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Cicerone


Anche Cicerone è un autore dell’età cesariana (I sec. a.C.). Egli nacque ad Arpino nel 106 a.C., apparteneva ad una famiglia del rango equestre (ciò significa che non aveva parenti appartenenti alla nobiltà senatoria), però comunque intraprese il cursus honorum. Egli spesso si vantava di essere un homo novus. Nel 63 egli divenne console con l’appoggio degli Optimates.
Cicerone fu un conservatore, quindi avversario dei Populares (ad esempio Giulio Cesare apparteneva ai Populares, infatti tra loro ci furono spesso controversie).
Da giovane Cicerone venne inviato dalla famiglia a compiere studi di retorica, oratoria e filosofia in Grecia (imparò la cosiddetta doctrina). La retorica insegna tutte le tecniche per diventare un buon oratore (uso del linguaggio…); l’oratoria è l’arte del parlare, che utilizza la retorica.
Cicerone diventò avvocato, e ciò gli consentì di avvicinarsi alla vita pubblica (e politica). Così ottenne la prima carica, di questore in Sicilia (76), così poté accedere al Senato. I siciliani notarono come egli si fosse comportato in maniera onesta, confrontando il suo operato con quello di Verre, suo predecessore (che aveva “saccheggiato” l’isola, portandosi via anche delle statue per abbellire casa sua). Così i siciliani chiesero a Cicerone di appoggiarli nella causa contro Verre; in quell’occasione egli pronunciò le cosiddette Verrine (orazioni contro Verre, 7 di cui 2 pronunciate). Egli fece in tempo a pronunciare solo la prima Verrina, perché Verre andò in esilio volontario. Questo aumentò la notorietà di Cicerone a Roma. L’avvocato Ortalo (difensore di Verre), dopo aver ascoltato le parole di Cicerone, decise di abbandonare la difesa.
Nel 63 riuscì a diventare console, per meriti personali. Egli aveva presentato la sua candidatura l’anno precedente (come da protocollo), insieme a quella di Lucio Sergio Catilina (il quale non era stato eletto l’anno precedente); così Cicerone fece una campagna politica tale che Catilina non venne eletto. Cicerone si scelse come compagno Antonio Ibrida, un uomo mite.
Catilina, stanco e deluso, decise di ordire una congiura contro il console e il Senato. Cicerone sventò la congiura grazie ad una soffiata: una delle donne di uno dei congiurati, Fulvia, gli svelò il piano della congiura (anche senza prove).
Decise così di pronunciare quattro discorsi contro Catilina (due al Senato e due al popolo), le Catilinarie, nei quali sosteneva che Catilina fosse un nemico pubblico e che dovesse essere condannato a morte (senza un regolare processo). Riuscendoci, Catilina scappò in Etruria, dove trovò il suo esercito, che venne però raggiunto da quello romano. Catilina combatté e morì in battaglia. Lo storico Sallustio dedicò una monografia intera a quest’episodio, che decretò la discesa della notorietà di Cicerone. Nel 58 Publio Clodio (tribuno della plebe) colse l’occasione per vendicarsi di Cicerone facendo approvare una legge con valore retroattivo, che condannava all’esilio e alla confisca dei beni i cittadini romani che avessero condannato altri romani senza un pubblico processo (fu solo un pretesto per liberarsi di Cicerone). Cosi Cicerone andò in esilio per più di un anno, in un periodo travagliato di Roma; nel 60 fu costituito il primo triumvirato (Pompeo, Crasso e Cesare). Nel 57 Cicerone venne richiamato a Roma con l’aiuto di Milone (tribuno della plebe, vicino all’aristocrazia) e di Pompeo (per paura di Cesare). Cicerone continuò a pronunciare i suoi discorsi fino alla guerra civile tra Pompeo e Cesare. Egli si schierò con Pompeo, che usò lo stesso brutto atteggiamento usato con Crasso. Così Cicerone pronunciò le Cesariane per avere il perdono di Cesare, che nel 44 fu ucciso.
Morto Cesare, Cicerone in difesa della Repubblica, tentò di reinserirsi nella vita politica, approfittando della presa del potere da parte di Ottaviano e Antonio. Cicerone si schierò durante la guerra con Ottaviano e dichiarò Antonio nemico pubblico, nei discorsi chiamati Filippiche (o Antoniniane, sul modello di Demostene contro Filippo di Macedonia). Questi discorsi furono caratterizzati da un’aringa molto accesa. Questo costò la vita a Cicerone, perché Ottaviano vinse la guerra civile, ma non appoggiò Cicerone che fu ucciso da dei sicari di Antonio e per sfregio gli vennero tagliate testa e mani e appese nei rostri delle tribune (7 dicembre 43).
Gli oratori, quando pronunciavano i discorsi, seguivano delle regole e una procedura ben stabilite. Esistevano tre tipi di discorsi: le orazioni di carattere giudiziario, deliberativo e epidittico. Le orazioni giudiziarie erano pronunciate dall’avvocato in tribunale (Verrine), le deliberative erano di carattere politico (Catilinarie), le epidittiche erano di tipo occasionale (celebrativo…).
Ogni orazione aveva le sue funzionalità (tre), per informare l’auditorio sull’argomento: la prima era docere (entrare in empatia con l’assemblea), la seconda era deletare (non annoiare l’auditorio), la terza era movere (essere capaci di suscitare i giusti sentimenti nell’ascoltatore). Per queste funzionalità si usavano stili differenti: per docere si usava uno stile umile/semplice, per deletare uno stile mediamente curato, per movere uno stile sublime. Da qui deriva la tripartizione dello stile. Nello stile curato si faceva uso di molte figure retoriche. Cicerone usava l’ipotassi (proposizione principale con molte subordinate).
Cicerone diede vita al genere epistolografia, fu un grande avvocato e filosofo.
Per la composizione delle sue opere Cicerone faceva prima uno schema e poi scriveva la stesura aiutato da suoi amici quali Tirone e Tito Pompeo Attico. Ci sono pervenute 58 delle sue 100 orazioni, 28 delle quali erano di carattere politico e 30 di carattere giudiziario. La sua prima orazione fu in difesa di Roscio di Ameria (Pro Roscio Amerino), accusato ingiustamente di parricidio (da dei sicari di Silla, i probabili assassini), la quale fece acquistare notorietà a Cicerone. Nell’anno del suo consolato si tentò di riformare la legge agraria (si potevano cedere terre pubbliche ai cittadini romani), ma egli pronunciò la De Legge Agraria, in difesa degli aristocratici (impauriti di poter perdere potere con questa riforma). Gli avvocati, nei loro discorsi dovevano rispettare quattro passaggi: esordium (apertura dell’orazione), narratium (resoconto dell’argomento), argumentatio (prove a sostegno della tesi) e peroratio (termine dell’orazione e accuse).
Le sue opere più importanti furono il De Oratore, dove si descrivono le caratteristiche del perfetto oratore (scritta dopo l’esilio del 55 circa), ambientata nel 91 a. C., in una villa, sotto forma di dialogo platonico e composta di tre libri; in quest’opera parlano Licinio Crasso e Marco Antonio (due maestri di retorica di Cicerone). Nel primo libro (più importante) Crasso sostiene che un oratore deve avere una vasta cultura (enciclopedica); in questo passaggio Cicerone afferma un concetto esattamente contrario a quello di Catone il Censore, secondo il quale bastava conoscere l’argomento trattato (rem tene, verba sequentur), ma comunque concorda con il tema secondo il quale l’oratore doveva essere moralmente onesto (vir bonus, dicendi peritus), aggiungendo due semplici concetti: prudentia (destrezza nella vita reale) e probitas (onestà morale). Gli altri due libri del De Oratore sono più di carattere tecnico. Nel secondo libro si parla anche degli altri punti che un oratore doveva conoscere per poter stendere un’orazione (1- inventio, 2- dispositio, 3- elocutio, 4- memoria, 5- actio). Egli andò in Sicilia per raccogliere materiali concernenti le prove contro Verre (inventio), da cui poi furono selezionati solo quelli più importanti (dispositio). Deciso ciò si doveva dare vita ad un bel discorso (elocutio) costruito con quante più figure retoriche possibile (ornatus = insieme delle figure retoriche utlizzate); i passaggi delle orazioni dovevano essere imparati a memoria (perché non si aveva grande disponibilità di materiale su cui scrivere). Infine tutto il discorso doveva essere accompagnato da enfasi e gestualità (actio).
Un’altra opera retorica è il Brutus (46 a. C.), nella quale parlano, sempre sotto forma di dialoghi platonici, Marco Giunio Bruto e Tito Pomponio Attico in una villa di Cicerone. Viene fatto un excursus sull’eloquenza romana, partendo dall’oratoria greca, dal suo massimo sviluppo (età delle polis), passando per l’età arcaica di Roma con Catone. Cicerone sosteneva che l’apice dell’oratoria romana sia stata con lui stesso (1° sec. a. C.); quanta più democrazia vi era, quanta più oratoria si sviluppava. Cicerone nella sua opera cita anche Quinto Ortenzio Ortalo come un suo predecessore, massimo esponente dello stile asiano. In Grecia vi erano due scuole di retorica: l’atticismo e l’asianesimo; lo stile attico è caratterizzato da un periodale complesso, dove prevale la subordinazione e le figure retoriche abbondano, viceversa quello asiano è molto semplice. Cicerone considerava lo stile attico troppo semplice e banale (però ammirava Lisia, suo esponente), utilizzando principalmente quello asiano, con però un periodale armonico (concinnitas).
L’ultima opera retorica è l’Orator, dove si parla dello stile dell’oratore. L’orazione doveva avere tre finalità: docere, deletare e movere; a seconda della finalità l’oratore doveva fare uso di tre stili diversi (umile, medio e sublime).
Tra le opere di carattere politico la più importante è il De Re Publica, sul modello dell’opera platonica (Platone aveva parlato dello stato ideale, Cicerone invece parla di uno stato reale basandosi sulle osservazioni politiche del suo tempo (1° Triumvirato). La repubblica romana è una forma di governo mista, composta da tre poteri: consoli (monarchia), senato (democrazia) e tribuni della plebe (popolo). Cicerone sosteneva che se governasse solo una di queste tre classi la democrazia sarebbe degenerata (oligarchia, teocrazia e tirannide), quindi la forma di governo di Roma è giusta. Originalmente l’opera (lacunosa) era composta di sei libri: i primi sono sempre circolati normalmente, il sesto invece circolò autonomamente ed ebbe molto successo (conosciuto come Somnium Scipionis). I primi cinque libri non ebbero molto successo perché parlavano di una repubblica (idealizzata), mentre nel Medioevo vi era l’impero (l’opera non si prestava all’idea imperiale). Il sesto libro, invece, girava molto in ambienti cristiani, anche perché era leggibile in chiave allegorica: (in una villa) Scipione l’Emiliano sogna un uomo (l’Africano) che gli mostra una vita ultraterrena che si svolge in uno spazio siderale chiamato Via Lattea, dove si trovano le anime degli eroi (uno scrittore pagano parla di una vita ultraterrena e di geocentrismo). Da quest’opera emerge la visione conservatrice di Cicerone, in quanto lui non era sostenitore del popolo. Egli credeva nella concordia omnium: la concordia tra aristocratici (potere politico) ed equites (potere economico).
Nel De Re Publica ci si chiede se sia giustificabile (e come) l’imperialismo romano: Cicerone lo giustifica sostenendo che i romani fossero i detentori di una cultura superiore. Cicerone si occupa anche di filosofia (voleva far conoscere a Roma le filosofie greche del I sec. a.C. (lo stoicismo, l’epicureismo, il neoacademismo e il neoplatonismo). Cicerone non fu un pensatore originale, il suo obbiettivo era solo quello di divulgare la filosofia a tutti i cittadini che partecipavano attivamente alla vita politica (e che quindi non potevano praticare l’otium letterario). Per non criticare le filosofie, Cicerone utilizzava il dialogo platonico, affidando a diversi personaggi le diverse culture, dando quindi al lettore la possibilità della libertà di pensiero. Egli era un anti-epicureo (gli epicurei erano dei materialisti, che facevano morte all’anima insieme al corpo, otium letterario) ed era più vicino allo stoicismo (negotium) (gli stoici individuavano il lógos filosofico nel Senato). Egli però sosteneva che non esistono delle teorie universalmente valide, ma bensì solo delle verità probabili (probabilismo); egli era anche un eclettico (si ritrovano nella sua arte elementi culturali differenti) ed ha uno stile polivoco. Cicerone, come tutti gli stoici ammetteva il tema del suicidio, in quanto secondo questa dottrina per il raggiungimento della saggezza ci si poteva anche privare della vita. Catone l’Uticense, guardiano del Purgatorio, rinunciò alla vita per non vedere la fine della Repubblica.
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