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Come i personaggi de “I Promessi Sposi” ancora rappresentano il mondo attuale


Nonostante la prima edizione de “I Promessi Sposi” sia stata pubblicata quasi duecento anni fa, il romanzo di Manzoni rimane un capolavoro incredibilmente attuale, racconta una storia d’amore e sofferenza, gioia e dolore, personaggi di enorme bontà e antagonisti oscuri e violenti.
La domanda che mi sono posto per scrivere questa relazione è stata: il comportamento dei personaggi de “I Promessi Sposi” rappresenta ancora la società attuale?
Contro ogni mia aspettativa e forse anche mia speranza la risposta è stata sì, ovviamente nel limite del possibile, ma comunque sì.
Questo mi ha portato a scegliere alcuni personaggi de “I Promessi Sposi” tra quelli che si prestavano meglio al compito e a immaginare il loro comportamento nel mondo attuale.
In che modo e sotto quale forma questo comportamento continua ad esistere?

Il conte zio


Ho scelto di parlare del conte zio come primo personaggio principalmente per due motivi: primo, perché devo a lui la scelta di questo argomento, secondo, perché il problema della corruzione in politica è sfortunatamente ancora molto presente.
Il conte zio compare nel romanzo come lo zio di don Rodrigo e del conte Attilio.
È un abile politico, che deve il suo potere all’appartenenza al Consiglio segreto, all'interno del quale ha, come dice Manzoni, "un certo credito, ma, nel farlo valere, e nel farlo rendere con gli altri, non c' era il suo compagno. Un parlare ambiguo, un tacer significativo, un restare a mezzo, uno stringer d'occhi che esprimeva: non parlare; un lusingare senza promettere, un minacciare in cerimonia; tutto era diretto a quel fine; e tutto, o più o meno, tornava in pro".
Viene descritto come arrogante e superbo, rappresentante della mala politica tanto disprezzata da Manzoni e contro la quale dobbiamo combattere tutt’oggi.
Il Conte Zio è uno di quegli uomini che riescono a farsi una strada nella vita senz'altra virtù se non quella di riuscire a darsi importanza.
Sapeva vendersi, dice Manzoni, che lo paragona a una scatola di quelle che si vedono in qualche bottega, con scritte parole arabe,vuote all’interno, ma che servono a dare una certa aria di importanza.
Come è necessario un certo ingegno per capire che in quelle scatole non vi è nulla, così non è facile scoprire quello che si nasconde veramente dietro la figura vuota del Conte Zio.
Detto questo direi che sono più che possibili dei confronti con la realtà attuale.
In Italia soprattutto, la politica è ricca di contraddizioni e si basa su un’idea malsana di civiltà “di facciata”.
Da sempre infatti la vita politica italiana scorre sul doppio binario morale dei vizi privati e delle pubbliche virtù, del predicare bene e razzolare male.
Siamo pieni di politiconi ricchi di cariche vuote di significato che utilizzano il loro nome, il loro potere, o l’appartenenza ad un partito politico solo per il proprio tornaconto personale, proprio come un conte zio del mondo moderno.
Ma questo solo quando non si può essere visti perché alla luce del sole si è tutti puliti e torna comodo disprezzare corruzione e favoritismi con un’ipocrisia a dir poco assoluta.
Ora al posto delle occhiate significative del conte zio si inviano tweet, al posto che fregare la gente per una parvenza di potere si frega la gente per una speranza di elezione, al posto che aiutare il nipote per spostare un frate scomodo, si aiuta il nipote ad essere assunto senza troppe domande.
E sorge quindi spontanea una domanda: che la politica corrotta forse non è mai cambiata ?

La monaca di Monza


Gertrude, meglio conosciuta come la monaca di Monza è il personaggio protagonista dei capitoli IX e X de “I Promessi Sposi”.
È la monaca del convento di Monza dove si rifugiano Agnese e Lucia in seguito alla fuga dal paese e al fallito tentativo di rapire la giovane da parte di don Rodrigo.
Detta anche la "Signora", la monaca è presentata come la figlia di un ricco ed influente principe di Milano, la quale grazie alle sue nobili origini gode di grande prestigio e di una certa libertà all'interno del convento.
Il personaggio è chiaramente ispirato a Marianna De Leyva (1575-1650), figlia del conte di Monza che fu costretta dal padre a diventare monaca contro la sua volontà: entrò in convento tra le umiliate col nome di suor Virginia Maria, al suo interno le sue origini nobili e il suo carattere altezzoso le fecero subito affiliare il titolo di “signora”.
Negli anni seguenti la sua entrata in convento De Leyva intrecciò una relazione amorosa con il già colpevole di assassinio, Gian Paolo Osio (presente nel romanzo con il nome di Egidio), dal quale ebbe due figli.
Nel tentativo di mantenere il segreto della tresca Osio si macchiò di altri tre omicidi, per i quali venne arrestato e condannato a morte.
Il cardinal Borromeo, venuto a conoscenza della situazione, confermata anche dalla stessa De Leyva, fece sottoporre la donna ad un processo canonico che stabilì la sua reclusione nella casa delle penitenti in Santa Valeria a Milano, dove visse gli ultimi anni della sua infelice esistenza auto infliggendosi pene corporee con la volontà di espiare i propri peccati.
Manzoni tratteggia una figura incredibilmente unica che fa di Gertrude uno dei personaggi più affascinanti del romanzo, in particolare nel racconto dettagliato della sua storia precedente il convento, mentre nella vicenda della relazione con Egidio e del delitto della conversa il racconto è ricco di dettagli sottintesi, tipici di Manzoni che non vuole rappresentare il male in modo troppo diretto o in modi che possano risultare eccessivamente accattivanti e seducenti per il lettore (famosa, la frase con cui è raccontato l'inizio della relazione con Egidio: "Costui... un giorno osò rivolgerle il discorso. La sventurata rispose").
La storia di Gertrude è anche esempio del male sempre presente nel mondo del potere e nella stessa nobiltà, perché l'imposizione del padre nasce da motivi che riguardano il prestigio familiare e la necessità di lasciare intatto il patrimonio, mentre alla fine Gertrude è indotta ad accettare il velo pur di non perdere quegli stessi privilegi nobiliari a cui è in fondo attaccata (il rifiuto porterebbe al ripudio da parte della famiglia e dunque, all’abbassamento ad una condizione sociale inferiore, per cui la giovane avrebbe la possibilità di sottrarsi al suo destino ma lo accetta perché non ha la forza di ribellarsi alle convenzioni della sua elevata classe sociale).
Ma in che modo il carattere di un personaggio complesso quale è la monaca di Monza si ripresenta nel mondo moderno?
Nonostante i 400 anni passati dalla vicenda della De Leyva la sua storia tormentata può ricondurre a situazioni attuali.
Il principe padre della monaca di Monza alla fine non è altro che una più antica versione di un genitore autoritario del mondo moderno.
Il genitore autoritario è esigente ed esercita sui figli un forte controllo. Solitamente impone regole che non vanno discusse ma rispettate, e non sente la necessità di spiegarle né tanto meno di negoziarle.
Non presta ascolto alle esigenze del figlio, più che altro si aspetta di essere ubbidito e imposta quindi un tipo di comunicazione pressoché unilaterale.
Questo è risultato essere lo stile educativo in assoluto peggiore rispetto al rischio che il ragazzo sviluppi un malcontento che lo porta a isolarsi e, soprattutto, a diffidare dell'adulto. La conseguenza possibile è che quel ragazzo una volta cresciuto diventi un adolescente riottoso e ribelle o, nel caso di una personalità debole come quella della monaca di Monza ad un’ubbidienza forzata, priva di felicità.
Le conseguenze di un rapporto malsano di questo tipo con i genitori sono molte, prima fra tutte la carenza di autostima che porta inevitabilmente alla timidezza, ma anche ad un desiderio di rivincita personale ad una incredibile volontà di ribellione che non possono che condurre ad un profondo dissidio interiore.
Per quanto riguarda invece altri comportamenti di una “Gertrude del mondo moderno” è fin troppo facile ritrovare al giorno d’oggi un comportamento di omertà, quindi non una malvagità vera e propria, ma un’accondiscendenza nei confronti di chi commette un misfatto tipica del personaggio della monaca.
⁠⁠⁠Inoltre, e qui mi permetto anche di avanzare una critica nei confronti di certi autoproclamati libri, sono sempre più amati dai giovani storie d’amore che narrano di una donna debole e sottomessa e di un uomo misterioso e dominatore.
Possibile che sia questo l’immaginario femminile contemporaneo?
A questo hanno portato quarant’anni di lotte femministe?
Non che io adesso osi paragonare uno di questi prodotti da spazzatura alla vicenda della monaca, non sia mai! Ma si potrebbero trovare alcune somiglianze.
Che sia passato troppo tempo per trovare collegamenti diretti è certamente vero ma la storia della monaca di Monza rimane una delle più interessanti e intriganti de “I Promessi Sposi” che sotto certi aspetti rispecchia ancora la realtà del mondo attuale.


Perpetua


Perpetua è la serva di Don Abbondio. È una donna “affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo l’occasione”.
Viene descritta così all'inizio del romanzo: "aveva passato l'età sinodale dei 40, rimanendo nubile, per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le sue amiche".
Compare nel primo capitolo, quando il curato torna a casa in seguito all'incontro con i bravi, ed è descritta come una donna decisa ed energica, amante del pettegolezzo (motivo per il quale don Abbondio è inizialmente restio a rivelarle il ricatto subìto) e dalla battuta pungente, per cui rimprovera spesso al curato la sua debolezza e mollezza d’animo.
Forse è il personaggio che meglio conosce la mentalità di don Abbondio di cui sopporta le fantasticaggini e con cui condivide una forma di ruvido affetto, insieme al curato forma un duetto comico caratterizzato dal tipico umorismo manzoniano.
Nonostante sia un personaggio secondario ha un ruolo decisivo nella vicenda in quanto è lei a far capire a Renzo la verità sul matrimonio rimandato nel cap. II; la sua indole chiacchierona verrà poi sfruttata da Agnese, che la distrarrà la notte del "matrimonio a sorpresa" cap. VIII con chiacchiere riguardanti il fatto che è rimasta zitella. La sua morte a causa della peste è rivelata dal curato a Renzo cap. XXXIII.
Lo ammetto quando ho deciso di inserire Perpetua nella lista dei personaggi che avrei trattato avevo già in mente l’allettante prospettiva di potermi dilungare un po’ sul pettegolezzo.
Il pettegolezzo è un fenomeno molto studiato e nel tempo gli psicologi sociali hanno formulato diverse definizioni al riguardo : Eder & Enke (1991) ad esempio hanno definito il gossip come "discorsi valutativi che riguardano una persona che non è presente"; Noon e Delbridge (1993) hanno preferito parlare di un"processo comunicativo informale che riguarda informazioni valutative sui membri di un contesto sociale"; Jorg R. Bergmann (1993) ha elencato gli argomenti più comuni del pettegolezzo: qualità personali e idiosincrasie, sorprese e incongruenze comportamentali, discrepanze tra comportamento reale e richieste morali, cattive maniere, modalità non accettate di comportamento, carenze, scorrettezze, omissioni, presunzioni, errori, disgrazie e fallimenti.
Secondo alcuni studiosi la parola italiana pettegolezzo potrebbe derivare da "pithecus" (scimmia).
A proposito di scimmie nel 1998 un gruppo di psicologi sociali, capitanati da Robin Dunbar propose la teoria secondo cui il pettegolare umano non sia altro che il corrispondente del grooming dei nostri cugini primati; questi ultimi spulciandosi reciprocamente, riescono infatti a mantenere relazioni positive con la loro cerchia, che in natura conta circa 50 individui. Le cerchie degli esseri umani invece, che sono molto più vaste (in media le amicizie sul profilo Facebook di una persona sono circa 150) richiedono, secondo la teoria citata, strumenti sociali come il pettegolezzo, per mantenere i contatti con tutti.
Quindi, per quanto a nessuno piaccia essere oggetto di pettegolezzi, essi si dimostrano incredibilmente utili sotto il punto di vista sociale.
Il gossip migliora la società, ci permette di confrontarci con gli altri e di poter avere una concreta consapevolezza della nostra persona, ci permette di mantenere una convivenza pacifica con le persone che ci circondano e ci spinge a migliorarci per cercare di non esserne vittime.
Quindi anche Manzoni riconferma le teorie citate sopra, come sarebbe stata la vicenda de “I Promessi Sposi” senza il pettegolezzo di Perpetua?
Concludo citando Woody Allen: ”Il pettegolezzo è come fumare sigarette: piacevole, ma poco sano.”

Don Abbondio


Don Abbondio è il curato del paesino di Renzo e Lucia, colui che all'inizio del romanzo avrebbe dovuto celebrare il matrimonio dei due promessi.
è il primo personaggio del romanzo a entrare in scena, all'inizio del primo capitolo, e in seguito all'incontro con i bravi l'autore ci fornisce una dettagliata descrizione della sua mentalità e del suo carattere.
Il prelato è descritto come un uomo di circa sessant'anni, dai capelli bianchi e con "due folti sopraccigli, due folti baffi, un folto pizzo", che incorniciano una "faccia bruna e rugosa".
Non è un uomo coraggioso e dimostra anzi in numerose occasioni la sua vigliaccheria e la sua viltà, che sono anche le ragioni della sua scelta di farsi prete: non per una sincera vocazione, ma per il desiderio di proteggersi dai pericoli della vita ed entrare in una classe agiata e dotata di un certo prestigio, che offriva anche una discreta protezione.
Il curato svolge il suo dovere tenendosi fuori da ogni contrasto, mantenendo la neutralità in qualunque contesa o litigio, non contrastando mai i potenti e mostrandosi in ogni occasione come un debole.
Si diletta a leggere libri senza un interesse preciso facendoseli prestare da un curato suo vicino, li legge però senza capire gran che: famosissima la frase "Carneade" Chi era costui?" che apre l’ottavo capitolo e che è diventata un proverbio per esprimere l’idea di un famoso sconosciuto (questo indica anche la relativa ignoranza del personaggio).
Don Abbondio è comunque una figura fondamentalmente positiva, sinceramente affezionato a Renzo e Lucia, anche se la sua paura e la sua debolezza lo spingono a comportarsi in modo scorretto e a farsi complice delle prepotenze altrui, al di là delle sue stesse intenzioni.
È indubbiamente uno dei personaggi più comici del romanzo, protagonista di molti episodi che mescolano dramma e ridicolo.
“Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”, scriveva Manzoni, quasi a volerlo giustificare.
La frase è efficace, ma non è del tutto corretta. La paura non è una condanna del destino, né una condizione caratteriale, è semplicemente la voglia di non vivere.
Tante volte il pauroso non ha timore delle conseguenze del suo eventuale gesto audace, ma solo del cambiamento che questo produrrebbe.
“Il coraggio, uno, se non ce l’ha…” diventa in questi casi una comoda auto giustificazione.
In effetti ne “I Promessi Sposi”, la ritorsione del “potente”, in questo caso rappresentato da don Rodrigo colpisce il coraggioso fra’ Cristoforo, il pavido don Abbondio, invece, non subirà vendette e potrà tranquillamente continuare le sue letture serali sui libri che parlano di Carneade.
E’ questa la verità: il prete non saprebbe gestire una situazione nuova.
E’ proprio questo che porta i molti don Abbondio contemporanei (mi riferisco in particolare a politici dentro e fuori il palazzo, dirigenti di associazioni, burocrati di Stato) a non esprimere mai una propria opinione, ovvero un’idea fondata su un loro personale ragionamento su una data questione, al contrario, sono solamente portavoce del pensiero altrui, diventando unicamente vuoti strumenti divulgativi, in cambio di concessioni o future convenienze: anche la politica non sfugge a questa verità.
Viene quindi da pensare che la causa dei molti problemi che affliggono il nostro paese, in modo particolare penso a quelli che derivano dalle mancate o rinviate azioni rinnovatrici delle istituzioni, non stia tanto nella figura dei leaders, ma nell’abbondanza di pedine senza peso politico, che sono quasi sempre don Abbondio e molto raramente fra Cristoforo.
Come stupirsi poi “che nulla cambia”?
Come non avvallare la tesi che in politica tutto si cambia per non cambiare nulla?
Seguire la corrente è senza dubbio meno faticoso e rischioso e, se capita di finire in scatoletta, nessun problema: una scusa a posteriori per riapparire si trova sempre… Peccato però che nel frattempo, i don Abbondio contribuiscano a fossilizzare il Paese in uno status di rassegnata apatia collettiva.
In realtà, pur gridandolo a gran voce solo perché ispirati da altri, questi personaggi hanno paura del nuovo, del cambiamento. Preferiscono la tranquilla abitudine ai privilegi ottenuti in passato piuttosto che l’avventura di esporsi. E quando lo fanno sono spinti dalla convenienza, essendo loro esperti dell’arte di arrangiarsi. Sono quindi tristi e frustrati, perché la tranquillità è cosa molto diversa dalla felicità, che è conseguenza di alti e bassi ed ha il sapore forte della libertà di pensiero e dell’istinto ad agire.
A questo punto, a qualcuno – mi auguro – sarà sorta la domanda: ma chi sono questi novelli don Abbondio?
Pensateci sopra e provate voi a decidere quanti tra i vari politici più o meno noti che conoscete rispecchiano le caratteristiche del personaggio manzoniano. Siate però indulgenti, d’altronde “se uno il coraggio non ce l’ha, come se lo può dare?”

Dottor Azzecca-garbugli


È un avvocato di Lecco fidato compagno di di don Rodrigo a cui trova scappatoie legali per le sue malefatte.
È un personaggio secondario ed è descritto come un uomo alto, magro, con la testa pelata, il naso rosso (dovuto probabilmente al vizio del bere) e una voglia di lampone sulla guancia.
Lo incontriamo per la prima volta nel terzo capitolo quando Agnese suggerisce a Renzo di recarsi da lui per chiedere un parere legale circa il sopruso subìto da parte di don Rodrigo.
Renzo si reca nel suo studio, descritto come un luogo decadente che comunica un'impressione di trascuratezza, ed espone il suo caso, ma l'avvocato cade in equivoco e scambia Renzo per un bravo, spiegandogli poi come farà a tirarlo fuori dai guai (comprando testimoni, minacciando le vittime e invocando la protezione dei potenti); in questa occasione viene citata la grida datata 15 ottobre 1627 in cui sono previste pene per chi minaccia un curato, documento che diede a Manzoni l'idea base per il romanzo.
Quando Renzo fa il nome di don Rodrigo nel tentativo di chiarire la situazione, l'avvocato va su tutte le furie e caccia via malamente il giovane, restituendogli i capponi che aveva portato in dono e non volendo sentire ragioni.
Si capisce il motivo di questo suo comportamento nel quinto capitolo quando fra Cristoforo si reca al palazzotto di don

Rodrigo


e tra i commensali del signorotto si trova anche Azzecca-garbugli stesso, visibilmente ubriaco che si scherma goffamente quando tirato in causa nella disputa cavalleresca e propone un confuso brindisi elogiando la qualità del vino e l’ampiezza del banchetto in tempo di carestia.
La sua morte viene menzionata nel trentottesimo, dicendo che la sua spoglia era sepolta a Canterelli, un cimitero vicino Lecco dove erano state seppellite molte vittime della peste.
L'avvocato è presentato come un personaggio buffo e sgraziato, quasi un carattere da commedia (e infatti il suo colloquio con Renzo nel terzo capitolo è una sorta di "commedia degli equivoci"), che rappresenta il decadimento e il degrado della giustizia nel XVII secolo; è anche l'esempio di un vile cortigiano e di un parassita che sfrutta don Rodrigo, mettendosi al servizio dei suoi propositi delittuosi.
Quando parliamo di un personaggio secondario come Azzecca-garbugli si apre davanti a noi la possibilità di riflettere un po’ sulla giustizia e per quanto al giorno d’oggi si possa pensare che le cose siano cambiate rispetto a 400 anni fa invece tutto è rimasto uguale.
“Ma come?”- direte voi “oggi ogni giorno si sente parlare di politici arrestati, di giustizia che vince, di criminali incarcerati”.
Eppure i veri potenti quelli che muovono i fili, i burattinai del nostro paese non vanno mai di mezzo.
Un esempio?
Era il 2008 e al posto di pagare escort per una volta Berlusconi pagava senatori, al governo c’era Prodi e l’unico scopo del cavaliere era far cadere il governo e in effetti il governo cadde.
Su questa compravendita in senato cominciò a interessarsi la giustizia, Berlusconi fu indiziato, indagato e in fine processato.
Udienza preliminare, requisitoria, rinvio a giudizio e condanna a ben tre anni di carcere. E in fine prescrizione.
Per quanti di voi non lo sapessero la prescrizione è l’estinzione di un diritto, di un reato o di una pena per trascorsi limiti temporali, in pratica dopo un certo limite di tempo non si può più essere condannati per un reato.
Quindi in questo caso specifico l’imputato ha seguito tutto il corso del processo è stato condannato a tre anni di reclusione e ad una pena pecuniaria e boh, niente, troppo tempo, basta, fine, ormai non si può più fare niente, in fondo ha solo comprato dei senatori, poteva andare peggio.
Ma ci rendiamo conto?
Come è possibile?
Era colpevole, è stato provato ma nulla, troppo tardi, perché la giustizia inefficiente aiuta i potenti, quindi meglio lasciarla così, perché se sei un senatore 9 volte su 10 non sarai perseguito dalla legge, perché se sei abbastanza fortunato e passa troppo tempo non hai mai commesso un reato, perché con il nuovo senato 2.0 di Renzi tutti i sindaci eletti in parlamento potranno godere dell’impunità e fidatevi che i sindaci incriminati sono tanti, ma davvero tanti.
Ma soprattutto perché in fondo siamo tutti uguali solo che alcuni sono più uguali di altri.
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