Mongo95 di Mongo95
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Il Naturalismo nasce in Francia con la volontà di abbandonare il sentimentalismo romantico, costruendo invece “veri romanzi” con scrupolo scientifico, descrivendo in modo oggettivo la realtà, spostando l’interesse sulle difficili condizioni delle classi più umili (“quarto stato”, che nella miseria assume comportamenti anche poco “umani”), che hanno il diritto di divenire protagoniste della narrativa moderna. Dal punto di vista degli intellettuali di sinistra, il naturalismo ha quindi il compito di sensibilizzare la società, alla continua ricerca del progresso sociale. Emile Zola è il maggiore esponente di questo movimento letterario. Arriverà a definirsi “operaio del progresso sociale”. Sono 5 i punti principali della sua idea di naturalismo:
1) Rifiuto della letteratura romantica , perché basata sulla fantasia e sul sentimento, e non sull’analisi rigorosa della realtà oggettiva
2) Metodo dell’impersonalità, escludendo l’intervento soggettivo dell’autore

3) Rifiuto dei canoni tradizionali del bello
4) Impostazione scientifica della narrazione, che deve essere basata su osservazione e sperimentazione
5) Primato del romanzo
Lo scrittore diventa quindi uno scienziato sociale, in accordo con la diffusa ideologia filosofica del positivismo. Si pone l’accento sul metodo di rappresentazione dei contenuti, piuttosto che sulla forma espressiva. Tutti i gradini della scala sociale devono essere rappresentati seguendo il metodo scientifico (semplice  complesso). Il realismo dei contenuti si riflette anche nella lingua: è presente il parlato e non si disdegna il gergo popolare.

In Italia il Naturalismo si diffonde soprattutto a Milano, dove però viene recepito in un modo che porta ad un’esasperazione ed esagerazione tale della descrizione della realtà da sfociare quasi nel ridicolo. Nascono quindi opere letterariamente di scarso livello. Due terronazzi siciliani, Giovanni Verga e Luigi Capuana, riprendono queste posizioni, con la volontà però di essere più realistici. Nasce il Verismo italiano, che accetta la cultura positivista ma sottolinea con minor energia il momento scientifico e l’impegno sociale.

Giovanni Verga

Nel primo periodo della sua vita è ancora Romantico, scrive opere in cui prevale il forte sentimento (es, “Storia di una Capinera”, ragazza costretta a farsi monaca perché la matrigna vuole che la sua figlia naturale sposi un uomo  dramma psicologico). Il sentimento dell’amore ritornerà anche in seguito, come ne “I Malavoglia”, ma non esplicitamente, piuttosto con il “non detto”: traspare dalle parole, ma non è mai dichiarato. Si vede sempre anche una delicatezza di sentimenti nel popolo, non solo rozzezza.
Sviluppatore del romanzo moderno in italia, rinuncia alla manzoniana idea di narratore onnisciente a favore di un punto di vista narrativo che coincide con quello dei personaggi. Si abbandonano quindi concetti quali giudizio dall’alto e gerarchie narrative: l’autore, nella sua impersonalità, non manifesa direttamente i propri sentimenti ed ideologie, ma assume l’ottica narrativa e il linguaggio dei suoi personaggi. È però del tutto assente la visione “socialista” a favore di un’ottica più “conservatrice”. Non si vuole sensibilizzare o denunciare, ma seplicemente descrivere ciò che si vede. Verga non crede nel progresso della società, perché in essa vi vede un eccessivo immobilismo. Verga non nega che esista un continuo progresso tecnologico, scientifico, etc, ma in lui è presente forte scetticismo: non è detto che ne segua anche il progresso morale e sociale. Non bisogna dimenticare che Verga era un grande latifondista del Sud Italia, legato quindi ad un’ideologia più conservatrice ed immobilista, a differenza di uno come Zola che, a Parigi, respira un’aria più socialista. In Verga si nota quasi anche una critica ai movimenti di protesta e al loro sfociare spesso in barbarie (novella “Libertà”).

La letteratura quindi deve essere semplicemente un’arte a sé, che deve presentare un qualcosa. La scientificità del naturalismo permane però nel modo di scrivere, nello stile. I personaggi stessi si esprimono presentando sé stessi e la loro realtà. Il narratore si eclissa e non interviene. Di fatto ciò non è mai accaduto completamente con Zola. Per esempio, nel romanzo “Germinal”, egli afferma alcune cose che gli fanno per forza assumere il ruolo di “borghese” che critica una classe più bassa, in questo caso una famiglia di minatori. (es: “si comportanvano come cagnolini). L’autore era quindi spesso entrato nella narrazione con un suo giudizio (es: “l’odore di cipolla avvelenava l’aria”), cosa che non avrebbe mai fatto Verga, perché avrebbe così espresso un giudizio da un punto di vista (il suo) diverso da quello della realtà rappresentata. Altri critici letterari invece danno una differente interpretazione, non cogliendo differenze Zola-Verga, affermando che anche Zola intendesse come fondamentale l’impersonalità.
Verga riprende le teorie di Darwin, ma non condividendo il suo positivismo. Solo l’idea della lotta per la vita con l’affermazione dell’egoismo umano, che vuole soddisfare i suoi bisogni e tenta di migliorarsi in uno scontro che vede l’affermazione del più forte. Con il marxismo si era affermato il concetto di divisione della società in classi sociali, che, secondo Verga, sono accomunate da questa lotta, da questo desiderio di migliorare il proprio status. È una lotta solitaria, che agisce per “selezione naturale”: l’uomo non si unisce ai suoi simili per ottenereil soddisfacimento di bisogni comuni, diritti. La vita è una lotta per il progresso, una “fiumana del progresso” che travolge tutti.
• Rosso Malpelo
Novella che appartiene al ciclo “Vita nei campi”, che ha per protagonisti contadini, pastori e minatori in una società in cui domina il latifondo. La voce narrante di questi drammi appartiene unicamente ed interamente a questi personaggi di umile estrazione sociale. Rosso Malpelo narra di una realtà rovesciata, in cui cioè i normali sentimenti risultano “strani” e domina solo l’interesse economico, nonché la violenza del più forte sui deboli. È una violenza che si presenta in doppia forma: materialmente (attraverso le persecuzioni della comunità) e psicologicamente/culturalmente (la vittima viene indotta a sentirsi in colpa, ma viene anche indotta ad assimilare l’ottica degli aguzzini). Ma in Malpelo permane comunque il coraggio di guardare in faccia la realtà violenta e di abbandonare l’ipocrisia dominante.
Malpelo è un ragazzo che lavora in una cava di rena. Dato che ha i capelli rossi, è pregiudizio comune che sia malvagio e quindi viene tiranneggiato da tutti. Dopo la morte del padre rimane solo ed indifeso. Assimila la violenza di questo ambiente e cerca di insegnare la lezione anche all’unico “amico”, lo sciancato Ranocchio. Alla sua morte, sceglie di visitare un tratto inesplorato di galleria e si perde per sempre.
Il racconto mostra gli elementi costitutivi delle nuova prospettiva artistica di Verga: impersonalità, punto di vista straniato e struttura antifrastica. Il narratore presenta (attraverso ad esempio false causali e false consecutive) come strano e segno di cattiveria ciò che invece è normale (straniamento). Ciò crea un forte contrasto tra punto di vista esplicito del narratore e punto di vista implicito dell’autore, ma il lettore è comunque indotto ad intuire quale sia quello dell’autore e quindi a criticare quello del narratore, che presenta una realtà rovesciata. In tutto ciò risiede una forma di antifrasi che pervade tutto il racconto.
I vari personaggi non hanno rapporti tra loro, ma si definiscono soltanto in relazione con Malpelo. Si possono distinguere in due categorie: da una parte coloro che stanno gerarchicamente sopra Malpelo e lo opprimono, dall’altra coloro che stanno al suo stesso livello e vengono oppressi. È un sistema dualistico a contrapposizione binaria, intrinsecamente conflittuale: si basa su una gerarchia e un rapporto di dipendenza. È una visione materialistica che vede trionfare l’egoismo ed esclude la solidarietà di classe.
Rosso Malpelo è in fondo un essere primitivo, ma considera le cose con lucidità intellettuale, rifiutando ogni ipocrisia: è un eroe dell’intelligenza critica. Egli è il “diverso”, quindi diviene emarginato e diventa capro espiatorio della società.
• Ciclo dei Vinti
Come già detto, la lotta per affermarsi e migliorarsi è comune a tutte le classi sociali. Inevitabile è però sempre la sconfitta e l’invariazione delle condizioni sociali. Per questo tutti sono “vinti”, a partire dai ceti più bassi (i Malavoglia), passando per i borghesi (Mastro-Don Gesualdo) e infine la classe politica.
-I Malavoglia: Famiglia siciliana del catanese, pescatori, vivono del proprio lavoro. Il nonno, il patriarca, Padron ‘Ntoni ha anche acquistato una casetta. Molti i suoi figli, il principale è Bastianazzo con la moglie Maruzza. È intenzione di ‘Ntoni che la famiglia abbia accesso ad una classe sociale superiore. Pertanto promette la figlia in sposa a compare Alfio. Per permettere un matrimonio dignitoso, prende denaro in prestito da un usuraio (Zio Crocifisso) per dare il via al commercio dei pesci. Vuole quindi che la semplice famiglia di pescatori, si passi ad essere commercianti borghesi. Ma il fallimento è vicino, comincia una lunga serie di tragedie: affonda la nave Provvidenza con a bordo Bastianazzo, che muore. Data l’incapacità di risaldare il debito, la casa viene pignorata, i figli maschi vengono mandati alla leva (uno muore, l’altro si da alla malavita. Finisce poi in carcere per aver accoltellato il corteggiatore della sorella). La sorella stessa è disonorata, finisce in un bordello. Alla fine il matrimonio non avviene.
La lotta per affermarsi e migliorarsi è totalmente fallita, i Malavoglia permangono nel loro status.
-)Mena, compare Alfio e le stelle che “ammiccavano più forte”: La Provvidenza è appena partita con il suo prezioso carico di lupini, ma già si sta preparando la burrasca che la farà affondare. È un’atmosfera di mistero e sospensione, malinconia, che accompagna il dialogo tra Mena e Alfio. Tale dialogo chiude il II capitolo (che copre solo poche ore, a differenza dei due anni del I capitolo). Al dialogo tra i due fa da sfondo attivo il paesaggio. Lo scambio di frasi è molto allusivo, ma si comprende il senso di solitudine di Alfio, che preferisce consumare la cena guardando verso la casa dei Malavogli. Invece l’interessa di Mena per Alfio è rivelato dalla numerose sue domande. Infatti la realtà sociale popolare di Aci Trezza proibiva di rivelare apertamente i propri sentimenti, quindi non si parla mai di amore, ma solo di felicità, famiglia, matrimonio, richiesta affettiva. Ma ciò che non è esplicitamente detto è però alluso dal paesaggio notturno, creando così un rapporto di vicinanza tra stati d’animo e natura (il paesaggio assume tratti lirico-simbolici). Tutta la scena è immersa nello scenario notturno, che si interiorizza nei pensieri finali di Mena. Inoltre è umanizzato ed antropomorfizzato (russa, sbuffa..) ed è in funzione dei personaggi e tutto inserito nel loro mondo e linguaggio.
I Malavoglia sono una famiglia patriarcale, in primo luogo un’unità produttiva che risponde all’indiscussa autorità di padron ‘Ntoni. È una ferrea legge morale rappresentata dalla volontà del più anziano, che quindi esclude ogni considerazione dei sentimenti individuali e scelte affettive. L’eros risulta totalmente represso. La realizzazione amorosa deve cedere il passo a leggi più importanti a cui risponde la famiglia. È una doppia repressione: legge economica (impoverimento  isolamento affettivo) e legge famigliare (incarnata nella volontà di ‘Ntoni). Ogni valore dell’amore è negato, così come anche il linguaggio del desiderio. Mena e Alfio per primi sanno che il loro amore è impossibile, eppure entrambi hanno assunto come legge invalicabile il sistema di valori che regola il mondo in cui vivono.

-Mastro-Don Gesualdo: Secondo romanzo del ciclo dei vinti. Il protagonista è un rappresentante di una classe superiore rispetto a quella dei Malavoglia, è un borghese, un uomo che si è fatto da sé. Ma i protagonisti dei due romanzi sono accomunati dalla volontà di migliorare la propria condizione sociale. La sua vicenda può essere riassunta in diverse fasi: ascesa, trionfo, crisi, decandeza e morte. Gesualdo accumula così tante ricchezze e terreni da poter mirare alle classi più abiette, come l’aristocrazia. Vuol quindi far sposare la figlia con un nobile, che però si rivela essere uno spiantato. Se ne renderà conto soltanto prima di morire: ciò che ha faticosamente costruito potrebbe andare totalmente perduto, per mancanza di eredi alla sua altezza. Nonostante sia riuscito ad accedere ad un ambiente più altolocato viene sempre e comunque trattato come un rozzo, inferiore. Anche Gesualdo quindi è un vinto.
Una versione embrionale del romanzo è la novella “La Roba”, in cui il protagonista accumula beni in modo eccessivo, per poi rendersi conto che essi gli sopravvivranno e lui non potrà portarseli con se dopo la morte.
• Libertà
Appartenente al ciclo “Novelle Rusticane” (1883), racconta di un episodio realmente accaduto nel 1860 a Bronte, un paesino Siciliano, in occasione della spedizione dei Mille di Garibaldi. I contadini, poveri e affamati, malinterpretano un procalama del condottiero e lo raccolgono non in ottica patriottica, ma alla luce dei loro interessi personali e materiali. Quindi si ribellano ai ricchi proprietari terrieri, i “gentiluomini”, facendone strage. La lotta viene metaforicamente descritta con “berrette contro cappelli”, facendo riferimento al tipico abbigliamento di poveri e padroni. La novella si suddivide in tre diverse parti: nella prima si descrive la sanguinosa rivolta, nella seconda è rappresentato l’arrivo di Bixio e dei Garibaldini, che faranno giustizia sommaria. Nella terza parte si assiste al processo dei colpevoli e al ritorno della situazione alla normalità, come se nulla fosse accaduto. La rivolta popolare è descritta con una violenta carica espressiva, drammatica ed un violento espressionismo. Non c’è assolutamente comicità grottesco-caricaturale. In Verga per esempio manca l’ironico distacco e la superiore, aristocratica quasi, pietà implicita del populismo e del paternalismo cristiano di un Manzoni, così come manca la capacità di mediazione ideologica. Alla fine però, anche involontariamente, prevale l’ideologia “preoccupata” del proprietario terriero Verga, e la condanna alla rivolta risulta evidente.
Il raccolto si svolge come in presa diretta. La folla è rappresentata con un furioso vigore, grazie anche all’uso di brevi periodi. Le cause della rivolta sono la fame, la corruzione dei preti, la giustizia applicata solo contro i poveri. La ribellione è una forza del tutto naturale, un fenomeno paragonabile allo straripare di un fiume.
Nella seconda parte il registro stilistico cambia: alla drammaticità segue un tono distaccato e oggettivo che registra l’incapacità degli insorti di gestire la “libertà” ottenuta. Nella terza parte si alternano pietà e ironia: tutto è tornato come prima. Verga pone così rilievo sull’impossibilità di mutare stato e sull’assurdità della rivolta.
Il motivo sociale che sta alla base della novella (la contraddizione di classe nelle campagne durante il processo risorgimentale) sta molto a cuore a Verga, soprattutto per ragioni politiche personali: anche lui era un proprietario terriero preoccupato per la diffusione delle idee socialiste. La conclusione della novella inoltre insiste sull’impossibilità di mutar stato sociale, nonché sull’assurdità delle rivoluzioni. Esse sono impossibili, perché ognuno mira soltanto ad un proprio tornaconto personale. Ritorna il darwinismo sociale: la vita sociale è caratterizzata dalla lotta di ciascuno contro ciascuno. La conclusione inoltre raggiunge un’ideologia filosofica di materialismo naturalistico: non esiste un’idea di storia come progresso, neppure come sviluppo determinato dalla lotta di classe. Ognuno è irrimediabilmente prigioniero del proprio egoismo. Il naturalismo di Verga esclude lo storicismo.

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