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Tacito

Tacito ci racconta la dinastia giulio-claudia in un’opera storica che prende il nome di Annales (il pontifex maximus riporta su tavola tutti gli avvenimenti con un sistema annalistico). L'autore pone, in particolar modo, l'accento sul personaggio di Seneca, precettore di Nerone. Ebbene, Seneca riesce per breve tempo a godere di quell’otium, aspirazione della sua giovinezza, ma tra il 72 ed il 73 è già piuttosto malandato dal punto di vista della salute. Nell’ultima parte della sua vita rimane coinvolto nell’evento che segna la fine del principato di Nerone: la congiura dei Pisoni, i cui membri erano i principali ispiratori. Pare che Seneca fosse al corrente della congiura e i congiurati avessero indicato Seneca stesso come successore. Secondo un’altra ipotesi Seneca non avrebbe fatto parte della congiura anche se ne era al corrente; quindi, la sua colpa era stata quella di conoscere un tradimento e non denunciarlo all’imperatore. A Seneca viene comunicato l’ordine d’arresto ed aveva la possibilità di scegliere tra il suicidio e l’arresto. La morte di Seneca è l’emblema della mors stoica perché all’ordine dei centurioni durante un banchetto egli comincia ad abbracciare i parenti ed i convitati e l’atto che colpisce è che mentre questi ultimi di abbandonano alla disperazione, Seneca è imperturbabile e dice di lasciare loro in eredità l’esempio della sua vita in continua tensione verso il raggiungimento della virtù. Si suicida tagliandosi le vene dei polsi, ma essendo vecchio e deperito, il sangue non defluisce in modo abbastanza veloce, perciò si fa tagliare le vene dietro il ginocchio. Intanto regala ai suoi amici le ultime riflessioni filosofiche. Proprio perché la morte tarda ad arrivare, si fa preparare un bagno caldo ed il sangue riesce a defluire e Seneca muore. Tacito definisce la mors stoica “mors ambitiosa” e la deplora.

Rimangono coinvolti nella congiura Lucano e Petronio, ma c’è anche Epicari, la schiava "eughenes" che per quanto torturata non denuncia nessuno, atteggiamento eroico contrapposto a quello del poeta Lucano che arriva a denunciare la stessa madre come partecipante alla congiura, poi si pente e si riscatta suicidandosi e recitando alcuni versi del suo poema epico in cui si parla della morte di un marinaio. Petronio è un personaggio controverso e la sua morte è il contrario della mors stoica.

È una congiura fallita perché c’è sempre qualcuno che fa il delatore. Nerone riesce a sventarla ma ciò non gli consente di mantenere il potere: la corte è stanca dei suoi abusi, le tasse dello Stato sono vuote a causa dell’elargizione gratuita del denaro e delle spese folli per la domus aurea ed il malcontento contro di lui ribolliva. Cominciano a far sentire il loro peso nell’elezione dell’imperatore le legioni che sono di stanza lungo i confini dell’impero.

Nel giro di pochi mesi, tra il 68 ed il 69 si succedono tre imperatori. Galba è un anziano senatore che viene nominato nel momento in cui le legioni stanno entrando a Roma e Nerone si fa dare la morte da uno schiavo fedele. Poi, Galba viene detronizzato da Otone che si uccide reciprocamente con Vitellio. Ha la meglio su tutti il candidato delle legioni che stanno di stanza in Palestina, una delle province meno romanizzate, tra le più riottose soprattutto per un motivo di carattere religioso; gli ebrei non erano disposti a cedere nei confronti dei pagani e poi c’era la parabola umana del messia. Si tratta del generale Vespasiano che assume il potere nel 64. E' un fatto inusitato: fino a questo momento per la nomina dell’imperatore si era seguito il criterio dinastico, un criterio che aveva cominciato a mostrare delle debolezze. Tuttavia, Vespasiano ripristina il criterio dinastico: gli succede il figlio Tito e poi il figlio Domiziano. Mentre Tito viene ricordato come “amor et delicae generis humani”, si prodigò infatti per il soccorso delle popolazioni vittime dell’eruzione del Vesuvio del 79; il fratello Domiziano era la bestia nera della famiglia e viene ucciso nella congiura dei Pretoriani nel 96. Era evidente che il criterio dinastico non funzionava.

- L’apokolukuntosis viene scritta verosimilmente da Seneca all’indomani della morte dell’imperatore Claudio nel 54. Nerone deve recitare la laudatio funebris, scritta da Seneca, per Claudio che viene sottoposto al processo dell’apoteosis.

La laudatio si risolve nel ripercorrere la vita del defunto magnificandone le imprese con elogi sperticati. Comincia a circolare a corte un libello dal titolo apokolukuntosis, ovvero "trasformazione in zucca", però si dà il caso che la trasformazione non avvenga mai, perciò si è pensato che il titolo volesse significare “divinizzazione di uno zuccone”, vale a dire l’imperatore Claudio. All’inizio del libro, Claudio si presenta da Zeus perché deve ottenere una giusta collocazione e siccome pare che Claudio fosse balbuziente, Zeus non lo capisse e manda a chiamare Eracle che è abituato a trattare con i mostri e quando lo vede chiede se non si tratti della tredicesima fatica. Attraverso una serie di vicissitudini, la richiesta di Claudio di essere annoverato tra gli dei viene respinta. Claudio, che pare amasse giocare, viene scaraventato agli inferi dove è costretto a giocare ai dadi, al cottabos, con un bussolotto che non ha il fondo, per una legge del contrappasso. Il libello, come genere letterario, è una satura menippea. Dal punto di vista formale si caratterizza per il prosimetro, un insieme di prosa e versi. I contenuti che sviluppa sono quelli della diatriba stoico-cinica che rende argomenti alti e filosofici intorno al mos comprensibili anche per chi non possiede una cultura. Si esercita l’abilità dello scrittore perché trattandosi di un’apoteosis c’è uno scarto tra l’argomento ridicolo e l’elevatezza del linguaggio che fa il verso al poema epico.

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