, a meno che non scelga la strada intrapresa da Carducci, facendosi interprete di messaggi educativi e formativi.

L’influenza della letteratura francese

Il romanzo Scenes de la vie de boheme di Henry Murger sviluppava il mito romantico dell'artista povero ed emarginato, in aperto conflitto con la società contemporanea, che vive nelle soffitte parigine facendo la fame per amore dell'arte. Praga, Arrigo, Boito e compagni esaltano il mito del poete maudit che attacca il lettore borghese desiderando di ricevere per la propria opera insulti piuttosto che approvazione.
La ricerca di un'arte nuova si confonde cosi con la scelta di una vita estrema, spesso coincide con il rifiuto di un lavoro regolare, con la miseria, la frequentazione autodistruttiva di alcol e droghe. Agli atteggiamenti sregolati corrispondono scritti dominati dalla volontà di dissacrazione, denunciano il disagio e il malessere dell'artista che non riesce a esprimere adeguatamente la propria sofferenza

L’ambiguo rapporto con il positivismo

Il clima culturale in cui nasce e si sviluppa la Scapigliatura è quello portato, anche in Italia, dal Positivismo. La cultura positivista, basata sul dato di fatto e caratterizzata da una fiducia illimitata nelle possibilità della scienza, rappresenta apparentemente tutto ciò che gli Scapigliati contrastano. Ma la cultura positivista, rifiutata sul piano ideologico, è presente come repertorio di luoghi (ospedali, sale d'anatomia, laboratori), personaggi (medici, scienziati), situazioni (dissezioni di cadaveri, malattie, casi patologici, esperimenti).

Il “vero” degli Scapigliati: il rovesciamento della tradizione

«Vero» diventa tutto ciò che non ha valore estetico tradizionalmente riconosciuto, che non è degno di cittadinanza artistica secondo i canoni convenzionali; «vero» diventa l’orrendo, il brutto, il patologico; si canta la follia, la morte, la decadenza fisica, la malattia. Contro la tradizione, contro il lettore borghese di belli e buoni sentimenti, per formalizzare un disagio interiore, si sceglie il registro opposto.

Topos: Amore e Morte

Significativo è il trattamento riservato alla figura femminile, di cui si stravolgono i tradizionali canoni estetici. La donna degli scapigliati è la bruttissima, tisica e isterica Fosca di Tarchetti, e il cadavere divorato dai vermi di Praga. E l’amore viene cosi a coincidere con una morbosa e malsana attrazione autodistruttiva nei confronti di morte e malattia.
La morte non ha più il compito di ricordare il lato effimero della vita terrena rappresentato dall’amore e dalla bellezza, ma diventa un compiaciuto insistere sul cadavere, avviato alla putrefazione o sottoposto ai ferri dell'autopsia, come in non pochi versi o in varie prose degli Scapigliati. S’insiste cosi sulla degenerazione della carne senza nessuna speranza di salvezza, nessun conforto di tipo religioso, in perfetta sintonia con la pessimistica visione scapigliata.

L’espressionismo linguistico

Sulla Scapigliatura ha pesato a lungo, e continua a pesare, il giudizio che ne diede Carducci nel 1880: liquidava drasticamente i suoi esponenti, accusandoli di non saper scrivere, di esser malati di Romanticismo e di avere troppi debiti nei confronti della letteratura francese, che avevano troppo imitato.

Emilio Praga


Preludio


Noi siamo figli dei padri ammalati;
aquile al tempo di mutar le piume
svolazziam muti, attoniti, affamati,
sull'agonia di un nume.
Nebbia remota è lo splendor dell'arca,
e già all'idolo d'or torna l'umano,
e dal vertice sacro il patriarca
s'attende invano;
s'attende invano dalla musa bianca
che abitò venti secoli il Calvario,
e invan l'esausta vergine s'abbranca
ai lembi del Sudario...
Casto poeta che l'Italia adora,
vegliardo in sante visioni assorto,
tu puoi morir!... Degli Antecristi è l'ora!
Cristo è rimorto!
O nemico lettor, canto la Noia,
l'eredità del dubbio e dell'ignoto,
il tuo re, il tuo pontefice, il tuo boia,
il tuo cielo, e il tuo loto!
Canto litane di martire e d'empio;
canto gli amori dei sette peccati
che mi stanno nel cor, come in un tempio,
inginocchiati.
Canto l' ebrezze dei bagni d'azzurro,
e l'Ideale che annega nel fango...
Non irrider, fratello, al mio sussurro,
se qualche volta piango:
giacché più del mio pallido demone,
odio il minio e la maschera al pensiero,
giacchè canto una misera canzone,
ma canto il vero!
Novembre 1864.

Musica di Chiesa


Amo la voce chioccia e poverina
dell'errante bambina ;
amo il canto del cieco, e il ritornello
del vecchierello ;
amo tutta la musica che ho intesa,
ma non amo la musica di chiesa.
Ah per l'uom sventurato appeso ai chiodi,
quel rimbombo di lodi
al barbaro che in ciel tranquillamente
dalla sua gente
si faceva adorar mentr'ei morìa,
l'onta rinnova e il mal dell'agonìa!
Amo la voce chioccia e poverina
dell'errante bambina ;
amo il canto del cieco, e il ritornello
del vecchierello;
amo tutta la musica che ho intesa,
ma non amo la musica di chiesa. Vendetta postuma

Quando sarai nel freddo monumento
immobile e stecchita,
se ti resta nel cranio un sentimento
di questa vita,
ripenserai l'alcova e il letticciuolo
dei nostri lunghi amori,
quand'io portava al tuo dolce lenzuolo
carezze e fiori.
Ripenserai la fiammella turchina
che ci brillava accanto;
e quella fiala che alla tua bocchina
piaceva tanto!
Ripenserai la tua foga omicida,
e gli immensi abbandoni;
ripenserai le forsennate grida,
e le canzoni;
Ripenserai le lagrime delire,
e i giuramenti a Dio,
o bugiarda, di vivere e morire
pel genio mio!
E allora sentirai l'onda dei vermi
salir nel tenebrore,
e colla gioia di affamati infermi
morderti il cuore.

Giosuè Carducci




Anche l'opera di Carducci, come quella degli Scapigliati e dei Veristi, affonda le proprie radici nella crisi storica dell'Italia postunitaria. La differenza consiste nel fatto che gli Scapigliati e i Veristi, in modi diversi, hanno cercato di drammatizzare e di rendersi ragione del travaglio vissuto dalla società postrisorgimentale, mentre in Carducci, per molti aspetti, è prevalso il tentativo di colmare questo vuoto di valori, erigendosi a poeta‐vate e poeta‐professore.
La sua controfigura letteraria è il «grande artiere» dai «muscoli d'acciaio», che con la sua forza piena di salute e di energia si contrappone vistosamente alla debolezza malata degli Scapigliati.
Sotto questa vigorosa, intransigente e solida identità, Carducci si è assunto il ruolo del restauratore ufficiale della cultura classicistica, del rifondatore di perdute tradizioni patrie, richiamandosi al patrimonio risorgimentale e dando alimento alle nostalgie di grandezza della nuova «umile» Italia. Ma c'è anche un altro Carducci, che ha deposto le vesti solenni e ha avvertito con sgomento il crollo di quel mondo ch'egli stesso s'è illuso di risuscitare.

La passione politica: il poeta vate della nuova Italia


Carducci coltiva la poesia politica, rivolgendo il proprio sarcasmo contro l'esito antieroico del Risorgimento, contro la «questione romana», contro il moderatismo dei governanti. Negli anni immediatamente successivi all'Unità, nel generale e diffuso clima di scontento succeduto all'appassionata tensione idealistica che aveva segnato il Risorgimento, il giovane Carducci, titolare della cattedra di eloquenza all'università di Bologna, si fa interprete della polemica anticlericale (era ancora aperta la «questione romana», l'attesa di Roma capitale).
Testo esemplare di questa fase è l'Inno a Satana, che, composto nel 1863 e edito nel 1865, suscita violente polemiche.
A partire dagli anni Ottanta le posizioni di Carducci si orientano in senso più moderato e monarchico. Carducci, vero e proprio maestro dall'indiscusso prestigio, è il poeta‐vate, il cantore di un mitico e luminoso passato che rende l'Italia e gli Italiani orgogliosi della propria comune origine.

La poetica: “Scudiero dei Classici”


L'intera produzione poetica di Carducci, per quanto caratterizzata da un costante sperimentalismo metrico e stilistico, è sempre sostenuta dal magistero del «grande artiere» (il grande artigiano del verso, dotato di un eccezionale bagaglio tecnico) e da un culto tenace della Classicità e della tradizione letteraria italiana.
Non a caso la sua prima attività poetica si fonda sull'imitazione appassionata e sentita degli autori latini (è la fase in cui lo stesso Carducci si definisce «scudiero dei classici»). Il poeta poi amplia le sue letture anche in senso europeo e l'intransigente posizione antiromantica presente nella raccolta giovanile si ammorbidisce, ma non viene meno il classicismo, il culto per la tradizione e la perfezione stilistica.
Egli non contesta la cultura e l'arte del passato, cerca invece di farle rivivere nel presente (classicismo parnassiano).

I temi: nostalgia del passato e angoscia del presente


Le Rime Nuove e le Odi Barbare, sono raccolte di poesie autobiografiche, dominate da alcuni temi fondamentali come la nostalgica rievocazione del passato privato o l'inquietudine personale, legata al confronto angoscioso con la tragedia della morte.
Carducci prova nostalgia per le età eroiche nel grigiore dell’Italietta e per un patrimonio di ideali morali estinti da riproporre a un pubblico desideroso di riconoscersi in miti di grandezza.

L’esperimento delle Odi Barbare


Sul piano tecnico, l'opera più rivoluzionaria di Carducci è costituita dalle Odi barbare, il libro di poesie pubblicato per la prima volta net 1877 e poi più volte ristampato.
Lo sperimentalismo consiste nella ricerca di nuove forme metriche che ricalchino i versi antichi. Egli approda a una soluzione originale, la cosiddetta «metrica barbara»: una combinazione inedita di versi della tradizione italiana attraverso la quale il poeta tenta di riprodurre il suono e la misura dei metri greci e latini, con cui tenta di passare all'italiano dalle lingue classiche (con una metrica di tipo quantitativo). E’ una soluzione che Carducci chiama “barbara” perché appunto incomprensibili suonerebbero questi componimenti alle orecchie degli antichi.
L’esito di questa operazione è paradossale: dal recupero dell'antico sfocia uno strepitoso rinnovamento tecnico. Ci troviamo di fronte a un esperimento di antiquariato solo in apparenza: abolendo le rime e sovvertendo la misura dei versi, nelle Odi barbare Carducci spezza la struttura chiusa e la musicale cantabilità che caratterizza la nostra tradizione poetica, soprattutto in epoca tardoromantica, propone strutture ritmiche inedite, concede realistico risalto alla parole, evidenzia plasticamente l'ordinamento logico della strofa.
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