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Gli Annales sono un'opera storiografica che tratta la gli eventi storici dalla morte di Augusto a quella di Nerone, per analizzare il degrado morale della società dalla radice, utilizzando il metodo annalitico (ovvero esponendo i fatti anno per anno).
Il principato, che viene giudicato da Tacito come una trasformazione in negativo delle istituzioni repubblicane, perché ha determinato la fine della libertas, pur dando l’illusione di lasciare in vita le istituzioni della res publica. In questa ottica lo storico fornisce un profilo fortemente negativo di Augusto, in quanto è stato proprio lui a causare la progressiva trasformazione delle istituzioni statali nonostante garantisse il mantenimento della repubblica.
La tematica principale è il rapporto tra princeps e Senato, che è fondamentale per il mantenimento della libertà. Invece, il Senato diventava un’istituzione politica sempre più corrotta (“inquinato da sordida adulazione”) che permetteva indifferentemente l’accentramento del potere nelle mani di persone incapaci e spregevoli, un lampante esempio è Nerone, che è stato addirittura capace di commettere l’atroce delitto di matricidio. Questa situazione comportò una mancanza di libertà, determinando, di conseguenza, il declino della storiografia e della storia stessa.

Tacito è stato uno storico-psicologo: negli Annales ha tracciato dei ritratti psicologici memorabili, scende nella psiche dei personaggi e analizza le cause dei loro comportamenti. Inoltre, Tacito enfatizza le negatività dei personaggi creando un gioco di chiaroscuro, ovvero contrapponendo a figure spregevoli dei soggetti positivi (per esempio: a Tiberio, imperatore ambiguo, scaltro nel corrompere e nel nascondere a se stesso e agli altri i suoi segreti, è contrapposto Germanico, un comandante autorevole e leale, un vero romano di un tempo; a Nerone è contrapposto Corbulone).
Una delle descrizioni più drammatiche è quella dell’imperatore Nerone, che, negli Annales, diventa interprete di una tragedia in tre atti: prima succube della madre, poi di Seneca e Burro, infine, succube della sua stessa ira, che lo porta ad eliminare qualsiasi ostacolo che si frapponga fra lui e il potere, a cominciare dalla madre Agrippina.
Nerone era salito al trono quando aveva circa diciassette anni, ma non era altro che un burattino nelle mani della madre Agrippina, il cui unico obiettivo era detenere il potere. Per cinque anni Nerone governò con clementia, sotto tutela dei suoi consiglieri, Burro e Seneca, ma il rapporto dell’imperatore con la madre si deteriora progressivamente e nel 59, Nerone matura l’idea del matricidio.
Nerone aveva inizialmente pensato di avvelenarla, tuttavia, il veleno poteva essere compromettente perché avrebbe potuto ricordare l’assassinio di Britannico, di cui era stato artefice. Perciò, consigliato da Aniceto, uno dei pochi ufficiali che odiano Agrippina, Nerone fa costruire uno scafo truccato che si sfasciasse durante la navigazione presso Baia, in modo da far sembrare il tutto un incidente. Nerone si discriminerà fingendo affetto per la madre e facendola illudere di una riconciliazione.
Tacito esprime abilmente la spietatezza di Nerone, pronto a tutto pur di liberarsi della figura oppressiva materna, ma soprattutto la sua ipocrisia: “il principe avrebbe poi elevato alla madre morta un tempio, degli altari ed altri segni d’onore, a testimonianza del suo affetto filiale”.
In prossimità della partenza, Nerone abbraccia la madre e manifesta il suo affetto, o fingendo, per rendere il tutto più verosimile, oppure perché sentisse veramente vacillare l’animo per quanto fosse feroce vedendo la madre per l’ultima volta. Tacito all’ultimo istante, concede dunque un barlume di umanità a Nerone: può essere che quell’abbraccio prolungato esprimesse la resistenza di una parte della coscienza di Nerone di fronte al matricidio imminente. Tuttavia, Agrippina non ebbe scampo: riuscì a fuggire a nuoto dalla nave affondata, ma i sicari raggiunsero la sua stanza e la uccisero. Negli ultimi istanti della sua vita, Agrippina è consapevole di essere in trappola e, sopraggiunti i sicari gli gridò di colpire al ventre perché aveva partorito un simile mostro.
Si tratta di una tragedia vera e propria, intesa come un repentino e inatteso passaggio di un soggetto da una condizione di massima felicità e potere ad una condizione di massima infelicità: Agrippina ha perso in una sola notte tutto il potere che aveva accumulato.
Una tematica fondamentale è l’ipocrisia di un mondo spietato: nulla è come appare, la riconciliazione è soltanto apparente, così come la nave che deve ospitare Agrippina non è altro che una trappola mortale; anche le ancelle di Agrippina sono pronte al tradimento.

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