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L'Italia post-unitaria


Con l’unità d’Italia, avvenuta nel 1861, il Paese è finalmente unito sotto il profilo geopolitico, ma la situazione che i politici e gli intellettuali si trovano ad affrontare continua ad essere una realtà problematica e frastagliata. Infatti, questa unificazione, in realtà, lasciò il Paese fortemente diviso: le parlate regionali erano profondamente diverse e rendevano arduo l’intento di creare gli italiani dopo che era stata creata l’Italia, e le industrie cominciarono a svilupparsi nel Nord, mentre nel meridione era ancora in vigore un’economia basata sulla piccola agricoltura, con metodi ancora rudimentali.
Gli intellettuali si ritrovarono di fronte ad un settentrione e ad un meridione che procedevano a velocità differenti: il Nord era in pieno decollo industriale ed era meglio disposto a modernizzarsi, mentre il Sud era rimasto legato a situazioni profondamente arcaiche e ad una cultura contadina che si basava ancora su modalità di pensiero superstiziose e arretrate. Per questo motivo, il gruppo degli intellettuali si colloca a metà strada tra un sentimento di nostalgia per un passato identificato con la semplicità primogenita dei primi uomini (una nostalgia quasi romanticamente espressa) e un bisogno di correggere le arretratezze culturali (quindi una rappresentazione verista di una comunità talmente lontana dalla possibilità di crescita da sembrare quasi al di fuori della Storia) e di modernità. In tutta Europa la modernità era diventata l’argomento fondamentale della filosofia e della letteratura: si era, infatti, sviluppata la corrente filosofica del positivismo secondo cui, attraverso il progresso e avvalendosi dello strumento della ragione, l’umanità si sarebbe migliorata sempre di più.
In Italia, il mito del progresso, da un lato, fu considerato come una rinuncia di quello stato di natura che i nostalgici consideravano ideale; per questo motivo per molti intellettuali italiani il progresso scientifico non portava vera e propria conoscenza. Il Verismo italiano, infatti, fu una corrente letteraria fortemente pessimistica, a differenza del Naturalismo francese che fu, invece, una corrente letteraria fortemente ottimistica, poiché si basa proprio sulla filosofia del positivismo.
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