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parafrasi de Il concilio degli dei nell'Odissea di Omero

Testo tratto dalla fonte Odissea - Traduzione dal greco di Ippolito Pindemonte


Poh! disse Giove, incolperà l’uom dunque
Sempre gli Dei? Quando a se stesso i mali
Fabbrica, de’ suoi mali a noi dà carco,
E la stoltezza sua chiama destino.
Così, non tratto dal destino, Egisto
Disposò d’Agamennone la donna,
E lui da Troia ritornato spense;
Benchè conscio dell’ultima ruina,
Che l’Argicida esplorator Mercurio,
Da noi mandato, prediceagli. Astienti
Dal sangue dell’Atríde, ed il suo letto
Guardati di salir; chè alta vendetta
Ne farà Oreste, come il volto adorni
Della prima lanuggine, e lo sguardo
Verso il retaggio de’ suoi padri volga.
Ma questi di Mercurio utili avvisi
Colui nell’alma non accolse: quindi
Pagò il fio d’ogni colpa in un sol punto.
Di Saturno figliuol, padre de’ Numi,
Re de’ Regnanti, così a lui rispose
L’occhiazzurra Minerva, egli era dritto,
Che colui non vivesse: in símil foggia
Pera chiunque in símil foggia vive.
Ma io di doglia per l’egregio Ulisse
Mi struggo. Lasso! che da’ suoi lontano
Giorni conduce di rammarco in quella
Isola, che del mar giace nel cuore,
E di selve nereggia: isola, dove
Soggiorna entro alle sue celle secrete
L’immortal figlia di quel saggio Atlante,
Che del mar tutto i più riposti fondi
Conosce, e regge le colonne immense,
Che la volta sopportano del cielo.
Pensoso, inconsolabile, l’accorta
Ninfa il ritiene, e con soavi e molli
Parolette carezzalo, se mai
Potesse Itaca sua trargli dal petto:
Ma ei non brama, che veder dai tetti
Sbalzar della sua dolce Itaca il fumo,
E poi chiuder per sempre al giorno i lumi.
Nè commuovere, Olimpio, il cuor ti senti?
Grati d’Ulisse i sagrifici al greco
Navile appresso ne’ Trojani campi,
Non t’eran forse? Onde rancor sì fiero,
Giove, contra lui dunque in te s’alletta?
Figlia, qual ti lasciasti uscir parola
Dalla chiostra de’ denti? allor riprese
L’eterno delle nubi addensatore.
Io l’uom preclaro disgradir, che in senno
Vince tutti i mortali, e gl’Immortali
Sempre onorò di sagrifici opimi?
Nettuno, il Nume, che la terra cinge,
D’infurïar non resta pel divino
Suo Polifemo, a cui lo scaltro Ulisse
Dell’unic’occhio vedovò la fronte,
Benchè possente più d’ogni Ciclopo:
Pel divin Polifemo, che Toósa
Partorì al Nume, che pria lei soletta
Di Forco, Re degl’infecondi mari,
Nelle cave trovò paterne grotte.
Lo scuotitor della terrena mole
Dalla patria il desvia da quell’istante,
E, lasciandolo in vita, a errar su i neri
Flutti lo sforza. Or via, pensiam del modo,
Che l’infelice rieda, e che Nettuno
L’ire deponga. Pugnerà con tutti
Gli Eterni ei solo? Il tenterebbe indarno.
Di Saturno figliuol, padre de’ Numi,
De’ Regi Re, replicò a lui la Diva,
Cui tinge gli occhi un’azzurrina luce,
Se il ritorno d’Ulisse a tutti aggrada,
Che non s’invia nell’isola d’Ogige
L’ambasciator Mercurio, il qual veloce
Rechi alla Ninfa dalle belle trecce,
Com’è fermo voler de’ Sempiterni,
Che Ulisse al fine il natio suol rivegga?
Scesa in Itaca intanto, animo e forza
Nel figlio io spirerò, perch’ei, chiamati
Gli Achei criniti a parlamento, imbrigli
Que’ proci baldi, che nel suo palagio
L’intero gregge sgozzangli, e l’armento
Dai piedi torti e dalle torte corna.
Ciò fatto, a Pilo io manderollo e a Sparta,
Acciocchè sappia del suo caro padre,
Se udirne gli avvenisse in qualche parte,
Ed anch’ei fama, vïaggiando, acquisti.


Parafrasi


<<Ah! Quante volte gli uomini incolpano gli dei!
Ci vedono come la causa delle loro sventure: anche da soli,
con la loro malvagità, si assicurano dolori oltre l’avvertimento.
Come per Egisto: egli sposò, oltrepassando il giusto,
la legittima moglie di Atride che, appena tornato, uccise,
pur essendo a conoscenza dell’imminente morte;
perché era stato avvertito da noi attraverso Ermes,
l’Arghifonte dall’occhio attento, di non ucciderlo, di allontanare la sposa:
“Oreste si vendicherà dell’Atride,
quando, ormai adulto, bramerà la sua terra”.
Così Ermes gli annunciò, senza però convincere Egisto,
pur volendo il suo bene: ed ora tutto ha perduto>>.
Gli rispose allora Atena dagli occhi vispi:
<< Cronide, padre nostro e sommo tra i più grandi,
egli riposa in una giusta morte:
muoia così chiunque altro segua l’esempio.
Ma il mio cuore s’infrange per il valoroso Odisseo,
infelice, che da tempo soffre, lontano dai cari,
in una terra ricca di arbusti, dove vi abita una dea,
la figlia del temibile Atlante, che di tutto il mare
conosce gli abissi e governa le maestose
colonne che dividono la terra e il cielo.
La figlia di Atlante trattiene il piangente e triste Odisseo,
lo ammalia sempre con dolci e seducenti
parole, perché dimentichi Itaca: ma costui,
che spera di vedere il fumo levarsi
dalla sua terra, vorrebbe morire. E il tuo cuore,
Zeus, non si impietosisce? Odisseo non ti era caro
quando faceva sacrifici presso le navi degli Argivi,
nell’estesa Troia? Zeus, perché gli sei così avverso?>>
Allora Zeus che raggruppa le nubi disse:
<<Figlia mia, cosa sfuggì dalla tua bocca?
Come potrei dimenticare il grande Odisseo,
che per intelligenza è al di sopra degli uomini e sacrificò più vittime
agli dèi immortali che detengono la volta celeste?
Ma Posidone, dio del mare, è sempre fortemente
irato a causa del Ciclope che egli accecò,
Polifemo, simile a un dio, la cui forza è ben più grande
fra tutti i Ciclopi: lo diede alla luce la ninfa Toòsa,
figlia di Forco che controlla il mare sterile,
unitasi con Posidone che scuote la terra e no,
non uccide Odisseo, ma lo allontana dalla terra dei suoi antenati.
Ma ora, noi presenti, ragioniamo sul suo ritorno,
come può tornare. Posidone metterà fine
alla sua rabbia: non potrà competere da solo
contro il volere di tutti gli dèi >>.
Gli rispose allora Atena dagli occhi vispi:
<< Cronide, padre nostro e sommo tra i più grandi,
se egli ora è benvoluto dagli dèi,
che il sapiente Odisseo ritorni nella sua terra,
così inviamo Ermes, messaggero Arghifonte,
nell’isola Ogigia, perché renda noto alla ninfa dai bei capelli
quanto prima l’imbattibile volere,
la partenza del valoro Odisseo affinché possa tornare.
Io nel mentre andrò ad Itaca, per motivare ancora
suo figlio e infondergli nel petto il coraggio,
riuniti gli Achei dai lunghi capelli,
pregandoli di allontanare tutti i pretendenti, che sempre uccidono
folte pecore e buoi dal passo e dalle arcuate corna.
E lo manderò a Sparta e alla desertica Pilo
a informarsi sul ritorno del padre, se giunga qualche voce
e affinché egli acquisti fama tra gli uomini>>.
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