Recensione de "I Viceré" di Federico De Roberto

L'autore de “I Viceré” è lo scrittore Federico De Roberto, nato nel 1861 a Napoli. Dopo una prima formazione scientifica, abbraccia presto l'interesse per gli studi classici e letterari. Trasferitosi a Catania, diventa critico e giornalista e stringe una salda amicizia con Luigi Capuana e Giovanni Verga, giudicato sempre come un maestro. Nel 1888 si trasferisce a Milano, dove è introdotto nella cerchia degli “Scampigliati” e pubblica diverse raccolte di novelle e romanzi, tra cui “I Viceré”. Nel 1897 torna a Catania, ricoprendo l'incarico di bibliotecario, vivendo appartato e deluso a causa dell'insuccesso della sua produzione narrativa. Indirizza il suo lavoro intellettuale alla pubblicistica e alla critica, tra i quali si ricordano gli studi su Giacomo Leopardi e su Giovanni Verga. Con la morte del maestro Federico De Roberto riordina in modo accurato le opere del grande scrittore siciliano ed inizia uno studio biografico e critico che rimane interrotto con la sua prematura morte, nel 1927 presso Catania.

L'opera di Federico De Roberto, come “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, è ambientata sullo sfondo delle vicende del risorgimento meridionale, narrando i misfatti della nobile famiglia catanese Uzenda di Francalanza, discendente da antichi Viceré spagnoli, originari della Sicilia della dominazione di Carlo V. I componenti della famiglia degli Uzeda sono accomunati dal sangue vecchio e corrotto, dovuto anche ai numerosi matrimoni tra consanguinei. Quanto emerge da questa famiglia è la spiccata avidità, la sete di potere, le meschinità e gli odi che i componenti nutrono l'uno l'altro, alimentando in ciascuno una diversa monomania. Ogni membro della famiglia ha una storia segnata dalla corruzione morale e biologica, che si evidenzia anche nella loro fisionomia e nelle deformità fisiche. Parlando della propria famiglia, il principe Consalvo afferma, rivolgendosi a Donna Ferdinanda: (pag. 509) “La storia della nostra famiglia è piena di conversioni repentine, di ostinazioni nel bene e nel male... Io farei veramente divertire Vostra Eccellenza scrivendole tutta la cronaca contemporanea con lo stile degli antichi autori: Vostra Eccellenza riconoscerebbe subito che il suo giudizio non è esatto. No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa.”


COMPRENSIONE DEL TESTO

Il romanzo “I Viceré” si compone di quattro macro-sequenze. La prima, dal titolo “Il testamento”, comprende le prime centottantatré pagine e si apre con la morte della vecchia principessa di Francalanza Teresa Uzenda e Risà nel maggio del milleottocentocinquantacinque. Con la morte della donna, la famiglia, riunendosi in presenza del notaio, scopre il contenuto del testamento, redatto da Teresa Uzenda: (pag. 52-53) “Io, (…) sentendomi sana di mente ma non di corpo, raccomando l'anima mia a Nostro Signore Gesù Cristo e dispongo quanto segue: I miei amati figli non ignorano che nel giorno in cui entrai in casa Francalanza ed assunsi l'amministrazione del patrimonio, tali e tante passività oberavano la sostanza del mio consorte, che essa poteva considerarsi, anzi era effettivamente distrutta ed alla vigilia di venire smembrata da molteplici suoi creditori. Spinta pertanto dall'affetto materno che mi sprona a sacrificarmi pel bene dei miei figli amatissimi, io mi accinsi fin da quel giorno all'opera del riscatto, la quale è durata quanto tutta la mia vita. Assistita dai consigli prudenti di ottimi amici e parenti. (…) Io oggi mi trovo di avere non solamente salvata ma anche accresciuta la sostanza della casa.

Di tutta questa sostanza io sono l'unica e sola donna e padrona. (pag. 54-55) Io nomino pertanto eredi universali di tutti i miei beni i miei due figli Giacomo XIV principe di Francalanza e Raimondo conte di Lumera. (…) Usando successivamente del mio diritto di fare la divisione agli altri miei figli, eccettuo innanzi tutto quelli entrati in religione. Primo: in favore del mio diletto figlio Lodovico la dotazione di onze trentasei annue. Secondo: in favore di mia figlia primogenita Angiolina ordino che si prelevi dalla massa dei beni la somma di onze duemila. (…) Venendo poi agli altri miei figli per eseguire la divisione legittimaria, lascio al mio benamato Ferdinando la piena ed assoluta proprietà del latifondo denominato le Ghiande. (…) Restano così le mie due care figlie Chiara e Lucrezia; a ciascuna delle quali voglio che sia pagata la somma di diecimila onze.” Con il testamento della principessa Teresa ha vita una situazione insolita: (pag. 62) “Il primogenito, in tutte le case di questo mondo è il prediletto. Lì, invece, era odiato! Chi era il preferito? Il terzogenito! Da secoli e secoli, il titolo di conte di Lumera era appartenuto, con tutti gli altri, al capo della casa: adesso, per puro capriccio, per una pazzia furiosa, toccava a quel Raimondo che era stato educato come un porco! E il secondogenito, a cui neppure il Re avrebbe potuto togliere il suo titolo vitalizio di duca d'Oragua, era invece chiuso nel monastero di San Nicola.” . Infatti, in vita, Teresa, aveva quasi odiato il primogenito e, di contro, idolatrato Raimondo; perciò, con il testamento, defrauda il figlio Giacomo, che avrebbe dovuto aver tutto, favorendo il prediletto Raimondo. Il secondogenito Lodovico, invece, era stato quasi soppresso per dar posto a Raimondo, mentre il giovane Ferdinando aveva potuto vivere fin ad un certo punto libero e a modo suo.
Verso le donne, invece, la principessa Teresa aveva nutrito un più profondo e uniforme sentimento di repulsione, allontanandole affinché non rubassero ai fratelli. Angiolina, la maggiore, era stata condannata alla via claustrale fin dalla nascita. Chiara, venuta subito dopo, era rimasta in casa rispettosa e obbediente. Infine, Lucrezia non ricordava una carezza della madre, crescendo tarda, taciturna e selvatica come il fratello Ferdinando, trattata con particolare durezza per esser nata quando la principessa non aspettava più altri figli. Al termine della lettura del testamento, Don Blasco, fratello della principessa Teresa, cerca di porre i nipoti contro gli ordini della madre, facendo sorgere contrasti per la divisione dell'eredità, ai quali partecipano anche gli altri fratelli di Teresa: Donna Ferdinanda, il Duca Gaspare e il Cavaliere Don Eugenio. Intanto, il principino Consalvo, nato dall'unione di Giacomo con Margherita, è costretto dal padre al noviziato con il nome di Serafino presso il ricco convento di San Nicola, dove vive Don Blasco e svolge l'incarico di abate Lodovico. Quest'ultimo, infatti, ebbe la sua rivincita con l'elezione ad abate, dopo che la madre lo soppresse per favorire il terzogenito. La storia del duchino Lodovico, che (pag. 63) “come balocchi non ebbe altro che altarini, piccole pissidi e aspersori e ogni altra sorta di oggetti sacri.”, ricorda la vicenda della monaca di Monza, narrata ne “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni. Raimondo, invece, sposatosi con la baronessa Matilde Palmi, intreccia una peccaminosa relazione con Donna Isabella Fersa. Scoperto il tradimento del marito, Matilde decide di perdonare Raimondo. Lucrezia, infine, si invaghisce del giovane avvocato liberale Benedetto Giulente.
La seconda sequenza, dal titolo “Rivoluzione e sbarco di Garibaldi a Marsala”, si conclude a pagina duecentoventitré. Con lo sbarco dei Mille in Sicilia, il principe Giacomo fugge da Catania con tutta la famiglia. Essendo caduto il governo legittimo, il Duca Gaspare acquista un forte rilievo tra i liberali, ricoprendo la carica di Maggiore; successivamente, dopo il plebiscito che sancisce l'annessione al Regno d'Italia, Gaspare nel milleottocentosessantuno accetta il ruolo di deputato, carica che sfrutterà per arricchirsi. Al riguardo, si presentano emblematiche le parole del principe Giacomo rivolte al figlio Consalvo: (pag. 222) “Quando c'erano i Viceré, i nostri erano i Viceré; adesso che abbiamo il Parlamento, lo zio è deputato!”.
La terza sequenza, dal titolo “Nuove unioni in casa Uzenda”, si conclude a pagina trecentosessanta. Chiara, spostato il marchese Federico, finalmente incinta dopo una lunga attesa, partorisce un feto mostruoso che muore subito. Successivamente la donna si ammala di ciste, perdendo qualsiasi speranza e possibilità di avere un figlio proprio. Lucrezia, invece, incurante del disappunto della famiglia, sposa il liberale Benedetto Giulente. Raimondo, intanto, abbandona definitivamente la moglie Matilde, durante il soggiorno a Firenze, e decide di tornare in Sicilia accompagnato da Donna Isabella Fersa. La coppia alloggia presso le Ghiande, ospite di Ferdinando, che muore dopo pochi anni. Successivamente, avendo ottenuto l'annullamento del matrimonio con Matilde, Raimondo sposa Isabella. Ma dopo qualche anno, il conte (pag. 355) “stufo di quella donna, l'acquisto della quale gli costava assai caro, non potendo pensare ad infrangere la seconda catena scioccamente postasi al collo, ricominciò a correre la cavallina molto peggio di prima, a portare le garze fresche nel mutato letto coniugale, a maltrattare in ogni modo la nuova moglie, cui non giovava mostrar prudenza, pazienza, sommissione ed umiltà per schivare l'astio, il rancore, quasi l'odio del marito.”. Giacomo, invece, inizia a tradire Margherita con la cugina Graziella, assidua frequentatrice di casa Uzenda. Dopo la morte della principessa Margherita, a causa del colera, immediatamente il principe Giacomo sposa Graziella.
Egli giustifica la nuova unione ai figli Consalvo e Teresina affermando di sposare la cugina poiché questa (pag. 321) “aveva dato tante prove d'affezione nella circostanza della grande disgrazia, ed era la più adatta, nella sua qualità di parente, a ricoprire la delicata missione di seconda madre.”. Ma in realtà (pag. 323) “Giacomo sposava Graziella unicamente perché, da giovane, s'era messo in capo di sposarla. La madre non aveva voluto, ed egli s'era piegato, allora, alla ferrea volontà di lei; pareva anzi aver dimenticato la propria, trattando la cugina freddamente, quasi non l'avesse mai pensata, badando solo agli affari; ma appena finito di accomodarli, egli s'era messo con l'antica innamorata, e ora, dopo tanti anni, non più giovane, con due figli grandi e grossi sulle spalle, il suo primo pensiero, appena libero, era quello di sposarla, vedova, invecchiata, imbruttita, pur di prendere la rivincita, pur di disfare l'opera della madre.”. Contemporaneamente, il marchese Federico tradisce Chiara con la cameriera Rosa Schirano.
La domestica, pur essendo rimasta incinta, è perdonata da Chiara, la quale decide di non allontanarsi dal marchese e di prendersi cura del figlio di Rosa, nato dalla vile unione del marito. Frattanto, nel milleottocentosessantasette il convento di San Nicola viene soppresso e Blasco investe le ricchezze sottratte al monastero in buoni del tesoro e in terreni già appartenuti al convento stesso. L'uomo, che per tutta la vita si macchiò di atti turpi e vili nonostante il saio da monaco, per convenienza si converte al liberalismo e diventa sostenitore del nuovo stato, fino a festeggiare per strada la presa di Roma, in seguito alla breccia di Porta Pia. Anche Consalvo lascia il convento e inizia a condurre una vita sregolata, mentre i rapporti con il padre peggiorano irreversibilmente.
L'ultima sequenza, dal titolo “Un nuovo inizio per la famiglia Uzenda”, si conclude a pagina cinquecentonove. Don Blasco muore improvvisamente senza lasciare alcun testamento. In questo caso (pag. 386) “se non c'è un testamento i due fratelli Gaspare ed Eugenio ereditano tutto; e la zitellona, dopo una vita d'inimicizia, aspetta d'affar la sua parte. Tutti gli altri, al contrario, aspettano un testamento che li nominasse.” Successivamente è scoperto un testamento di Don Blasco da parte del principe, che recita: (pag. 387) “Erede universale Giacomo, esecutore testamentario un legato di duecent'onze l'anno a don Matteo Garino.” Ma Donna Ferdinanda avvia un processo contro il principe Giacomo per stabilire la veridicità del documento, e di seguito, (pag. 397) “il perito incaricato dal tribunale di esaminare il testamento del fu Don Blasco, s'era pronunziato contro l'autenticità della scrittura.”
Intanto Consalvo, che vive un distacco sempre più accentuato con il principe Giacomo, diviene consigliere comunale, poi assessore e infine, a soli ventisei anni, ricopre la carica di sindaco. Teresa sposa Michele Radalì, accettando la volontà del padre, il quale prepara il proprio testamento. Tale documento recita: (pag. 460) “Nomino erede universale di tutto il mio patrimonio mia figlia Teresa Uzenda duchessa di Radalì, con l'obbligo che faccia precedere il cognome dei suoi figli dal mio casato, chiamandoli Uzenda-Radalì di Francalanza, e così per tutta la discendenza, sino alla fine.” In questo modo, il Principe Giacomo, prima di morire, disereda il figlio Consalvo, il quale negli stessi mesi presenta la propria candidatura come deputato. La campagna elettorale del principino Consalvo, culmina con il discorso recitato presso il monastero di San Nicola: (pag. 495-496) “Io sono giovane d'anni, e la vita potrà apprendermi molte cose e dimostrarmi la fallacia di molte altre, e darmi quell'esperienza, quel senno maturo che ancora forse non ho; ma quali che sieno le vicende e le prove che l'avvenire mi serba, una cosa posso affermare fin da questo momento, sicuro che per volger d'anni o per mutar di fortuna non potrà venir meno: la mia fede nella democrazia! (…) Io non voglio turbare la solennità di questa adunanza portando dinanzi a voi le piccole gare in cui si affannano le anime piccole; ma voi sapete che un'accusa mi fu lanciata; voi sapete che mi dissero aristocratico. Quest'accusa è fondata sui miei natali. Io non sono responsabile della mia nascita. Né voi della vostra, né alcuno della propria, visto e considerato che quando veniamo al mondo non ci chiedono il nostro parere. Io sono responsabile della mia vita; e la mia vita è stata tutta spesa in un'opera di redenzione: redenzione dai pregiudizi sociali e politici, redenzione morale e intellettuale; e nulla è valso ad arrestar quest'opera; né le facili seduzioni, né le derisioni ironiche; né i sospetti ingiuriosi; né, più gravi al mio cuore, le opposizioni incontrate nello stesso focolare domestico. Voi vedete che non posso rinunziare a questa fede; essa mi è tanto cara e preziosa, quanto più mi costa.(pag. 500) Concittadini! Se voi mi manderete alla Camera, io dedicherò tutto me stesso all'attuazione di questa fede. Io non presumo di essere infallibile, perché non sono né profeta né figlio di un profeta: accoglierò pertanto con lieto animo, anzi sollecito fin da ora i miei concittadini a suggerirmi quelle idee, quelle proposte, quelle iniziative che credono giuste e feconde.” Consalvo vince le elezioni, (pag. 502) “egli era primo con 6043 voti; veniva dopo Vazza con 5989; poi Giardona con 4914. Giulente non ne aveva più di 700!”.
Il romanzo si conclude con le parole emblematiche di Consalvo, rivolte alla zia Ferdinanda: (pag. 507-508) “Un tempo la potenza della nostra famiglia veniva dai Re; ora viene dal popolo. La differenza è più di nome che di fatto...Certo, dipendere dalla canaglia non è piacevole; ma neppure molti di quei sovrani erano stinchi di santo. (…) La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano; certo, tra la Sicilia di prima del Sessanta, ancora quasi feudale, e questa d'oggi pare ci sia un abisso; ma la differenza è tutta esteriore. Il primo eletto col suffragio quasi universale non è né un popolano, né un borghese, né un democratico: sono io, perché mi chiamo principe di Francalanza. Il prestigio della mia nobiltà non è e non può essere spento.
Ora che tutti parlano di democrazia, sa qual'è il libro più cercato alla biblioteca dell'Università? L'Araldo Siculo dello zio don Eugenio, felice memoria. E consideri un poco: prima, ad esser nobile, uno godeva gravi prerogative, privilegi, immunità, esenzioni di molta importanza. Adesso, se tutto ciò è finito, se la nobiltà è una cosa puramente ideale e nondimeno tutti la cercano, non vuol forse dire che il suo valore e prestigio sono cresciuti? (…) Certo, la monarchia assoluta tutelava meglio gl'interessi della nostra casta; ma una forza superiore, una corrente irresistibile l'ha travolta. Dobbiamo farci mettere il piede sul collo anche noi? Il nostro dovere, invece di sprezzare le nuove leggi, mi pare quello di servircene!”.
La vicenda descritta ne “I Viceré” può ricondurre l'opera al genere del romanzo storico. Certamente Federico De Roberto presenta come fonte la tradizione narrativa siciliana, caratterizzata da autori come Giovanni Verga, Giuseppe Tomasi da Lampedusa e Luigi Capuana, ispirandosi al fallimento risorgimentale, drammaticamente avvertito in Sicilia, dove erano vive le speranze di un profondo rinnovamento. L'autore presenta la vicenda risorgimentale presentando l'ambiguo atteggiamento dei ceti più importanti, che si pongono al servizio dei garibaldini e dei Piemontesi, convinti che fosse il modo migliore affinchè potessero continuare ad usufruire di enormi privilegi, come nel caso del Duca Gaspare. Nonostante questo, è errato intendere “I Viceré” come un romanzo storico; infatti, non compare nella narrazione alcun personaggio realmente esistito, e i grandi avvenimenti che hanno caratterizzato il risorgimento italiano, come lo sbarco dei Mille a Marsala e la breccia di Porta Pia, sono semplicemente citati dai personaggi che affollano la narrazione. In compenso l'opera si costituisce di un rilevante sfondo storico.
Federico De Roberto nel romanzo “I Viceré” tratta le tematiche più disparate. L'opera affronta la tematica del fluire del tempo, della decadenza e della morte di una classe durante gli sconvolgimenti del Risorgimento.

ANALISI DEL TESTO

Protagonista del romanzo di Federico De Roberto è la famiglia Uzenda. Gli esponenti principali sono i figli di Donna Teresa e Consalvo VII, il principe Giacomo e il Conte Raimondo.
Il principe Giacomo (pag. 99) “dava punti alla madre quanto a diffidenza e a vigilanza: teneva tutte le provviste sotto chiave, voleva conto delle cose più miserabili, degli avanzi, delle croste di pane”. Il notaio, dopo esser stato licenziato dal principe di Francalanza, ne descrive le qualità più ignobili: (pag. 302-303) “Dieci anni di studio per rubare i suoi parenti! Quegli altri pazzi e furbi, scemi e birbanti! E non mangiava, non beveva, non dormiva, studiando il modo di accalappiarli, facendo il moralista, fingendo l'affezione, il rispetto alle volontà di sua madre: pezzo di Gesuita più di quell'altro Sant'Ignazio del Priore, pezzo di porco più di quell'altro maiale di Don Blasco.
Crede che la gente non sappia quant'è porco, con la ganza in casa, adesso che non ha più nessuno da rubare, con la ganza sotto gli occhi della moglie, sotto gli occhi di sua figlia. (rivolgendosi alla servitù di villa Uzenda) Lo sanno tutti che razza d'imbroglione, di ladro e di falsario è il vostro principe! Voi lo sapete che ha rubato la sorella monaca e la badia con il cavillo dell'approvazione regia, e quell'altra pazza per consentire al suo matrimonio, e il Babbeo perché è babbeo e il contino per dargli mano a quelle altre vergogne! Voi le sapete meglio di me tutte le trame che ha ordite, le cambiali vecchie pagate dalla madre, fatte ripagare due volte, prima ai legatari, poi al coerede; e i debiti supposti, la procura carpita.”.
Il conte Raimondo pag. 82) “era bellissimo. Tra i progenitori più lontani c'era quella mescolanza di forza e di grazia che formava la bellezza del contino. (…) Raimondo rassomigliava al più puro tipo antico. Ridevano gli occhi alla principessa Teresa, quando lo vedeva, grazioso ed elegante, guidare, montare a cavallo, tirare la scherma.” La personalità del conte, è completamente antitetica rispetto a quella del fratello Giacomo; egli, infatti, (pag. 105-132) “quando non passava le intere giornate giocando al casino con gli scapati presto conosciuti, si faceva render conto dal suocero dei suoi provvedimenti, per biasimarli, per suggerir quelli che, a suo giudizio, bisognava adottare. In questa materia, egli dimostrava un'assoluta ignoranza degli affari. (…) Lontano dalle carte, Raimondo s'annoiava. Se non poteva combinare una buona partita, smaniava contro la noia di quel villaggio, contro la conversazione dei villani, contro gli stupidi divertimenti della tombola e delle gite sugli asini” Infine, egli (pag. 167) “aveva sempre riso dell'amore, della passione, ed appunto perciò sua moglie lo seccava; quindi non aveva perseguito mai altro che il piacere comodo, pronto e sicuro.”
Ricoprono rilevante importanza i fratelli di Consalvo VII, marito della principessa Teresa; in particolare Donna Ferdinanda e Don Blasco.
Don Blasco, divenuto monaco, (pag. 60-61) “si scialava a San Nicola, forse meglio che in casa Francalanza. Ma il lauto trattamento e l'allegra vita e la quasi assoluta libertà di fare quel che gli piaceva, non dissiparono dal cuore del monaco il cruccio per la violenza patita. (…) L'acrimonia del Benedettino, il dolore per le perdute ricchezze, la sua invidia contro i fratelli, il suo rancore contro il padre, si sfogarono con l'esercizio quotidiano d'una censura acerba e inesorabile su tutta la parentela.” Con il sopraggiungere della vecchiaia (pag. 363-364) “il monaco pareva sul punto di scoppiare: il pancione gli s'era imbottito di lardo e la testa ingrossata; il mento si confondeva con la massa gelatinosa del collo. Non poteva muoversi, per l'enormezza della persona, per la fiacchezza della gambe.” Lasciato il saio da monaco, (pag. 334) “stava per casa sua, amministrando i propri capitali, la sua smania di criticar tutto e tutti in famiglia, era finita: quando capitava tra i parenti, discorreva un poco del più e del meno e andava via presto. Per non stare solo in casa, s'era messo dentro la Sigaraia, suo marito e le sue figlie; talché era servito di tutto punto, non aveva bisogno di nulla. E da un certo tempo era diventato addirittura irreperibile.” Parlando di lui, la sorella Ferdinanda tuona: (pag. 345) “io l'ho sempre detto che è un porco, un vero maiale! E fa la voce grossa con gli altri, dopo quello che ha sulla coscienza!”.
Donna Ferdinanda, la zitellona, (pag. 86-91) “contava allora trentotto anni, ma ne dimostrava cinquanta; né in età più fresca aveva mai posseduto le grazie del suo sesso. Destinata a restare nubile per non portare via nulla del patrimoni riserbato al fratello principe. (…) Non era parsa mai donna, né di corpo né di anima. Quando da bambina le sue compagne parlavano di vesti e di svaghi, ella enumerava i feudi di casa Francalanza; non comprendeva il valore delle stoffe, dei nastri e degli oggetti di moda. (…) Costei aveva avuto dal padre una miseria. Con quella miseria, donna Ferdinanda, aveva giurato di arrivare alla ricchezza. Ella non toccava un baiocco del capitale, arrischiava solo i frutti, cioè li raddoppiava, li triplicava, tanto genio degli affari aveva naturalmente, tanto era accorta e dura inesorabile quando si trattava di riavere i suoi quattrini e gli interessi, che pretendeva fino all'ultimo grano, sorda a preghiere ad ai pianti di donne e fanciulli; e più esperta e cavillosa d'un patrocinatore, se le toccava ricorrere alla giustizia. Tanto era avara, anche. (…) Partendo donna Ferdinanda dal nulla, la sua gloria sarebbe stata maggiore, offuscando quella di donna Teresa: di qui la sorda antipatia della principessa, i sarcasmi coi quali punzecchiava l'avarizia della cognata; giacché la propria era certamente legittima e ammirabile.
Quanto a Don Blasco, il dolore da lui provato nel dover rinunziare al mondo s'inacerbiva tutte le volte che qualcuno dei parenti acquistava fama, potenza e quattrini: vedendo dunque la sorella far quello che egli stesso avrebbe fatto, se fosse rimasto al secolo, il sangue gli ribolliva e l'invidia lo avvelenava. Ma donna Ferdinanda parve insensibile ai sarcasmi ed alle asprezze della cognata e del fratello. (…) Oltre quella dei quattrini la zitellona aveva la passione della vanità nobiliare. Tutti gli Uzenda erano gloriosi della magnifica origine della loro schiatta; donna Ferdinanda ne era ammaliata. (…) Ricca com'era di quattrini e come si credeva di senno, donna Ferdinanda pretendeva che le facessero la corte e la tenessero da conto; mentre prima, stando insieme coi parenti, era rimasta indifferente ai loro affari, voleva ora, lontana, ficcare anche lei il naso in tutte le questioni di famiglia. Ma la principessa non gradiva né protezione né imposizione; quindi liti ogni giorno.”
Infine, ricoprono forte importanza i figli del principe Giacomo e Margherita, Consalvo e Teresa.
Il Principino Consalvo presentava caratteristiche antitetiche rispetto il padre Giacomo già nell'età della giovinezza, (pag. 99-100) “se lo contrariavano, diventava una furia: digrignava i denti, gridava come un ossesso, rovesciava quanto gli capitava fra le mani. In verità il principe educava severamente il figliuolo, non gliene passava nessuna liscia. (…) A sei anni, era più curioso di Don Blasco. I maneggi dello zio monaco, il continuo complottare che si faceva in quella casa, avevano destato di buon'ora la sua attenzione: dopo la morte della nonna, s'accorgeva, dal contegno dei parenti, dai discorsi dei servi, che l'avevano con suo padre, chi per una ragione e chi per un'altra, ma che nessuno ardiva prendersela direttamente con lui. (…) Solamente la vista del padre l'infrenava, perché il principe lo aveva educato a tremare a un'occhiata; ma tutti gli altri parenti lo lasciavano fare. La principessa lo contentava ad un cenno; la zia Ferdinanda contribuiva anche a viziarlo, come erede del principato; ma don Eugenio lo contristava con le sue lezioni.” Divenuto grande, nonostante partecipasse a numerose scorribande, (pag. 334) “Donna Ferdinanda dal canto suo andava in estasi per la riuscita del suo protetto e, dalla soddisfazione, gli regalava di tanto in tanto qualche biglietto da cinque lire.” Mentre il rapporto con la zia si consolida, con il padre intraprende una forte disputa, che lo (pag. 378-379) “aveva disgustato dalla sua casa ed anche dal suo paese, dove la mancanza di quattrini e la pesante autorità paterna non gli consentivano di fare tutto ciò che voleva; pertanto egli aveva accettato con gioia di andar via, di girare un poco il mondo. (…) Consalvo, ragionando freddamente, mettendo a calcolo tutto, faceva i suoi conti sulla morte del padre come sopra un avvenimento necessario alla propria felicità.” Tornato da un lungo viaggio in Europa, (pag. 390) “Consalvo spendeva a libri un occhio del capo. Ne faceva venire ogni giorno, intorno ad ogni soggetto, dietro una semplice indicazione del libraio, senz'altro criterio fuorché quello della quantità, con la stessa smania di sfoggiare e di far le cose in grande che, prima, quando l'eleganza degli abiti era il suo unico pensiero, gli faceva comperare i bastoni a dozzine e le cravatte a casse. Era umanamente impossibile, non che studiare, ma neppur leggere tutta quella carta stampata che pioveva al palazzo, le opere in associazione, le voluminose enciclopedie, i dizionari universali.”. Acquisita un'enorme conoscenza e capacità di retore, non mancò il successo nel profilo politico, divenendo infine deputato.
Teresa, già da bambina, (pag. 397) “formava il suo orgoglio, per la bellezza della persona e la bontà dell'animo. Mai un dispiacere da quella bambina; lo stesso principe, che a giorni pareva cercasse col lanternino i pretesti per andare in collera, non la coglieva mai in fallo. Per l'obbedienza esemplare, per la dolcezza del cuore, ella raccoglieva dovunque lodi e premi. Cresciuta negli anni, non la mettevano più nella ruota per farla passare tra le monache, a San Placido, ma la conducevano spesso al parlatorio della badia. Ella che aveva frenato, piccolina, la paura di restare chiusa nello spessore del muro, e il terrore del crocifisso nero, preferiva anche ora, in cuor suo, le belle passeggiate all'aria aperta; ma poiché ai parenti faceva piacere che andasse dalla zia monaca, ella stessa sollecitava quelle visite dietro le grate.” Sotto il profilo fisico era (pag. 370) “bianca e bionda, fine, delicata, quasi vaporosa che non aveva riscontri nella famiglia dei Viceré. (…) Alta, magra di spalle, con una vita che le sue due mani quasi arrivavano ad accerchiare e che rendeva più vistosa la curva dei fianchi, Teresa possedeva una istintiva eleganza, una nobile grazia di portamento, ancora non del tutto liberata dall'impaccio della collegiale, fino a qualche mese addietro costretta nella goffa uniforme.” Oltre che bella, Teresa era (pag. 371) “timorata di Dio, sempre con qualche libro di preghiere tra le mani, quando non lavorava ai suoi ricami, ai suoi disegni, alla sua musica: certi libri dorati, ricoperti di velluto o di pelle odorosa: mesi di Maria, coroncine della Beata Vergine, vite di Santi, pieni ad ogni pagina d'immagini divine, tutti premi riportati quand'era all'Annunziata. Ma questi sentimenti pii, questo timore di Dio non le impedivano di amare, come conveniva ad una fanciulla della sua età, gli svaghi mondani, le eleganze della moda.”
Dopo la morte della madre, (pag. 487) “chiamava in casa i Gesuiti, credeva alle balorde profezie, ai pretesti miracoli, diventava cieco strumento in mano dei preti! Dov'era la fanciulla d'una volta, graziosa, gentile, poetica, pietosa ma non bigotta, credente ma non accecata? Anche al fisico, aveva perduta l'eleganza del portamento, ingrassava, era irriconoscibile. La pazzia soggiogava anche lei, prendeva la forma religiosa, diventava misticismo isterico!”
Il luogo in cui si svolge la narrazione è la Sicilia, presso la città di Catania, il monastero di San Nicola, i possedimenti delle Ghiande e la villa di Belvedere. In particolare, gli accadimenti principiali hanno luogo presso la villa Uzenda di Belvedere, (pag. 123-124) “tanto grande da capire un reggimento di soldati, non che gl'invitati del principe; ma come il palazzo in città, a furia di modificazioni e di successivi riadattamenti, pareva composta di parecchie fette di fabbriche accozzate a casaccio: non c'erano due finestre dello stesso disegno né due facciate dello stesso colore; la distribuzione interna pareva l'opera d'un pazzo, tante volte era stata mutata. Altrettanto avevano fatto dell'annesso podere. Un tempo, sotto il principe Giacomo XIII, questo era quasi tutto un giardino veramente signorile. (…) Venuta Donna Teresa, ogni cosa fu messa nuovamente sossopra. Ora, giunto il principe Giacomo, ricominciava l'opera innovatrice iniziata al palazzo.”
Il romanzo di Federico De Roberto è colmo di riferimenti temporali dai quali si deduce perfettamente il periodo storico in cui si svolgono le vicende: la seconda metà dell’Ottocento, sullo sfondo delle battaglie condotte da Garibaldi in Sicilia e la nascita del Regno d'Italia.
Nel romanzo “I Viceré” la fabula e l'intreccio coincidono quasi sempre. Sono presenti alcuni flashback e non mancano numerose ellissi.

INTERPRETAZIONE COMPLESSIVA E APPROFONDIMENTI

Federico De Roberto proietta davanti agli occhi del lettore, in maniera estremamente dettagliata e realistica, le vicende aspre ed egoistiche della dinastia degli Uzeda, con tutte le loro contraddizioni di aristocratici ormai legati a un mondo che cambia, a un mondo che sta per tramontare. L'amarezza e nello stesso tempo la verità che ci trasmette l'autore attraverso i suoi personaggi è anche la contrapposizione di un mondo di casta che sta per morire per poi rinascere a nuova forma. Il personaggio che meglio interpreta questo passaggio temporale è il principino Consalvo, giovane rampollo di una aristocrazia perdente. Egli intuisce, prima della rovina finale, che può continuare a comandare utilizzando mezzi diversi, tra questi c’è al primo posto la politica, valido strumento di potere. Non c’è decadenza, ma solo un modo diverso di gestire il potere; le persone sono sempre le stesse con l’aggiunta di una esigua minoranza di uomini coraggiosi che sfidano il vecchio mondo e si lasciano illudere di poter costruire il nuovo. E perciò il popolo stanco continua a subire, non più i Borboni, ma i Savoia. Nulla cambia se non le persone che governano con gli stessi limiti. Vi sono pochissimi rivoluzionari e molti, moltissimi principi che gridano uguaglianza e libertà in modo falso, perché la parola d’ordine è solo potere.
Federico De Roberto dimostra di avere una visione assolutamente disincantata della società e delle relazioni interpersonali, snodandosi senza alcun cedimento a retorica o sentimentalismi di sorta, con una prosa scorrevole spesso piena di ironia, dimostrando anticlericalismo e un'ottica sociopolitica scettica al punto da non risparmiare neanche l'istituto della famiglia.
I personaggi sono incredibilmente veri. Da una parte la casta, che ieri come oggi detiene i massimi poteri e privilegi; e dall’altra, i poveri che guardano con accettazione le sopraffazioni dei primi, a volte incantati a volte con troppa arrendevolezza. De Roberto diviene un’analista del fenomeno, non solo attento a tutti i suoi risvolti, ma anche profetico, come infatti sembrerebbe testimoniare l’attuale situazione italiana, di Stato di forma, ma non di sostanza.

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