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Contesto Storico


Dopo il crollo del sistema napoleonico, il congresso di Vienna del 1814 segue nuovi principi per ricostruire l’assetto continentale: il principio d’equilibrio, fra le varie potenze, e il principio di legittimità, difatti le corone tornano alle dinastie precedenti a Napoleone. I quattro protagonisti che caratterizzano la scena europea sono Austria, Russia, Prussia (che formeranno la Santa Alleanza), conservatrici, e Inghilterra, liberale.
Il dominio francese viene percepito come oppressivo, ma i moti rivoluzionari del 1789-1815 lasciano tracce indelebili: i diritti inalienabili dell’uomo non si possono cancellare e il ruolo di “cittadino” non può più soccombere a quello di “suddito”. Le classi più umili continuano a restare passive mentre la borghesia si attiva contro i governi assoluti: iniziano a delinearsi società segrete a favore di un regime costituzionale e liberale.
L’Italia è frazionata in vari regni: la Sardegna è sotto la dinastia dei Savoia, la Toscana sotto i Lorena, il Regno delle Due Sicilie in mano ai Borbone; restano infine lo Stato della Chiesa e vari domini napoletani e siciliani.
Nasce un forte elemento unitario sul piano culturale, politico e militare, che rivendica libertà per i cittadini e unità politica, che unisce contro l’Impero austro-ungarico, duramente e prontamente repressivo contro ogni moto di rivolta.

Romanticismo


Attorno alla figura di Herder prende forma il movimento dello Sturm und Drang, “impeto e assalto”; vengono esaltati il sentimento e le passioni (la soggettività) contro la fredda razionalità del classicismo. Tra i suoi sostenitori ricordiamo Goethe o Schiller.
Il termine “romantico” deriva dall’aggettivo inglese “romantic”, neologismo del Seicento e usato in senso spregiativo, in riferimento all’irrealtà (nel senso di fantasia) dei temi trattati e ai romanzi cavallereschi e pastorali. Rousseau lo utilizza per designare uno stato d’animo malinconico e sognatore; malinconia e fantasia altro non sono che elementi caratterizzanti del Romanticismo, insieme al tema patriottico e alla valorizzazione delle tombe, più caratteristico nel Preromanticismo.
Il romantico è fortemente legato al flusso storico ed intendono la storia come insieme di pulsioni diverse -religiose, affettive, sentimentali, passionali-, in contrasto con la visione illuministica della storia, razionale.
E’ in Germania che assumerà significato positivo e confluirà nella teorizzazione del “Romanticismo” -termine usato da Friedrich Shlegel -, finendo per influenzare letteratura, pittura, musica e pensiero.
Intorno alla rivista “Athenaum” si organizza il primo gruppo teorico romantico tedesco, che predica un’arte libera di fantasticare, il recupero delle tradizioni popolari, l’anticonformismo. Viene rivalutato e valorizzato il Medioevo, focolaio delle radici e tradizioni europee e, sul campo letterario, impreziosito da grandi autori come Dante o Shakespeare.
Vi sono, comunque, dei temi ricorrenti in Europa: la morte, l’infinito e il superamento dei limiti o titanismo, come vedremo applicato in Leopardi.

Madame de Stael, con l’opera De l’Allemagne (“La Germania”), immediatamente sequestrata da Napoleone, diffonde in Francia i caratteri fondamentali del Romanticismo; in particolare, l’articolo Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni, pubblicato nel 1816 sulla rivista milanese “Biblioteca italiana”, innesca la polemica tra classicisti e romantici. Nell’articolo si attacca polemicamente la letteratura italiana, accusata di essere antiquata, pedante e lontana dalle esigenze popolari, si invitano i letterati italiani a tradurre e studiare gli autori dei nuovi indirizzi romantici europei.
Con il profilarsi di due schieramenti, fra i primi a intervenire ci sono Pietro Giordani e Vincenzo Monti, che difendono le posizioni dei classicisti; sul fronte opposto come esponenti della tendenza romantica, Ludovico di Breme, Pietro Borsieri e Giovanni Berchet, che sostengono gli Italiani a stare al passo coi tempi e di accettare, quindi, le traduzioni.
Berchet, inoltre, è conosciuto per la Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo, che possiamo indicare come il manifesto del Romanticismo italiano: assumendo le vesti di Grisostomo (dal greco Χρυσόστομος, “bocca d’oro”), dà consigli, tra il serio e l’umoristico, sui problemi della letteratura e dell’arte. Egli sostiene che tutti gli uomini hanno la tendenza alla poesia, che riesce a rendere cittadini dell’universo; in base alla misura di questa tendenza negli uomini, li distingue fra “ottentoti” (in riferimento a un’etnia africana primitiva), insensibili alla poesia, “parigini”, privi di immaginazione e troppo razionali, e popolo, sufficientemente acculturato da poter ricevere e produrre poesia.

Inoltre, l’arte dev’essere spontanea, romantica, educativa e popolare.

In Italia il tema romantico principale è il patriottismo, l’unità della nazione; i principali esponenti romantici italiani sono Manzoni e Leopardi, il centro della cultura romantica è Milano e la rivista più importante è “Il conciliatore”, che si occupava di utilità generale -economia, scienza, pedagogia…-.

Alessandro Manzoni


Alessandro Manzoni nasce a Milano nel 1785, dall’unione della madre Giulia Beccaria e il padre Pietro Manzoni, benché si sospetti che il vero padre sia Giovanni Verri.
Studia in collegio presso i padri Somaschi e successivamente presso i Barnabiti.
Quando la madre, separata, va a convivere con il conte Carlo Imbonati, Alessandro si congiunge col padre, uomo austero e retritivo; tuttavia a Milano conduce un’intensa vita sociale, stringe rapporti con Foscolo e Monti. Nel 1805, quando muore il compagno della madre, Alessandro la raggiunge a Parigi; sarà in questo modo che si avvicinerà alle idee illuministiche per poi avviarsi verso il Romanticismo. Rientrerà a Milano per la morte del padre, e nello stesso anno sposerà Enrichetta Blondel, di religione calvinista; difatti il matrimonio si celebra secondo la mixtae religionis. Da lei avrà dieci figli, verso i quali mostra un atteggiamento piuttosto distaccato o distratto; d’altra parte soffriva di crisi nervose e stati depressivi.
I due si avvicineranno alla religione cristiana insieme; ricordiamo il famoso aneddoto che li ritrae durante la festa popolare per il matrimonio di Napoleone e Maria Luisa D’Asburgo a Parigi; i due si perdono dentro la folla e Manzoni si reca nella chiesa di San Rocco, riscoprendo la fede. Da ciò ne conseguirà la sua produzione letteraria: gli Inni Sacri (di cui il miglior riuscito è La Pentecoste, insieme a: La Resurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, La Passione frutto della formazione classica) e Il cinque maggio ne sono testimonianza.
L’impronta cristiana è visibile, però, soprattutto nel passaggio al romanzo: nasce il primo abbozzo di quello che sarà I promessi sposi, sotto il titolo di Fermo e Lucia. La lingua è quella tipica delle persone educate, senza volgarità, e nell’ultima versione sarà fortemente toscanizzata. La storia creativa di Manzoni scrittore si chiude con la morte della moglie Enrichetta e il seguente matrimonio con Teresa Borri. S’intende, la fervida fede religiosa non gli impedisce di rimanere sempre legato alle sue convinzioni liberali, unitarie e antitemporaliste. E’ nominato Senatore del Regno e la sua indiscussa gloria nazionale si compie con la Messa da requiem dedicatagli da Giuseppe Verdi.

La poesia della prima conversione


La sua vicinanza alle idee giacobine è espressa nei quattro canti in terzine del Trionfo della libertà; nei Sermoni fustiga vizi e difetti del costume italiano contemporaneo; il poemetto Urania ragiona sulla funzione della poesia; In morte di Carlo Imbonati, in endecasillabi, rappresentano il vertice della produzione neoclassica; essi costituiscono una summa dell’etica razionalista e illuministica manzoniana, impersonata da Carlo, eretto maestro di moralità.
La conversione religiosa Gli ideali di libertà, giustizia, solidarietà umana permangono, ma vengono rafforzati dalla fede religiosa e dalla conseguente fiducia nella onnipresente volontà divina. L’influenza dei sacerdoti giansenisti (Tosi, Degola) mette in primo piano la Grazia e il rigorismo morale, la ricerca della giustizia e della verità.
Le riflessioni dello scrittore sono espresse in alcuni scritti teorici, come nelle Osservazioni sulla morale cattolica, nelle quali ribatte alle critiche di Sismonde de Sismondi sul ruolo della Chiesa romana sulla coscienza morale degli Italiani.

La conversione letteraria


Lo scrittore trova nel Romanticismo uno sbocco espressivo adeguato alle sue esigenze spirituali e saranno le stesse a contribuire alla crescita del movimento in Italia. Spiccano, fra i suoi scritti teorici, la Lettre a Monsieur Chauvet1 e la lettere sul Romanticismo a Cesare D’Azeglio2.
1) Le critiche di Chauvet si erano focalizzate sul mancato rispetto delle unità aristoteliche che imporrebbero il contenimento dello svolgersi della tragedia in un tempo non superiore alle 24h e in un unico spazio.
Manzoni invita ad abbandonare le posizioni prettamente nazionaliste in letteratura ed esalta il ruolo che la letteratura francese ha avuto per lui, a cui sente di dovere molto come intellettuale. Precisa che seguendo le suddette unità, viene sacrificata la verosimiglianza dell’azione scenica ed incoraggia ad evitare artificiose concentrazioni drammatiche.
Si profila, inoltre, la sostanziale differenza tra storico e poeta: l’uno, davanti ad un evento complesso, si limita a descrivere con rigore la successione dei fatti, l’altro va oltre e cerca di capirne le interconnessioni; “E’ taciuto dalla storia tutto ciò che è il dominio della poesia”.
2) Oltre a ribadire il contenuto della Lettre a M.C., rimprovera l’imitazione “servile” dei classici e il ricorso alla mitologia. Il letterato, secondo Manzoni, è chiamato a guardare al vero della realtà umana, ricavarne un insegnamento utile, il tutto sotto una narrazione interessante. Perciò, bisogna rinunciare all’imitazione dei classici e rivolgersi ad un pubblico più vasto e meno elitario, sfociando nel romanzo.

In Europa saranno le tragedie di Manzoni a conoscere maggior successo, tradotte da Goethe e Fauriel. Il vero storico viene rielaborato in chiave poetica. Si assiste al compiersi dello sventurato destino dei protagonisti, sconfitti dal fato avverso. Ma non si tratta del fato greco, bensì della rielaborazione manzoniana della Provvidenza: la condotta migliore non sottrae al male, anzi, sembra quasi che la bontà si predestinata alla sconfitta. Esistono oppressi ed oppressori, ma al di là del confine che separa la vita dalla morte, esiste per i buoni un futuro migliore; si parla così di “pessimismo cristiano”.
Il conte di Carmagnola è una tragedia in cinque atti, in endecasillabi sciolti, pubblicata nel 1820. Tratta le contese tra Venezia e Milano durante il Quattrocento. Il protagonista guida le truppe veneziane alla vittoria su quelle milanesi ma, accusato di tradimento, viene condannato a morte. L’umanità verso gli sconfitti e la riflessione esistenziale sono i nodi dell’opera. Per quanto sia una tragedia storica, evidenzia un sentimento patriottico e civile che guarda al presente.
L’Adelchi si sofferma su un intrigo politico. Il sovrano Longobardo in Italia, Desiderio, stringe un patto con il re dei Franchi, Carlo, dandogli in sposa la figlia Ermengarda. Carlo, per tutta risposta, ripudia la moglie, invade l’Italia ed imprigiona Desiderio; Ermengarda muore dalla tristezza mentre il fratello Adelchi in battaglia.

I Promessi Sposi


La conversione al romanzo avviene naturalmente e risponde perfettamente alle esigenze dell’autore. Lavora a più riprese sul testo e attorno al 1823 ha luogo la prima stesura de I Promessi Sposi, sotto il nome di Fermo e Lucia; segue in appendice la Storia della colonna infame, un breve testo inizialmente destinato al romanzo ma poi sviluppato autonomamente: tratta l’atroce processo dell’untore Giangiacomo Mora e del suo complice Guglielmo Piazza, nel corso della peste a Milano del 1630.
La seconda stesura, ventisettana, cambia il titolo ne I Promessi Sposi e subisce un’opera di alleggerimento e rafforzamento della coesione formale e tematica.
La stesura definitiva, quarantana, viene impreziosita dal fiorentino parlato.
Nell’introduzione, Manzoni usa il pretesto del rinvenimento di un vecchio manoscritto del ‘600, il culmine della decadenza italiana su tutti i fronti, da cui prende ispirazione.
La vicenda si svolge in Lombardia tra il 1628 e il 1630, al tempo della dominazione spagnola.
Don Abbondio è costretto da due sgherri, mandati dal signorotto Don Rodrigo, a non celebrare il matrimonio tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella. Scoperta la passione di Don Rodrigo per l’amata, Renzo si reca dall’avvocato Azzeccagarbugli, che si scopre essere amico del delinquente. Sotto consiglio di Agnese, la madre di Lucia, i due innamorati provano a celebrare il matrimonio a sorpresa introducendosi con l’inganno nella casa di Don Abbondio, ma con scarsi risultati. I due sono quindi costretti a partire. Padre Cristoforo indirizza Lucia presso un convento, amministrato dalla Monaca di Monza Gertrude, una sventurata costretta all’abito religioso dalla famiglia. Renzo, recatosi a Milano, conosce i disordini civili e rischia di essere arrestato. Intanto Lucia viene rapita dall’Innominato che però, colpito dalla bontà della giovane, libera piuttosto che consegnarla a Don Rodrigo. -il rilascio di Lucia verrà assegnato allo stesso Don Abbondio. La peste inizia a diffondersi come una punizione divina e Renzo viene scambiato per untore, ma riesce a salvarsi e ad unirsi in matrimonio, dopo mille peripezie, con Lucia.

Si tratta di un romanzo morale e religioso, dall’elevata unità complessiva. La novità del romanzo consiste nella scelta dei protagonisti, personaggi umili e di cui nessuno si cura. I personaggi si dividono in potenti - Don Abbondio, Gertrude, Innominato - che hanno scelto il male o potenti che hanno scelto il bene - Padre Cristoforo e il cardinale Federigo e peccatori. Le vittime possono diventare colpevoli se non trasformano il male subito in bene, come nel caso di Padre Cristoforo che, pur omicida, ha scelto il bene, e nel caso di Gertrude che, pur vittima di ingiustizia, è colpevole di male.
Lucia è l’unico personaggio che non si macchia di nessun male e che è guidato dalla fede religiosa, dalla Provvidenza, che sotto forma di peste provvede a pareggiare i destini di potenti e umili, permettendo lo scioglimento dell’azione. La Chiesa rappresentata da Manzoni non è priva di pecche, ma è l’unico baluardo di speranza e difesa degli umili e dei poveri.
In conclusione, la rigorosa morale cristiana proposta da Manzoni suggerisce che la fede in Dio rende ogni male sopportabile riuscendo a volgerlo in bene.

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