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L’età post-unitaria


La situazione economica e l’intellettuale


Con l’unificazione, l’Italia divenne una monarchia costituzionale, regolata dallo Statuto Albertino del 1848. Dall’unità d’Italia in poi la situazione politica e sociale è piuttosto instabile per l’affermazione di nuove strutture politiche, nuovi ceti sociali e per il mutato ruolo dell’intellettuale che ha funzioni diverse. L’unità avviene solo a parole ma non di fatto, perché la politica accentratrice del Piemonte e il divario tra nord e sud si accentueranno sempre di più e l’intellettuale è influenzato da questa situazione. La politica è accentratrice da una parte e di libertà e di apertura dall’altra e fa sì che l’intellettuale calato nella società, ne risenta a seconda del luogo in cui si trova: da una parte l’intellettuale settentrionale, che vivendo nell’Italia del nord, è a contatto diretto con le trasformazioni e il progresso; dall’altra parte l’intellettuale meridionale che vede questo progresso molto lontano. (Giovanni Verga è Siciliano ma vive molto tempo anche a Firenze e a Milano e si inserisce bene nel mondo delle trasformazioni e del progresso ma, conoscendo l’arretratezza della sua terra, è consapevole che il divario è incolmabile) (Giosuè Carducci intellettuale progressista). L’Italia è sempre più arretrata rispetto agli altri stati europei. Basti pensare alla Francia che è geograficamente diversa e ha Parigi come centro propulsore di tutto. Mentre in Italia, l’unità aveva sottolineato ancora di più le differenze tra nord e sud a causa anche della sua forma allungata, quindi una cosa è Milano, un’altra cosa è Napoli. Infatti il progresso si vede nell’Italia settentrionale con fabbriche e industrie, mentre l’arretratezza sotto tutti gli aspetti si vede in quella meridionale, tanto che nasce la “questione meridionale” che comprende l’emigrazione e il brigantaggio. Le persone andavano via in cerca di fortuna, di speranza, e anche i contadini più onesti diventavano briganti per necessità, per sopravvivere; a ciò si aggiungeva il servizio di leva che ha fatto molto danno all’Italia e ai giovani (Verga con il giovani Ntony). Le trasformazioni economiche generano naturalmente anche trasformazioni della struttura sociale italiana. Da una parte ci sono ancora i ricchi, i nobili, con le loro proprietà e accanto l’alta borghesia; poi c’è il ceto medio cioè la piccola borghesia, colpito dalla crisi; parallelamente si delinea il ceto impiegatizio; poi c’è il popolo che vive nella povertà e nella miseria. Quindi c’è una situazione eterogenea in Italia che riflette nelle opere dei poeti. Per quanto riguarda le istituzioni culturali, l’editoria e il giornalismo assumono dimensioni nazionale, in quanto non sono ostacolate più dalle dogane dei singoli Stati; i libri e i periodici circolano liberamente e si diffondono grazie anche alle pubblicità. L’istruzione elementare diventa obbligatoria e fornisce un minimo bagaglio culturale a tutti.

La lingua


La situazione anche dal punto di vista linguistico risente del divario tra nord e sud. Manca una lingua nazionale. La percentuale di analfabeti è molto alta e questa sarà la piaga che rimarrà per molto tempo nel nostro Stato.
L’Unità d’Italia è difficile dal punto di vista culturale. Manzoni parlò di lingua nazional popolare con il suo romanzo e la sua soluzione era la lingua parlata dai fiorentini colti, che risultò però impraticabile. Il servizio di leva e l’emigrazione contribuiscono a far sentire l’esigenza di una lingua di comunicazione. Questa difficoltà di comunicazione sarà agevolata dalle scuole, dall’istruzione elementare con la legge Casati, con un processo comunque lento e graduale. Nella seconda metà dell’Ottocento, vi era una situazione di bilinguismo, cioè italiano e dialetto, in quanto gli scrittori scriveranno in una lingua italiana regionale. Questi scrittori, come Verga, sono soprattutto isolani e meridionali, i quali sentono di più il divario tra nord e sud. Nella lingua letteraria viene meno il codice classico. Coloro che mantengo la tradizione classica con prosa e poesia sono Carducci e D’Annunzio. Carducci, il classico per eccellenza, perché adotta i metri latini e greci. D’Annunzio con lo stile aulico nella prosa e nella poesia. Poi si sceglie di allontanare la classicità e di adottare la semplicità attraverso la tecnica del distacco, con linguaggio semplice e immediato. Pascoli è il poeta dell’apparente semplicità, in quanto tutto ha invece una forte valenza simbolica.

L’ideologia


Gli anni che vanno dopo l’unità d’Italia coincidono con l’età del Positivismo, in cui la filosofia positivistica farà da padrona. Questo periodo è caratterizzato dall’esaltazione del progresso e del metodo scientifico. Le innovazioni, le scoperte scientifiche e tecnologiche, il progresso e le trasformazioni fanno sì che si creda e si abbia fiducia in tutto ciò che è positivo, concreto alla realtà che si sta trasformando, e si respira quindi un’aria ottimistica. La componente pessimistica del Romanticismo verrà meno in questi anni dopo l’Unità, grazie alla fiducia nel progresso che è dato dalle scoperte scientifiche. In questo periodo di scientismo, di fiducia cioè in tutte le scienze, ci sono state scoperte in medicina, in biologia, in ambito filosofico. Con il grande filosofo Auguste Comte, nascerà una nuova disciplina che è la sociologia, la quale si interessa dello studio dell’uomo calato nella società. Conoscere è il desiderio di molti intellettuali del periodo positivista e tutti credono che la conoscenza possa avvenire solo grazie ad un unico strumento, ovvero la scienza che secondo gli intellettuali positivisti è in grado di risolvere tutti i problemi. Nell’Illuminismo si parla di intellettuale filosofo, nel Romanticismo di poeta e artista, mentre adesso si parla di intellettuale scienziato.
Tutte le scienze sono l’unico strumento di conoscenza e l’unico strumento per studiare l’uomo concretamente, l’uomo naturale che è determinato tra tre elementi, come i francesi dicono (Il positivismo si sviluppa in Francia): race, milieu, moment (razza, ambiente sociale, momento storico). Quindi i francesi dicevano che studiando questi tre elementi, si studia l’uomo; ma già qualcun altro come De Sanctis, grande scrittore e intellettuale, dirà di essere entusiasta per l’applicazione delle scienze per risolvere i problemi, però alcuni problemi come la conoscenza dell’animo, i problemi razionali e della psicologia, non potranno essere risolti con il metodo scientifico. Quindi per i francesi il metodo scientifico è applicabile anche in letteratura, per De Sanctis non lo è. Da una parte lo scientismo, dall’altra il determinismo, cioè quegli elementi che determinano l’uomo naturale calato nella società (razza, momento storico, ambiente sociale).
L’età del positivismo è stata un’età di pensiero filosofico con fiducia nel progresso, nelle scienze. Un esponente tipico della fiducia positivistica nel progresso è Carducci, nel quale vi è anche una fortissima componente romantica, che si manifesta come disgusto per l’età moderna. In letteratura c’è anche questa fiducia nel progresso, ma nell’area francese, dove si parla di Naturalismo, e grazie al quale in Italia si parlerà poi di Verismo con Verga, il quale non accetta ne condanna il Positivismo. Queste correnti letterarie, il Verismo figlio del Naturalismo, porteranno allo studio della realtà contemporanea (Romanzo realista alla cui base c’è la realtà contemporanea, il momento storico contemporaneo, l’uomo calato nella società). Ottimisticamente da una parte si pensa di risolvere tutti i problemi attraverso lo studio deterministico ma dall’altra parte c’è un disorientamento dell’intellettuale.
La parentesi del positivismo si chiuderà ben presto perché si arriva alla consapevolezza che le certezze del metodo scientifico non potranno risolvere tutti i problemi e quindi verrà meno la fiducia nelle scienze e nel progresso e si affermerà un disagio, una malattia (parola chiave del Romanticismo). Per malattia si intende quel disagio esistenziale del quale tutti gli intellettuali se ne renderanno conto, riflettendolo nelle loro opere e riuscendo a dare una soluzione solo a volte. Molti infatti non riescono a dare una soluzione e per questo l’intellettuale scende ai margini della società, non è più il primo della società come il vate.

La scapigliatura


Mentre nell’area Francese ci sono i poeti maledetti (Baudelaire), in Italia un fenomeno molto importante è quello della Scapigliatura. La Scapigliatura non è un movimento organizzato o una scuola, ma un gruppo di intellettuali che operano negli stessi anni (1860-1870), negli stessi ambienti, cioè in un triangolo formato da Milano, Torino e Genova e che sono il campanello d’allarme del disagio lasciato dal Positivismo. Questi hanno sentito per primi il disagio ma non hanno saputo reagire e hanno avuto vita breve perché si sono abbandonati alla droga, all’alcol e al suicidio. Cletto Arrighi propose per la prima volta il termine Scapigliatura nella sua opera, nella quale designava un gruppo di spostati e ribelli alla loro classe di provenienza che amavano vivere in maniera disordinata. Gli Scapigliati sono un campanello d’allarme di una malattia esistenziale difficile da superare. Con essi, compare in Italia il conflitto tra intellettuale e società, in seguito al processo di modernizzazione economica e sociale che li porterà ai margini della società. Gli Scapigliati hanno un atteggiamento dualista tra Ideale e Vero, in quanto da una parte respingono la società moderna e cercano di aggrapparsi al passato e ai valori come la Bellezza, l’Arte e la Natura, ma dall’altra parte sono consapevoli di essere lontani da quei valori e tendono così a rappresentare il vero. Gli Scapigliati provengono dai bohémiens francesi, dai poeti maledetti, coloro che avevano sentito il disagio ed erano fortemente coinvolti. Essi erano incapaci di aderire ad ogni trasformazione in atto e cercavano di legarsi alla tradizione classica della bellezza ideale, con la consapevolezza però di non poterlo fare, perché erano molto lontani. Baudelaire fu il padre della generazione dei poeti maledetti, intellettuali che scendono sempre di più ai margini della società.
Tuttavia, la Scapigliatura si trova ad un crocevia intellettuale, attraverso il quale filtrano temi delle letterature straniere, che contribuiscono a svecchiare la nostra cultura italiana e aprono la strada al Decadentismo e al Naturalismo. Avanguardia significa rivoluzione di tutto ciò che è tradizione e anticipazione di ciò che poi si affermerà in futuro. Qua si parla però di un’avanguardia mancata, in quanto gli Scapigliati si ribellano a tutto, ma non realizzano nulla di concreto.
La Scapigliatura ci porterà al romanzo psicologico con D’Annunzio. Egli è uno dei massimi esponenti del Decadentismo ed è un intellettuale che a differenza di Verga è riuscito a porsi al centro dell’Europa, capendo le esigenze prima delle richieste e quindi è un intellettuale nuovo e diverso dagli altri che sono rimasti disorientati. Poi con Svevo c’è il romanzo psicoanalitico che è una sottocategoria del romanzo psicologico (Freud).

Naturalismo e verismo


Il Naturalismo può essere visto come la traduzione, sul piano creativo e artistico, della filosofia del Positivismo, quel movimento di pensiero che è l’espressione ideologica della nuova organizzazione industriale della società borghese e del conseguente sviluppo della ricerca scientifica. Esso porta al rifiuto di ogni visione di tipo religioso, metafisico e idealistico e alla convinzione che la realtà è dominata da leggi meccaniche spiegabili solo scientificamente. Gli scrittori naturalisti si accostano agli ambienti e ai personaggi dei romanzi e dei racconti con distacco. Se prima lo scrittore poteva intervenire nella vicenda con suoi giudizi e commenti, ora all'autore naturalista viene richiesto il massimo distacco, al fine di ottenere una rappresentazione il più possibile impersonale. Nelle intenzioni dei naturalisti, per essere fedele alla realtà, l'autore deve limitarsi a fotografarla, senza farsi turbare psicologicamente.

Il “documento umano” naturalista


Il narratore deve scomparire dietro l'azione che racconta. L'oggettività del racconto, concepito come “documento umano”, è garantita del fatto che l'autore segue, nella creazione della sua storia, alcune ferree leggi, come il determinismo. Quest'ultima è una dottrina filosofica per la quale tutti i fenomeni sono il prodotto condizionato di alcune cause precise: per il critico Hippolyte Taine, teorico del naturalismo, la razza (race), l'ambiente (milieu) e il momento storico (moment) sono i tre fattori fondamentali che determinano, appunto, i comportamenti e le scelte degli esseri umani.
Per limitarci ad alcuni tra i maggiori esponenti del Naturalismo francese, ricordiamo Balzac con la sua Commedia umana, Flaubert per la sua teoria dell’impersonalità (L’artista nella sua opera deve essere come Dio nella creazione, invisibile e onnipotente, si che lo si senta ovunque, ma non lo si veda mai), i fratelli de Goncourt per la descrizione minuziosa degli ambienti sociali nei loro romanzi e soprattutto Émile Zola, il romanziere scienziato che con Il romanzo sperimentale dimostra come la storia di ogni persona sia determinata da fattori biologici e psicologici. Zola sostiene che il metodo sperimentale delle scienze deve essere applicato anche alla sfera spirituale dell’animo umano e quindi alla filosofia e alla letteratura. Nell’opera di Zola, I Rougon-Macquart, venti romanzi, lo scrittore traccia un quadro della società francese del secondo Impero attraverso dei membri di una famiglia. L’intento dimostrato è quello scientifico, con al centro dei romanzi casi patologici, dovuti a difetti ereditari. Vi è anche l’intento sociale e politico, grazie al quale Zola descrive la società francese sotto tutti gli aspetti. L’atteggiamento ideologico di Zola è progressista, fiducia nel progresso, polemico contro i ceti dirigenti e interessato verso i ceti subalterni. Nelle opere dei naturalisti troviamo spesso la rappresentazione della realtà urbana dell'epoca, colta soprattutto nelle fasce sociali più basse (piccola borghesia, proletariato, sottoproletariato) e nei suoi aspetti di degrado. Molte volte il realismo è crudo e la rappresentazione impietosa. In questo modo da quei romanzi emergeva una denuncia delle situazioni di povertà, miseria e sfruttamento a cui la nuova società industriale costringeva i soggetti più deboli.

Uno stile impersonale


Lo stile di queste opere vede, oltre a quello dell'impersonalità, un’imitazione fedele della lingua dei personaggi, con il rifiuto degli abbellimenti retorici della tradizione letteraria, e uno stile asciutto, secco, diretto, essenziale e semplice. Poi la tecnica dello straniamento, con la quale tutte le cose parlano da sé, per l’assenza di una narratore onnisciente. Un’altra tecnica è il discorso indiretto libero che nasconde ancora di più l’autore, in quanto non vi è nessuna marca grammaticale che segni l’inizio del pensiero del personaggio, né verbo né congiunzione. Flaubert, nel romanzo Madame Bovary, usa tutte queste tecniche. Il Naturalismo supera il Romanticismo nei suoi aspetti soggettivi e spiritualistici. Ora lo scrittore preferiva seguire la ragione e la realtà. Nel corso dell’evoluzione del Naturalismo si riaffacciarono istanze spirituali e simboliste che finiranno per far avvicinare alcuni esponenti del Naturalismo al Decadentismo.

Il verismo italiano: analogie e differenze


Il Verismo è una corrente letteraria sviluppatasi in Italia nella seconda metà dell'Ottocento, e precisamente dalla fine degli anni Settanta al termine del secolo. Possiamo dire che il Verismo è il corrispettivo italiano del Naturalismo francese. Dobbiamo però prestare attenzione alle differenze tra i due movimenti: mentre in Francia il Naturalismo si sviluppa in una società industriale e in un contesto cittadino, il Verismo ha a che fare con una realtà, quella italiana, ancora arretrata dal punto di vista economico e con uno sfondo soprattutto rurale. In altre parole, mentre i naturalisti francesi rappresentano soprattutto la vita del proletariato urbano, i veristi focalizzano la loro attenzione sulle condizioni di miseria dei contadini e dei pescatori. Inoltre, mentre gli scrittori naturalisti manifestano una certa fiducia nel progresso, l'ideologia dei veristi è molto più pessimistica. Un miglioramento delle condizioni di vita dei ceti subalterni sembra impossibile: nei loro libri quando un personaggio di umile condizione cerca di salire nella sfera sociale, il suo sforzo finisce quasi sempre in tragedia. Verismo è un’etichetta generica, in quanto ogni scrittore ha caratteristiche diverse per intendere il “suo Verismo”. Negli anni Novanta, il romanzo veristico entra in crisi e viene sostituito dal romanzo psicologico e l’attenzione si sposta dall’ambiente sociale, alla psicologia complicata dei personaggi.
I massimi esponenti del Verismo sono siciliani: Giovanni Verga, Luigi Capuana e Federico De Roberto. Il caposcuola del movimento è Verga, del quale ricordiamo i romanzi I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo e le raccolte di novelle Vita dei campi e Novelle rusticane, mentre di Capuana vanno menzionati almeno i romanzi Giacinta e Il marchese di Roccaverdina e di De Roberto il capolavoro I Viceré.
Capuana ebbe una funzione fondamentale nel far conoscere le idee di Zola; però, nell’esaltazione dell’opera zoliana, si coglie il modo diverso di intendere la letteratura: per Capuana la letteratura non deve essere subordinata alle scienze, ma deve essere la tecnica con cui l’autore scrive.
La realtà siciliana è dunque il principale oggetto di rappresentazione dei romanzi e racconti veristi. Attento lettore e seguace di Zola, Verga tende a una raffigurazione il più possibile obiettiva di questa realtà regionale. Per perseguire tale scopo, il narratore tende a eclissarsi dietro le vicende narrate, evitando ogni commento o coinvolgimento emotivo. Verga utilizza una tecnica che il critico Guido Baldi ha definito “artificio della regressione”: l'autore, cioè, regredisce al livello dei suoi personaggi, al loro universo mentale e psicologico. Dal punto di vista linguistico, Verga non utilizza il dialetto siciliano, la lingua, cioè, che parlavano effettivamente i suoi personaggi, in quanto altrimenti i suoi libri non sarebbero stati compresi dal pubblico nazionale. Dunque decide di tradurre il dialetto in italiano, conservando però le semplici strutture sintattiche e i modi di dire tipici del mondo dialettale dei suoi personaggi. Il narratore, così, non è più l'alter ego (la controfigura) dell'autore, ma diventa invece un ‘narratore popolare', cioè una voce narrante che sembra aderire alle credenze, ai valori, ai modi di pensare della società rurale siciliana della seconda metà dell'Ottocento.
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