Gli Annali di Tacito


Negli Annali dal 28° al 44°, lo storico Tacito, vissuto sotto il regno di Traiano, ci racconta dapprima il terribile incendio di Roma del 64 d.C., per poi passare all’analisi del personaggio di Nerone, sotto il cui impero avvenne il disastro, ed infine ai Cristiani, ai quali l’imperatore attribuì il fatto.
Il 28° libro si apre con un’affermazione dello storico: “...non si sa se dovuto al caso, oppure alla perfidia di Nerone…”, che ci fa capire che egli non si esprime a riguardo, offrendo entrambe le interpretazioni e testimonianze, riguardo alle quali si era probabilmente documentato in precedenza.
L’incendio comunque divampò il 18 luglio del 64 d.C. dalla parte del Circo Massimo, tra i colli Palatino e Celio, dove si diffuse con estrema rapidità, alimentato dal forte vento e dai materiali infiammabili contenuti nelle botteghe, e non ostacolato da mura o palazzi. Il fuoco dilagò sia nelle zone pianeggianti sia sui colli, per poi diffondersi nei quartieri bassi favorito dalla disposizione delle innumerevoli abitazioni e dalle stradine tortuose, senza possibilità di contrastarlo o delimitarlo. Tragica fu la reazione della gente, che accresceva lo stato di confusione, panico ed impedimento: chi correva, chi gridava, chi cercava di mettere in salvo più persone possibili, trascinando i malati e i bambini. Ma non c’era via d’uscita: anche i posti più distanti e impensabili erano invasi dalle fiamme, per cui spesso alcuni si ritrovavano circondati.
Mentre l’incendio procedeva inarrestabile e violento, Nerone, che si trovava ad Anzio, invece di recarsi subito a Roma per cercare di spegnere le fiamme e dare un sostegno morale ai cittadini, rimase lì finché il fuoco non arrivò fino alla sua residenza, che egli aveva fatto costruire per congiungere il Palatino con i giardini di Mecenate, che tuttavia non riuscì a proteggere.
Egli allora, per andare incontro al popolo, fece aprire il Campo di Marte, i monumenti di Agrippa e i suoi giardini, in modo da offrire loro rifugio; inoltre furono trasportati generi di prima necessità da Ostia e dagli altri comuni vicini e ridusse il prezzo del grano.
Il popolo però ormai non sapeva che farsene dei suoi provvedimenti, perché, oltre al fatto che durante i giorni di maggior bisogno egli era rimasto lontano nella sua villa, si era diffusa la voce che, mentre Roma bruciava, fosse salito sul palcoscenico del palazzo e avesse cantato l’incendio di Troia paragonandolo a questo di Roma. In realtà non c’è da stupirsi del gesto di Nerone: egli era sempre stato un maniaco della gloria, della fama, così, esaltato dal pensiero di ricostruire la città, cominciò a suonare e cantare i versi che egli stesso aveva composto sull’incendio di Troia. Però da questo si potrebbe dedurre che proprio questa sua smania di grandezza lo avesse portato a far appiccare lui stesso l’incendio.
Il sesto giorno, finalmente, l’incendio fu domato dopo che molti edifici erano stati demoliti affinchè bruciasse a vuoto e alla fine si spegnesse.
Ma il timore non si era ancora placato che un secondo incendio scoppiò nei quartieri più aperti, dove era quasi impossibile che potesse essere alimentato; per fortuna il numero delle vittime fu minore, ma più grave fu l’offesa agli dei e a Roma perché quella era la zona dei templi. In più questa volta sembrava maggiormente che la responsabilità fosse di Nerone, in quanto le fiamme erano divampate dai giardini emiliani, residenza di Tigellino, che lo affiancava nelle sue decisioni a proprio beneficio e a discapito dell’imperatore (questo era anche il sospetto di Tacito).
Dopo i provvedimenti di demolizione e riedificazione, vennero consultati i libri sibillini e poi pregati gli dei, poiché si pensava che avessero voluto punire gli uomini di colpe nascoste o sacrifici poveri, ma nessuna preghiera o rito riuscì a screditare la diceria che l’incendio era stato volutamente appiccato.
Nerone, così, per liberarsi delle accuse, scaricò la colpa sui Cristiani, che in quel periodo non erano certo benvoluti.
Il Cristianesimo fu fondato in Palestina da Cristo che, preso il posto di Giovanni Battista, cominciò a predicare diffondendo messaggi di pace, uguaglianza, libertà, amore fraterno e carità verso il prossimo, valori che i cittadini romani non approvavano in quanto sconvolgevano il loro naturale sistema sociale. La società romana, come tutte le altre prima di lei, erano basate sulla divisione in classi sociali in base al lavoro e alle abilità, e quindi non come segno di discriminazione verso i più poveri. Si considerava normale il fatto che ci fossero delle distinzioni tra gli uomini: uomini capaci di governare, uomini in grado di occuparsi del commercio e dell’artigianato, persone abili nel lavorare la terra ed infine schiavi. Per questi motivi si può capire il perché dell’indignazione verso un uomo qualunque che d’un tratto si metteva a predicare in nome dell’uguaglianza di fronte a Dio, del quale si dichiarava figlio. In più c’era il fatto che i cristiani, riconoscendo Dio come unica divinità, rifiutavano il culto dell’imperatore e quindi non partecipavano alle cerimonie ufficiali della religione romana alle quali tutti erano obbligati ad assistere, né si arruolavano nell’esercito perché, oltre ad essere portatori di pace, lì sarebbero stati costretti al culto pagano. Infine, essi praticavano forme di culto molto incomprensibili per i romani, come ad esempio l’eucarestia, che era vista come un rito barbaro e misterioso. I cristiani venivano quindi visti quasi come dei cannibali, dei violenti, ribelli, devastatori, e accusati di slealtà verso la patria, ateismo, odio verso il genere umano, ed anche di calamità naturali, pesti, carestie ed anche l’incendio di Roma. Tuttavia questa religione si diffuse molto rapidamente, anche perché era una religione salvifica, cioè che prometteva una vita eterna e dopo la morte per chi avesse operato per il bene. Il popolo romano, in questo periodo di angoscia e paura per la guerra, la peste, le invasioni barbariche e la morte, non credeva più negli antichi dèi, che erano ormai simboli insignificanti di una religione più politica che spirituale: i sacerdoti, infatti, celebrando le cerimonie religiose non facevano altro che accrescere il proprio potere politico e lo stesso valeva per gli imperatori.
Lo stesso Tacito, nel 44°capitolo, ci dà un giudizio affrettato e distaccato chiamandoli “quelli che il popolo chiamava Cristiani”e aggiungendo quindi un parere negativo verso coloro che erano “invisi per le loro nefandezze”, dovuto alla sua forte romanità e alle sue scarse conoscenze della religione cristiana.
Proprio per questi motivi, e non tanto per l’accusa di aver provocato l’incendio, Nerone cominciò ad arrestare tutti i cristiani e a sottoporli a derisioni e umiliazioni, come morire dilaniati dai cani coperti da pelli animali, essere crocefissi o bruciati vivi per illuminare le tenebre.
Questi crudeli spettacoli, frutto dello sfogo di un principe crudele e spietato, venivano realizzati nel circo, ma, nonostante fossero contro dei condannati, suscitavano nel popolo un senso di pietà e compassione.
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