Video appunto: Nel ventre della balena e altri saggi - George Orwell

Nazionalismo



Orwell inizia il suo saggio affermando la presenza di un atteggiamento mentale che condiziona il nostro pensiero su quasi ogni argomento, ma al quale non è ancora stato dato un nome. Un esempio è il nazionalismo: per nazionalismo intende soprattutto l’abitudine ad accettare il fatto che gli esseri umani possano essere classificati alla stregua di insetti e che milioni e milioni di persone siano presuntuosamente etichettate come buone o cattive.
Un altro significato di nazionalismo è per Orwell la consuetudine di identificarsi con una singola nazione o altra unità, mettendola al di sopra del male e del bene e non riconoscendo altro dovere che quello di favorire i suoi interessi. Il nazionalismo non deve essere confuso con il patriottismo. Secondo lo scrittore patriottismo significa l’attaccamento particolare ad un certo luogo, ad un certo modo di vivere, che si reputa il migliore del mondo, senza volerlo imporre agli altri. il patriottismo è per sua natura difensivo, sia militarmente, sia culturalmente. Il nazionalismo al contrario è inseparabile dal desiderio di potere. Lo scopo costante di ogni nazionalista è guadagnare sempre più potere e prestigio non per sé, ma per la nazione. Lo scrittore ha usato per descrivere questo concetto, questo pensiero la parola nazionalismo solo per mancanza di un vocabolo migliore. È importante non confondere il nazionalismo con il culto del successo. Il nazionalista non si aggrega al più forte. Al contrario scelta la fazione, si persuade che quella sia la più forte e rimane delle sue convinzioni. Il nazionalismo è quindi sete di potere unita ad illusione, un nazionalista è capace della più atroce disonestà, ma al tempo stesso di essere incrollabilmente nel giusto.
Non si può certo dire che tutte le forme di nazionalismo sono uguali, ma secondo Orwell ci sono regole che valgono in tutti i casi:
- Ossessione: nessun nazionalista pensa, scrive, discute mai di altro che non sia la superiorità dell’unità di potere di appartenenza. È difficile per lui, se non impossibile, celare la sua fedeltà.
- Instabilità: spesso grandi capi e fondatori di movimenti nazionalistici non appartengono nemmeno al paese che hanno magnificato. Altre volte invece vengono da zone periferiche dove la nazionalità è dubbia (es: Stalin, Hitler, Napoleone…).
- Indifferenza alla realtà: tutti i nazionalisti hanno la capacità di non cogliere la somiglianza tra serie simili di fatti. Ogni nazionalista è ossessionato dall’idea che si possa modificare il passato, trascorrere la vita in un mondo fantastico in cui le cose vanno come si vorrebbe che andassero. Pur rimuginando continuamente sul potere, la vittoria la sconfitta, il nazionalista è spesso disinteressato da ciò che accade realmente. Quello che vuole è constate che la sua unità ha il sopravvento su un’altra.
In questo saggio ha esaminato il nazionalismo così come esso si manifesta tra gli intellettuali inglesi. In loro, più che nell’inglese medio, il nazionalismo non è mischiato al patriottismo. Ora cerca di classificare i vari tipi di nazionalismo, in modo sintetico, quindi non completamente esauriente perché il nazionalismo è una materia vastissima. suddivide i vari tipi di nazionalismo in voga in quel periodo tra gli intellettuali, in 3 macro suddivisioni: n. positivo trasposto e negativo.

Nazionalismo positivo



- Neoconservatorismo: si differenzia dal normale conservatorismo perché non vuole riconoscere che il potere e l’influenza dei britannici sono decaduti. Sono tutti antirussi e talvolta anche antiamericani (non dirlo)
- Nazionalismo celtico: il nazionalismo gallese, scozzese ed irlandese sono diversi sotto molti aspetti ma hanno in comune l’orientamento anti-inglese. Trae grandezza dalla forza passata e futura dei popoli celtici.
- Sionismo: movimento politico e ideologia volti alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina, prospera quasi esclusivamente tra gli ebrei stessi. In Inghilterra la maggior parte degli intellettuali è a favore degli ebrei per la questione della Palestina, ma non se la prende molto a cuore, e non si adopera per realizzare questa visione.

Nazionalismo trasposto



(Mutare o invertire la collocazione di due o più elementi all'interno di un ordine preciso-trasportare)
- Comunismo
- Cattolicesimo politico
- Senso di classe
- Pacifismo: secondo Orwell una minoranza di intellettuali pacifisti sono mossi da motivazioni inconfessate quali l’odio per la democrazia occidentale e l’ammirazione del totalitarismo. Esaminando gli scritti pacifisti più giovani nota che si indirizzano in particolare contro Stati Uniti e Gran Bretagna e solitamente non condannano la violenza in quanto tale, ma solo la violenza esercitata in difesa dei paesi occidentali. Ad esempio i russi non vengono biasimati perché si difendono facendo uso di apparati bellici, non si afferma che gli indiani dovrebbero fare a meno della violenza nella loro lotta contro gli inglesi (lotta di indipendenza- fine 1945). Secondo Orwell la letteratura pacifista è ricca di affermazioni equivoche che, se mai significano qualcosa, annunciano che la violenza è ammissibile purché sia sufficientemente brutale. Un altro esempio che fa è che molti scrittori pacifisti hanno elogiato Carlyle, uno dei padri intellettuali del fascismo. Secondo Orwell il pacifismo è quindi ispirato da ammirazione per il potere e la crudeltà (in alcuni casi). Sentimento che è stato riversato su Hitler ma che potrebbe essere facilmente trasposto di nuovo.

Nazionalismo negativo



- Anglofobia: molti intellettuali inglesi, in particolare quelli si sinistra, non volevano, naturalmente, che i tedeschi i giapponesi vincessero la guerra, ma molti di loro non potevano fare a meno di provare gusto nel vedere il proprio paese umiliato e volevano credere che la vittoria finale sarebbe stata della Russia, forse dell’America, ma non della Gran Bretagna.
- Antisemitismo: (avversione verso gli ebrei) i neoconservatori ed i politici cattolici sono facile preda dell’antisemitismo in maniera non continua, ma ricorrente.
- Trotzkismo: il termine ha acquisito un’accezione così ampia da includere anarchici, socialisti, democratici, persino liberali. Orwell utilizza questo termine per indicare un marxista la cui caratteristica principale è la sua avversione per il regime stalinista. Orwell critica il trotzkismo perché il suo desiderio non è tanto cambiare il mondo esterno, quanto credere che la battaglia per il prestigio si risolva in suo favore e perché si sente superiore al comunismo, quando il trotzkista tipico è esso stesso un comunista. Non si giunge al trotzkismo se non attraverso uno dei movimenti di sinistra.
Orwell conclude il saggio dicendo che un credo nazionalistico può essere abbracciato in buona fede, partendo da motivazioni non nazionalistiche e quando si è sicuri che non comporti nessuna conseguenza importante. I diversi tipi di nazionalismo, anche quelli che si elidono a vicenda, possono coesistere nella stessa persona.

Anarchia: movimento politico che negano la legittimità di ogni istituzione (stato, chiesa, famiglia), in quanto esse espropriano l'individuo della libertà personale e impediscono l'uguaglianza economica e la giustizia sociale.
Socialismo: auspica ad una trasformazione della società in direzione dell'uguaglianza, o comunque della proporzionalità, di tutti i cittadini sul piano economico, sociale e giuridico. Si può definire come un modello o sistema economico che rispecchia il significato di "sociale", che pensa cioè a tutta la popolazione.
Liberalismo: tendente a concretarsi in dottrine e prassi opposte all'assolutismo, fondate essenzialmente sul principio che il potere dello Stato debba essere limitato per favorire la libertà d'azione del singolo individuo.

Come muoiono i poveri



Questo romanzo descrive l’esperienza vissuta da Orwell nel 1929: trascorse alcune settimane all’Hopital X di Parigi nel XV arrondissement, a causa di una polmonite. Scrive questo saggio a seguito di quest’esperienza per denunciare le condizioni dei malati che non avevano la possibilità di farsi curare a casa ed erano costretti a recarsi in ospedale. Orwell si trovava quindi tra i malati che non avevano sufficienti soldi per pagarsi le spese sanitarie.
Una volta arrivato all’ospedale lo sistemano in uno stanzone dal soffitto basso e scarsamente illuminato, con i letti dei pazienti molto vicini tra loro e dove predominava un odore fecale. Durante il suo primo giorno lo sottoposero ad una serie di vari e contradditori trattamenti. Nessuno dei pazienti veniva lavato, o si lavavano da soli oppure, chi non ne era in grado, veniva lavato da altri pazienti.
Viene infatti particolarmente colpito dalla poca cura riservata ai pazienti più poveri, tenuti in pessime condizioni, e lasciati morire, infatti denuncia come questi pazienti ricevettero quasi un’assenza di cura, tranne nei casi clinicamente più rari ed interessanti, come ad esempio un paziente che presentava una grossa e flaccida protuberanza nel ventre, dovuta all’alcolismo, attorno a lui due volte a settimana o quasi si riunivano studenti di medicina per esaminarlo. Ma nonostante ciò morì anche lui, per Orwell questa situazione era come se certe malattie fossero una prerogativa delle persone più povere. Gente lasciata morire come animali, senza nessuno vicino, nessuno che si interessi a loro, nessuno che si accorga della loro morte sino al mattino dopo. Erano trattati con disinteresse, come se nemmeno fossero delle persone, identificate da numeri…
Appena stette meglio Orwell fuggì dell’ospedale senza nemmeno aspettare il certificato medico. Una volta arrivato a casa scoprì che l’ospedale godeva di cattiva fama: Madame Hanaud, una truffatrice francese, si ammalò prima del processo e fu portata nello stesso ospedale in cui successivamente fu ricoverato Orwell, fuggi dall’ospedale, prese un taxi e si fece riportare alla prigione dichiarando che preferiva stare in prigione che in quell’ospedale. L’autore conclude poi il saggio con una riflessione su come siano cambiati gli ospedali e la mentalità verso i malati, in particolare quelli poveri. Con il tempo si è riuscita ad oltrepassare in parte l’idea che un operaio malato sia un mendicante, che non merita molta attenzione. All’inizio del 1900 era consuetudine che, nei grandi ospedali, i pazienti che non pagavano dovessero farsi estrarre i denti senza anestesia. Niente soldi? Niente anestesia! Anche questo atteggiamento è mutato. Eppure, secondo Orwell non vi è un edificio che non serbi un ricordo del suo passato: gli ospedali iniziarono come una specie di ospizio per segregare i lebbrosi e malati del genere, in attesa che morissero, e si trasformarono poi in luoghi dove gli studenti di medicina imparavano il loro mestiere sui corpi dei poveri, e ciò secondo l’autore si può ancora avvertire.

Perché scrivo (1946)



Fare breve introduzione alla vita di Orwell (vive in un periodo di guerre)
Il saggio ha inizio con una ricostruzione dell’infanzia dello scrittore per cercare di spiegare come le esperienze infantili lo abbiano spinto a scrivere, descrivendole come micro-traumi essenziali per guidare qualsiasi scrittore. Orwell ci fornisce tutte queste informazioni di base perché non si possono valutare i motivi che animano uno scrittore senza conoscere qualcosa del suo sviluppo iniziale. Escludendo il bisogno di guadagnarsi da vivere, Orwell sostiene che vi siano quattro motivi per scrivere, in particolare per scrivere prosa, che esistono a diversi livelli in ogni scrittore, e in ogni scrittore le proporzioni possono variare nel tempo, a seconda dell’atmosfera in cui vive:

1. Egoismo: il desiderio di sembrare intelligente, di essere al centro di discussioni, di essere ricordato dopo la morte, ecc… secondo lui è ipocrita fingere che questo non sia un motivo, perché tutti gli scrittori, così come gli scienziati, gli artisti, i politici, soldati, avvocati, uomini d’affari di successo- in breve con, come lo definisce lui, il “fior fiore” dell’umanità. Secondo lui i veri scrittori sono molto più vanitosi ed egocentrici dei giornalisti, anche se meno interessati al denaro.

2. L’entusiasmo estetico: cioè la percezione della bellezza del mondo esterno o, dall’alta parte, nelle parole e nella loro giusta disposizione. Il piacere dell’impatto di un suono con un altro ed il desiderio di condividere un’esperienza che si è provata.

3. L’impulso storico: cioè il desiderio di vedere le cose così come sono, di scoprire la verità dei fatti e di registrarla ad uso dei posteri.

4. Lo scopo politico: cioè desiderare di spingere le parole verso una certa direzione, per cambiare l’idea delle persone a proposito del tipo di società per cui lottare. Sostiene che nessun libro sia libero da influenze politiche: l’opinione che l’arte (quindi anche la scrittura) non debba avere nulla a che fare con la politica è essa stessa un atteggiamento politico. (x sostenere che per forza ogni libro ha un’influenza politica).

Sottolinea poi come questi motivi varino in base al periodo storico, e come in un periodo pacifico per lui i primi 3 motivi avrebbero soverchiato l’altro, mentre ore, vivendo in un periodo di guerre sia diventato una sorta di pamphlettista (che scrive pamphlet  opuscoli di carattere satirico o polemico).

Dal 1936, con lo scoppio della guerra civile spagnola, nella quale combatté, ogni riga che ha scritto da quel momento in avanti l’ha scritta, direttamente o indirettamente contro il totalitarismo ed a favore del socialismo democratico (come lo intende lui, cioè come un socialismo capace di affermarsi tramite la democrazia, ma capace di portare un radicale cambiamento nei rapporti sociali, che ha le sue basi nell’esperienza delle persone comuni, nello spirito comunitario e nel senso di giustizia ed uguaglianza) (non come ad esempio quello russo sostenuto da Lenin).

Dopo continua dicendo che ciò che ha maggiormente cercato di fare negli ultimi 10 anni è stato di trasformare la scrittura politica in arte. Partendo sempre dal sentimento di partigianeria e dalla sensibilità verso l’ingiustizia. E che ciò che maggiormente anima la sua scrittura è la voglia di denunciare un’ingiustizia o una menzogna, con come primo obiettivo quello di essere ascoltato, continuando però ad attribuire una grande importanza anche all’esperienza estetica. Spesso queste due volontà dell’autore si trovano in contrasto tra di loro, facendo sorgere problemi di interpretazione e di linguaggio, come ad esempio è accaduto nel suo libro omaggio alla catalogna, che racconta la sua esperienza durante la guerra civile spagnola. Questo è senza dubbio un libro schiettamente politico, ma in gran parte scritto con un certo distacco ed un certo riguardo per la forma. Qui Orwell ha cercato di dire tutta la verità senza sopraffare i suoi istinti letterari. Ha però inserito un capitolo pieno di citazioni giornalistiche, puramente politico, nel quale ha per un attimo abbandonato l’esperienza estetica. Questo capitolo è un’importante testimonianza di ciò che accade in Spagna, ma era chiaramente destinato, dopo un anno o due, a perdere d’interesse per ogni comune lettore, destinato a rovinare un libro, ma in questo caso lo scopo politico ed il desiderio di raccontare la verità hanno sopraffatto i suoi istinti letterari. Questo fa capire quanto per lo scrittore sia importante la denuncia delle menzogne e la ricerca della verità e come, in un periodo di guerra il motivo politico oscuri in parte i 3 precedenti.