Dopo il diploma? C'è quasi solo l'università, ma 1 su 6 cambia presto idea

Marcello G.
Di Marcello G.
almadiploma almalaurea 2020

L'università si conferma la strada maestra per il post-maturità. Ma non sempre si rivela la scelta giusta. Forse perché, in molti casi, la decisione di continuare gli studi non è tutta farina del sacco degli studenti ma è influenzata da fattori esterni. Due su tutti: il contesto famigliare di provenienza e l'idea che con una laurea in tasca possano aumentare nettamente le prospettive lavorative.
Così, di fronte ai primi ostacoli, molti mollano. È questa la sintesi dell'ultimo Rapporto 2020 sulla “Condizione occupazionale e formativa dei diplomati di scuola secondaria di secondo grado”, realizzato da AlmaDiploma e dal Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, coinvolgendo oltre 88 mila diplomati (circa 47 mila del 2018 e 41 mila del 2016).

Leggi anche:

Quasi tutti all'università, ma non sempre è una scelta definitiva

Le dinamiche riscontrate in passato vengono tutte ribadite. L'iscrizione a una facoltà universitaria pare quasi inevitabile: fra i diplomati del 2018, più di 7 su 10 (il 71,7%) hanno affollato i corsi di laurea nell'autunno successivo. Un progetto, quello delle matricole, che si poteva intravedere con largo anticipo: l'87% era infatti già convinto tra i banchi di scuola di voler fare l’università, dichiarandolo apertamente alla vigilia dell'esame di Stato? È però vero che l’8,3% degli studenti ha poi cambiato idea. La quota di chi ha rivisto le proprie scelte è più consistente tra i diplomati professionali (24,4%) e tecnici (13,3%) rispetto ai liceali dove la quota dei ripensamenti è praticamente irrilevante (5,2%); forse perché, le primi due categorie, possono contare su maggiori chance lavorative immediatamente dopo le superiori. Un esempio su tutti: il 18,9% di quanti hanno svolto l’alternanza scuola-lavoro, entro un anno dal diploma, è stato successivamente richiamato dall’azienda in cui ha svolto tale attività, ma tra i diplomati tecnici si arriva al 27,4% e tra i professionali al 32,6%.

E, dopo dodici mesi? Il 66,9% è ancora lì: il 51,4% ha optato esclusivamente per lo studio, il 15,5% frequenta l’università lavorando. Il che, però, apre la porta a un altro dei dati salienti emerso dalla ricerca, quello relativo all'abbandono: il 6,6% ha infatti deciso di abbandonare l’università fin dal primo anno, un ulteriore 8,7% ha mantenuto viva l'iscrizione ma ha cambiato ateneo o corso di laurea. Con gli abbandoni che colpiscono i percorsi scolastici apparentemente meno votati agli studi universitari: il tasso di rinunce è del 4,6% tra i liceali, del 10,5% tra i diplomati degli istituti tecnici del 13,1% tra quelli dei professionali; i cambi di ateneo o corso di laurea riguardano il 9,4% dei liceali, l’8,9% dei professionali e il 7,1% dei tecnici.

La pratica non corrisponde alla teoria: è solo colpa dell'orientamento?

Cosa genera tutto questo ripensamento, assolutamente da non trascurare? Il motivo prevalente del cambiamento di corso o ateneo è legato soprattutto a un’insoddisfazione, rispetto alle aspettative iniziali, per le discipline studiate: il 44,0% dichiara che quelle affrontate fino a quel momento non sono risultate interessanti, il 4,4% ha trovato il corso troppo difficile, l’8,1% si dichiara insoddisfatto dell’ateneo scelto. Da leggere in chiave positiva, invece, il dato del 33,5% per il quale il cambiamento di corso o ateneo è legato alla nuova possibilità di accedere al corso di laurea a cui non era riuscito ad accedere in precedenza, dove magari c'era un test d'ingresso. Infine, la restante parte ha scelto di cambiare per motivi personali (4,8%) o per altri motivi (4,3%).

Di fronte a queste dinamiche, di solito, si punta il dito soprattutto contro le attività di orientamento che non funzionano a sufficienza e le cui criticità affondano le proprie radici ben prima del diploma. E in parte è vero, basta far tornare i ragazzi indietro con la mente alla terza media: solo il 55,5% dei diplomati del 2018 dichiara che sceglierebbe lo stesso indirizzo/corso nella stessa scuola. Il restante 44,3% compierebbe una scelta diversa: il 24,5% cambierebbe sia scuola sia indirizzo, l’11,7% sceglierebbe lo stesso indirizzo ma in un’altra scuola, l’8,1% sceglierebbe un diverso indirizzo nella stessa scuola. E dopo un anno dal diploma, alla luce delle esperienze fatte, il quadro si modifica leggermente ma l'idea di base rimane quella: la quota di quanti replicherebbero esattamente il percorso scolastico compiuto sale al 59,8% e al 39,9% la percentuale di chi varierebbe la propria scelta. I diplomati meno convinti della scelta compiuta a 14 anni? Quelli degli istituti professionali; tra questi, inoltre, nel corso del primo anno successivo al conseguimento del titolo si acuisce il malcontento rispetto alla scelta compiuta. I diplomati tecnici, e ancora di più i liceali, risultano invece essere tendenzialmente i più appagati.




La famiglia ha un ruolo spesso determinante

Ma ci sono almeno altre due variabili che potrebbero influire sull'abbandono universitario, portando i ragazzi a compiere scelte in parte estranee alla propria volontà. Il primo è il contesto economico: chi ha alle spalle una famiglia agiata è maggiormente spinto verso la strada che conduce alla laurea, con la quota delle matricole che sale al 75,1% (rispetto al 56,7% riscontrato tra i giovani provenienti da famiglie meno agiate).

Ancora più determinante, però, è il livello culturale dei genitori: laddove almeno uno tra mamma e papà ha una laurea in tasca, ecco che la quota di iscrizioni all'università sale all'88,2% (tra i giovani i cui genitori sono in possesso di un diploma di scuola secondaria di secondo grado ci si ferma al 66,5%, tra chi proviene da famiglie dove i genitori non sono diplomati al 51,1%).

La ricerca di un futuro migliore spinge verso la laurea

Un terzo fattore che incide notevolmente sull'iscrizione all'università è la voglia, da parte dei ragazzi, di aprirsi più prospettive possibili per il futuro. Tra chi prosegue gli studi, infatti, la principale motivazione è legata a componenti di natura lavorativa (62,9%): il 44,6% dei diplomati del 2018 intende, così facendo, migliorare le opportunità di trovare una buona occupazione, il 17,6% ritiene che la laurea sia assolutamente necessaria per trovare lavoro. Solo il 35,9% è spinto soprattutto dal desiderio di potenziare la propria formazione culturale. Una trend confermato all’interno di tutti i tipi di diploma: il 49,7% dei diplomati tecnici dichiara di essersi iscritto per migliorare le possibilità di trovare lavoro; è il 43,0% per i liceali e il 36,7% per i professionali. Per i liceali, più di altri, l’iscrizione all’università viene vissuta come una necessità per accedere al mercato del lavoro (21,7%; è pari all’8,2% per i tecnici e al 13,0% per i professionali).

Fra i diplomati del 2018 che hanno invece terminato con il diploma la propria formazione, il 27,3% indica, come motivo principale della non prosecuzione, la difficoltà di conciliare studio e lavoro. Un ulteriore 27,3% dichiara invece di non essere interessato a proseguire la formazione, mentre il 14,0% è interessato a un altro tipo di formazione. Infine, il 10,3% lamenta motivi economici. Questa tendenza è confermata fra i diplomati tecnici e professionali, anche se con diversa incidenza, mentre tra i liceali si rileva soprattutto una difficoltà strutturale che ha impedito l’ingresso all’università: il 16,7% non ha proseguito gli studi perché il corso era a numero chiuso e non è rientrato fra gli ammessi (tale quota scende al 6,1% tra i tecnici e al 5,0% tra i professionali).

La carriera scolastica separa le strade dei diplomati

Anche il rendimento scolastico, però, ha il suo ruolo sulle scelte dei diplomati. L’analisi conferma che i diplomati che conseguono il titolo con una votazione più modesta tendono a presentarsi direttamente sul mercato del lavoro, senza proseguire ulteriormente la formazione. A un anno dal titolo, infatti, risulta esclusivamente impegnato in attività lavorative il 14,8% dei diplomati del 2018 con voto alto e il 26,4% di quelli con voto basso (con un differenziale pari a 11,6 punti percentuali). Lo stesso vale a tre anni dal diploma: le quote di quanti lavorano solamente sono rispettivamente 19,5% e 32,3% (differenziale di 12,8 punti percentuali). Se l’impegno in un’attività lavorativa pare essere caratteristica peculiare dei diplomati con voto più modesto, la prosecuzione degli studi è, all’opposto, una scelta che coinvolge soprattutto i diplomati più brillanti: indipendentemente dalla condizione lavorativa, infatti, risultano iscritti all’università nella misura del 75,9% (rispetto al 57,1% di quelli con voto basso). Analogamente, a tre anni la decisione di dedicarsi allo studio è più diffusa tra chi ha conseguito una votazione maggiore: è pari al 74,8% rispetto al 58,2% dei colleghi meno “bravi”.
Skuola | TV
Non perdere la prossima puntata

Curioso di conoscere l'argomento della prossima videochat? Per scoprirlo non ti resta che seguirci!

3 giugno 2020 ore 16:00

Segui la diretta