Video appunto: Seneca, Lucio Anneo - Vita, stile, opere

Seneca



Vita



Nasce in Spagna da famiglia equestre, di alto rango (figlio di Seneca Il Vecchio, un personaggio di spicco) e appartenente all’opposizione senatoria al regime ma ben presto venne a Roma, dove studiò in scuole di filosofia e retorica in vista di un futuro percorso forense, per realizzare l’utopia platonica dei filosofi al potere, che iniziò dopo un breve viaggio in Egitto.
Negli stessi anni (37-41), ossia sotto Caligola, Seneca comparve e si impose sulla scena non solo politica ma anche filosofica e letteraria. Rischiò la condanna a morte sotto l’imperatore Caligola ed infine venne esiliato, accusato di essere coinvolto nell’adulterio della figlia di Germanico, da Claudio, nuovo imperatore. Soggiornò in Corsica finché non ottenne il perdono da Claudio, per merito della moglie Agrippina che lo scelse come tutore del figlio Nerone, del quale Seneca accompagnò l’ascesa, assumendo il ruolo di suo precettore e consigliere. Assieme a Seneca, come guida filosofica (secondo Seneca solamente dalla filosofia deriva un governo giusto, in quanto le virtù indispensabili per tale governo risiedono nelle virtù da essa insegnate) di Nerone vi era anche il prefetto del pretorio (il corpo di guardia dell’imperatore) Afranio Burro. Giunti al termine della fase di ‘buon governo’ di Nerone la situazione si andò deteriorando e, con il venir meno della sua influenza, venne meno anche la sua partecipazione alla vita politica in un progressivo ritiro a vita privata, che si concluse tuttavia quando, sospettato da Nerone di essere legato alla congiura di Pisone, venne condannato a morte, portando alla scelta del filosofo, che si riconosceva nella corrente stoica, di cui infatti tratta numerosi argomenti e temi, di suicidarsi.

Lo stile, lessico e sintassi



Fa ampio uso dei pronomi riflessivi e di preposizioni e avverbi di luogo riferiti all’interiorità in quello che viene chiamato linguaggio dell’interiorità; fa inoltre ampio uso di paragoni, sia metafore sia similitudini, tratte soprattutto dall’ambito militare, della medicina, della navigazione e giuridico; infine utilizza il participio futuro non più per indicare il tempo dell’azione ma l’ineluttabilità dell’evento e numerosi imperativi e forme impersonali, ponendosi nel ruolo di maestro che da consigli. Utilizza anche frequentemente strutture trimemebre (spesso poste in un crescendo di intensità).

-Nelle opere filosofiche: dichiara di volersi occupare delle res e non di un lessico e uno stile ricercato ed elaborato, predilige uno stile pulito e conciso che dia maggior spazio ai contenuti che agli arricchimenti e agli artifizi stilistici, che sono giustificati da Seneca solo nel momento in cui, come avviene per le sententiae e le citazioni poetiche, la loro efficacia espressiva permetta di fissare maggiormente i precetti esposti nella mente del lettore. Lo stile delle opere filosofiche di Seneca è uno stile principalmente paratattico (e quindi più spezzato e incisivo, con poche subordinate) che rifiuta il modello classico della concinnitas ciceroniana, avvicinandosi, pur prendendo le distanze, alla inconcinnitas di Sallustio. La sua prosa, che sembra addirittura voler riprodurre il sermo, è infatti caratterizzata da un susseguirsi rapido di frasi brevi, spezzettate, aguzze e sentenziose in cui la mancanza di una struttura e una gerarchia logica viene sostituita da collegamenti, logici, affidati principalmente alla ripetizione e all’antitesi. L’effetto ottenuto è quello di sfaccettare le tematiche analizzate, mostrandone tutti i punti di vista e angolazioni, fornendone una formulazione concisa. Si tratta però anche di uno stile estremamente drammatico, martellante e incisivo con cui Seneca vuole al tempo stesso indagare l’animo umano, ricco di contraddizioni, ed esortare al bene. Nonostante quello di Seneca sia uno stile sintetico fa anche largo uso delle figure retoriche, della retorica ad effetto (appartiene pur sempre all'età argentea) per facilitare la lettura e di uno stile nervoso, ellittico e conflittuale, caratterizzato da un continuo alternarsi di tono sommessi, dedicati alla meditazione, e tono più vivaci ed esortativi, più vicini alla predicazione.

-Nelle tragedie: fonda costitutivamente il suo linguaggio poetico nella poesia augustea ma sono presenti anche numerosissimi altri influssi: dalla tragedia latina arcaica di Pacuvio e Accio, da cui trae il gusto per il pathos esasperato, il gusto per il macabro e il sanguinoso, mentre sul gusto retorico del tempo si appoggia e si rafforza la ricerca della sententia, da cui la conseguente brevità e frammentazione dei dialoghi che è frutto anche di una costante ricerca della brevitas asiana, la cui retorica influenza anche la ricerca di continua tensione drammatica (spesso ottenuta grazie a esorbitanti digressioni, l’enfasi declamatoria e la tendenza alla pura erudizione) e l'alto uso della retorica. Quest'ultima caratteristica aveva fatto pensare a una poesia destinata alla sola lettura nelle scuole di retorica, possibilità probabile visto il contesto culturale in cui era inserita, ossia l'età dell'ascolto, ma che tuttavia viene anche smentito dalla perdita di pathos e intensità che si registrerebbe nelle scene macabre

-Nell’Apokolokyntosis: l’opera, che si apre con un proemio in cui vengono esaltati Nerone e il suo futuro regno, appartiene al genere della satira menippea, un tipo particolare di diatriba rappresentata dallo schiavo fenicio Menippo di Gadara di cui infatti presenta le caratteristiche: grande varietà di contenuti impregnati dello spirito polemico tipico del cinismo, la presenza di situazioni fantasiose e assurde che fanno da sfondo all’ironia dell’autore, l’alternanza di prosa e versi di vario tipo, ossia il prosimetro (anch’esso inventato da Menippo), un impasto stilistico molto vario che vede l’accostamento di diversi toni (da quelli piani della prima a quelli parodisticamente solenni della seconda), coloriture colloquiali e presenza di lessico volgare. Tipico del genere è anche la citazione parodica, in cui si inserisce anche una autoparodia per mezzo dei versi dell’Hercules furens, a numerose opere precedenti, di cui vengono riportati i versi.

Le opere: corpus senecano: Costituito principalmente da opere filosofiche (12 libri di Dialoghi, 7 di De beneficiis, 20 di Epistulae morales ad Lucilium, il De clementia), in cui vertono anche argomenti legati alla vita pubblica e politica, presenta anche un’opera di carattere scientifico (le Naturales quaestiones, 7 libri in cui tratta i fenomeni naturali, in cui secondo alcuni sarebbe possibili individuare il carattere stoico di un mondo ordinato dal logos) e nove cothurnatae, ossia tragedie (uniche pervenuteci) di argomento greco -ed in particolar modo relative al ciclo troiano-, più una biografia del padre, una serie di trattati e di opere filosofiche perdute. -Le opere filosofiche: Si inseriscono in un quadro di moderato stoicismo (stoa media), di cui Seneca tratta le principali tematiche, fra cui la fugacità del tempo, l’imperturbabilità del saggio (ossia colui che accetta e si adatta al logos), la precarietà della vita e la morte come ineluttabile, la vanità dei beni terreni in quanto i veri beni sono dentro di noi.

I dialoghi



Non si tratta, anzitutto, di trattazioni in forma dialogica, in quanto il titolo dell’opera si deve alla grande tradizione filosofica (e in particolare a Platone) del dialogo. Presentano tuttavia trattazioni autonome di etica stoica, la cui stesura si colloca lungo tutto l’arco della vita di Seneca. Al loro interno possono però essere individuati dei gruppi, più o meno omogenei, accomunati dalla tematica centrale attorno a cui ruota il discorso. Fra queste vi sono le Consolationes, scritti rivolti a specifici destinatari il cui compito era quello di consolarli per la perdita di una persona cara tramite le tematiche stoiche, inserendovi quindi argomenti, anche se con fare meno speculativo, di carattere filosofico, la brevità della vita e i veri beni che non sono fuori ma dentro di noi, rendendo quindi le cose perse non davvero perse; in particolare i temi che vengono trattati sono la permanenza del ricordo, il sapersi consolare nella propria forza d’animo. Ne fanno parte la Consolatio ad Marciam, ad Helviam (con cui vuole rassicurare la madre sulle sue condizioni da esule, esaltando l’otium contemplativo), ad Polybium (indirizzata a un potente liberto di Claudio -si diceva infatti che vista la sua incapacità fossero i liberti a governare- ma che risulta in realtà essere un tentativo di adulare Claudio per ottenere il ritorno a Roma). Vi sono poi una serie di trattazioni sulle passioni, con i tre libri del De ira, una sorta di fenomenologia delle passioni in cui se ne analizza (in modo quasi fisiologico) l’origine e i modi per dominarle e inibirle poiché il saggio stoico deve dominarle e per controllarle è necessario conoscerle. Particolare attenzione viene dedicata all’ira, considerata la peggiore in quanto è la più disumanizzante sia interiormente (a livello morale) sia esternamente (a livello di aspetto fisico), abbruttendo e rendendo simili agli animali. Il De vita beata è incentrato sulla conciliazione della felicità e della ricchezza e degli agi, libri attraverso cui sembra voler fronteggiare delle accuse di non vivere secondo i principi professati (vuole quindi difendersi dall’accusa di opportunismo); grazie alla posizione politica e all’usura aveva infatti ottenuto un immenso patrimonio, da sempre visto nella filosofia come ostacolo al raggiungimento della vera felicità in quanto vincolo terreno. Seneca allora, ricordando che l’essenza della felicità è la virtù, risponde a tali provocazioni sostenendo che non è la ricchezza in sé che impedisce il raggiungimento della felicità ma il modo in cui l’uomo ne fa uso. Viene infatti legittimata nel momento in cui tale ricchezza sia funzionale alla ricerca della virtù (permette infatti una vita tranquilla e totalmente dedita alla ricerca, sollevando il filosofo dalle incombenze delle normali occupazioni quotidiane) e nel momento in cui il filosofo sappia possedere le ricchezze ma non farsi possedere da quest’ultime. Importantissima è la riflessione senecana sul tempo. Nel De brevitate vitae tratta infatti la fugacità del tempo e della vita, che all’uomo appare breve in quanto incapace di coglierne la vera essenza, disperdendo il tempo a sua disposizione in futili occupazioni anziché impiegarla nel compimento di cose più importanti e di attività meritevoli. L’importante è quindi non la durata, che tanto è di durata insignificante rispetto al tempo eterno della morte, ma come esso viene vissuto. Questo è dovuto anche al fatto che esso è il nostro bene più prezioso: la nostra vita è infatti piena di beni variabili e l’unica cosa che è veramente nostra è il tempo e per questo è importante che l’uomo impari a tenerselo stretto, dando valore ad ogni momento e non dissipandolo in futili occupazioni. Tuttavia l’uomo non sa neppure come e quando perde il suo tempo, unico bene insostituibile; è quindi una caratteristica del saggio il saper gestire razionalmente il tempo e, qualora non vi riesca, la consapevolezza del come sia stato perso. Il presente è inoltre l’unico momento che conta poiché è l’unico che l’uomo possiede davvero e può impiegare, in quanto il passato è già morto (tema del cotidie morte) e il futuro ancora non esiste. La differenza con il carpe diem epicureo risiede nel diverso valore del presente: per gli stoici vivere pienamente significa vivere secondo virtù mentre per gli epicurei secondo voluptas.
  • Agli ultimi anni risale invece la tematica, affrontata nel De providentia, della contraddizione fra progetto provvidenziale, che per gli stoici presiede la vita dell’uomo, e la constatazione di come la sorte punisca non i disonesti bensì gli onesti. La soluzione che Seneca offre è quella di un destino che metta alla prova i giusti e ne esercita la virtù, mettendo alla prova il saggio che, per definirsi tale, deve essere in grado di adattarsi in toto al logos, anche accettando e sopportando le situazioni più ingiuste. Infine, vi sono numerosi libri i cui alla filosofia si affianca il tema politico, non solo in se e per se ma anche in relazione del ruolo del filosofo, per cui Seneca propone una mediazione fra l’otium contemplativo e l’impegno del civis romano suggerendo, nel De tranquillitate animi (secondo libro di una trilogia, dedicata ad un amico desideroso di abbandonare la filosofia epicurea e dedicarsi invece a quella stoica, incentrata su tale tematica; nel primo libro viene affrontata l’imperturbabilità del saggio, la cui fermezza interiore gli permette di resistere a qualsiasi avversità: il saggio non si fa infatti toccare dalle cose materiali e neppure dalle offese che gli vengono arrecate per via della sua ricerca, in quanto l’unica cosa che a lui interessa, l’etica, è l’unica cosa che non può essergli attaccata; nel terzo ripiega sulla scelta di una vita appartata, esaltandone il carattere contemplativo, che tuttavia risulta forzata ed imposta dalla situazione politica stessa) una flessibilità, legata alle condizioni politiche, in grado di conciliare i due aspetti e con lo scopo di giovare, con un animo serena, se con l’impegno pubblico con la parola e l’esempio). In conclusione, Seneca dichiara che il saggio non deve astenersi totalmente dalla vita politica ma quest’ultima non deve provocargli turbamento, permettendogli di lavorare per il bene della sua comunità fintanto che la serenità del suo animo non venga compromessa.

  • De clementia



    Dedicato a Nerone, all’interno di quest’opera filosofica si concentra la concezione del potere di Seneca e una traccia di programma politico basato sull’equità e la moderazione. Non viene messa in alcun modo in discussione la legittimità del principato e la forma quasi completamente monarchica che sta sempre più acquisendo. Al contrario tale ordinamento politico sembra ben adattarsi alla filosofia stoica, la quale prevedeva la concezione dell’esistenza di un ordine cosmico governato dal logos; la monarchia infatti si avvicina maggiormente a quest’idea di un universo cosmopolita sotto la figura unificante del princeps(assimilabile all’idea, di molti anni posteriore, del sovrano illuminato). Il problema non è più quindi l’ordinamento, ma la figura del sovrano stessa. Trattandosi di un regime assoluto, privo quasi totalmente di limitazioni, l’unico freno è la sua stessa coscienza, che dovrà trattenerlo dal diventare un tiranno. È quindi necessario che sia dotato di clemenza, intesa come filantropica benevolenza, virtù fondamentale che gli permetterà di costruire dei rapporti con i sudditi non basati sul timore ma sul loro consenso e sulla loro dedizione che diventeranno garanzia di stabilità per lo stato. Sotto tale luce importantissima diventa la filosofia come guida e l’educazione del princeps, in quanto è a lui solamente affidata la possibilità di instaurare un buon governo. Seneca coltivava quindi l’illusione di un governo basato sull’equilibrata distribuzione del potere fra un sovrano moderato e il senato. Tuttavia la rapida generazione del governo di Nerone mise in evidenza i limiti di tale progetto, in cui la filosofia giocava l’importantissimo ruolo di formazione morale del sovrano e dell’elitè politica. Il ruolo della filosofia venne quindi ridefinito e orientato sull’agire sulle coscienze dei singoli.

    De beneficiis



    Viene scritto quando Seneca vede venir meno il suo progetto utopico; non potendo più il governo giovare della sua guida non gli resta che ritirarsi e ripiegare sulla sola educazione della società, da cui sola può venire il bene in quanto non può più essere portato dal governo. È necessaria quindi una società basata sull’armonia e l’equità proprio in virtù del rapporto tra beneficiato e beneficiario, l'unica in grado di realizzare una monarchia illuminata; tale compito non spetta quindi più al sovrano ma a ciascun cittadino. Il ripiegamento sull’individuo si vede quindi nell’individuare nel beneficio e nei rapporti fra cittadini che ne derivano il collante della società, basato sul senso del dovere che deve spingere i benefattori a portare aiuto a chi ne ha bisogno, il beneficiario, che invece avrà un dovere di gratitudine (vengono anche trattati le conseguenze morali che colpiscono gli ingrati)

    Epistolae ad Lucilium



    Si muove sempre all’interno dell’orizzonte della coscienza individuale, introducendo tuttavia un genere completamente nuovo, improntato non più sulla comune pratica epistolare ma su quella più squisitamente epicurea. In particolar modo, in quest’opera, si rivolge a Lucilio che immagina essere un discepolo che vuole arrivare agli studi filosofici diventando quindi destinatario del colloquium (topos comune nella filosofia) e discepolo grazie alla corrispondenza epistolare, di argomento vario (è proprio la caratteristica mancanza di sistematicità della filosofia senecana, incline alla trattazione di singoli temi, che rende l’epistola il genere perfetto per la sua trattazione) ma vicino alla realtà vissuta (parte infatti da questioni quotidiane per introdurre le tematiche filosofiche di carattere generale, così da facilitarne l’apprendimento e appassionarlo, così che approfondisca poi per conto suo), così da prestarsi perfettamente alla pratica quotidiana della filosofia, con il filosofo, non più maestro severo ma maestro anch’egli alla ricerca della saggezza (così come si era giá proposto Orazio) che tuttavia, al contempo stesso, funge da esempio, semplificando quindi l’insegnamento dottrinale (che infatti spesso sono concluse con frasi proverbiali, le sententia) e che esorta al bene. Proprio qui sta l’originalità dell’opera, che si uniforma al modello epicureo, ossia colui che nelle lettere agli amici aveva saputo istituire un rapporto di formazione e educazione, facendone strumento per le conquiste spirituali sull’itinerario verso la sapienza. Tale insegnamento avviene per gradi (la filosofia è quasi fornita in "pillole"), secondo un cammino che idealmente porta alla perfezione interiore. All’amico vengono proposti argomenti dapprima di facile apprendimento, permettendogli di acquisire i principi basilari, aumentare le sue capacità analitiche e il suo patrimonio dottrinale, passando poi a tematiche via via più complesse, che assumono invece la forma del trattato (probabilmente non fanno parte dell'epistolario). L’ideale proposto è quindi quello di una vita di raccoglimento e meditazione in cui, grazie alla riflessione sulle debolezze e i vizi propri e altrui, si può giungere alla saggezza e di un otium che acquisisce un valore supremo in quanto lontananza dalle passioni e dai turbamenti terreni e alacre ricerca del bene. Il fine ultimo è quindi la libertà interiore che il saggio ricerca, che deve quindi essere accompagnata anche da una serena accettazione della morte, che viene al contrario vista come simbolo della propria indipendenza dal mondo. Anche in quest’opera centrale è il tema del tempo, sul quale compaiono numerosissime riflessioni
  • È inoltre caratterizzata da forma diatribica (già usata da Orazio nelle sue satire la diatriba appartiene al genere greco serio-scherzoso nato da Bione di Boristene nell’ambito della filosofia cinica. Si trattava di un discorso di divulgazione filosofico o morale con uno stile semplice e volta a catturare l’attenzione dell’ascoltatore e si caratterizza dalla forte vena polemica nei confronti della società contemporanea, espressa tramite battute, attacchi, citazioni e parodie)

  • Le tragedie



    -Breve storia della tragedia latina: La storia latina è costellata di numerosissimi tragediografi delle cui opere non rimangono che frammenti o poche righe riportate indirettamente. Fra i più grandi tragediografi latini compaiono Pacuvio e Accio, poeti continuatori di Ennio, che si ispirarono al modello greco. Nelle loro tragedie, di argomento greco, si ha la ricerca, maggiore rispetto al passato, degli effetti patetici, l'elaborazione di una trama complessa, articolata e romanzesca e una forte tensione per il macabro, il truce e il tetro. Il teatro aveva poi subito una battuta di arresto notevole durante il periodo di Cesare e di Augusto, nonostante quest'ultimo avesse cercato di riportarne il genere in auge assieme a quello dell'epica, in quanto generi adatti ad inneggiare al potere e a esaltare la figura dell'imperatore tramite le gesta di nobili eroi. Quelle di Seneca costituiscono le prime tragedie, in grado di affermare la ripresa della tragedia avvenuta dopo Augusto, che ci siano pervenute per intero. Si tratta interamente di tragedie di argomento greco (l'octavia che si supponeva avesse scritto si è rivelato essere realmente l'opera di un semplice imitatore, in quanto sia la morte di Seneca che di Nerone, che di molto aveva seguito quella del poeta, apparse in sogno a Seneca stesso, protagonista dell'opera, vengono descritte in maniera troppo precisa e fedele al vero perché Seneca possa averle semplicemente immaginate e scritte). Greci sono anche i modelli a cui tali opere si rifanno, ed in particolare al periodo classico, fra i cui modelli principali spiccano Sofocle e Euripide. Molto presente è il tema dell’esecrazione della tirannide, tipico nella tragedia latina; infatti così come la tragedia, e l'epica, ben si presta all'esaltazione del potere e dell'imperatore, ugualmente si prestano perfettamente ad essere denuncia del potere tirannico (Seneca infatti non era mai stato un sostenitore del potere imperiale ma aveva avuto fiducia nel quinquennio felice e nella figura del sovrano filosofo, che però ora era venuta a mancare). La tirannide viene quindi presentata in tutta la sua brutalità, rispecchiando il generale interesse di Seneca per l'indagine di personalità fortemente conflittuali. Sono quindi tutte configurate come conflitti di forze contrastanti fra le quali il dissidio più grande è costituito dalla tendenza a fare il bene e il male, la mens bona e il furor, e vengono spesso riprese le tematiche filosofiche già trattate in altre opere, portando alla convinzione che il teatro senecano possa costituire, sottoforma di exempla del mito, ossia un trasposizione teatrale della filosofia stoica, che però vede il trionfo del furor e delle passioni (che quindi potrebbe significare o la perdita di fiducia nella filosofia stoica o un assenza di un influsso filosofico così forte). La lotta fra bene e male che le accomuna non è più relegata alla sola psiche umana ma si estende al mondo intero, che si concretizza come una realtà cupa e atroce, scenario in cui si scatenano le forze maligne, attribuendo al conflitto una dimensione cosmica e universale. L’emergere del male nel mondo si manifesta anche nella figura del tiranno sanguinario e bramoso di potere, chiuso alla moderazione e alla clemenza.

    -L’Apokolokyntosis Anche nota come Ludus de morte Claudii, il titolo greco implica tuttavia un particolare significato, ossia ‘apoteosi di una zucca’ alludendo forse alla sua stupidità, lo zuccone è infatti l’imperatore, e riferendosi quindi alla fama non molto lusinghiera di imperatore che aveva lasciato il governo ai propri liberti. Tema dell’opera contiene infatti la parodia della divinizzazione (il decreto dell’ascensione fra gli dei dell’imperatore defunto era un’usanza dell’epoca) di Claudio decretata dal senato a seguito della sua morte; diventa inoltre mezzo per sfogare il suo risentimento nei confronti dell’imperatore che anni prima lo aveva condannato all’esilio. La narrazione segue quindi l’ascesa di Claudio al monte Olimpo, dove superbamente pensa di venir accolto fra gli dei che tuttavia lo condannano a scendere negli inferi come tutti i mortali, dove svolge umilianti punizioni finché non viene assegnato ad un suo stesso liberto, Menandro.

    Un possesso da non perdere (Epistulae ad Lucilium)



    Si tratta della lettera che apre la raccolta delle Epistulae ad Lucilium al centro della quale si ha il tema del tempo, del suo impiego corretto e del suo configurarsi come unico vero possesso dell’uomo (omnia aliena sunt, tempus tantum nostrum est). La lettera richiama espressamente i toni di una conversazione quotidiana dato dal continuo alternarsi fra argomentazione e esortazione. La lettera si apre con un imperativo (ita fac), seguito poi da quattro imperativi e richiamato dal monito fac ergo posto alla fine del secondo paragrafo, e il vocativo iniziale mi Lucili sottolineano fin da subito il ruolo di Seneca come guida spirituale del discepolo che, destinatario dell’opera, nei primi paragrafi viene continuamente tirato in causa secondo un andamento tipicamente diatribico. Centrale in questa prima parte dell’opera è l’esortazione, che racchiude in se un po’ tutto il senso della lettera, Vindica te tibi, un’espressione che, tratta dal lessico giuridico, indica l’idea del riscatto e di una “rivendicazione legale per il possesso di qualcosa”, introducendo il tema del valore del tempo in reazione alla dottrina stoica che separa ciò che dipende da noi da ciò che invece da noi non dipende. Nel paragrafo 1 Seneca indica quindi le diverse modalità con cui il tempo può essere perso tramite i tre verbi auferebatur, subripiebatur, che presentano la connotazione del furto indicando una sottrazione indebita di tempo, e excidebat, che invece evidenzia la casualità della perdita del tempo facendoselo semplicemente sfuggire di mano; i medesimi verbi verranno poi ripresi specularmente secondo un climax ascendente che indica invece dapprima una sottrazione forzata di tempo in cui appare come strappato, poi una sottrazione più furtiva in cui il tempo viene sottratto ed infine il tempo diventa un fiume che scorre e che l’uomo, per negligenza, si lascia sfuggire fra le mani. Nel paragrafo 2 vengono presentate una serie di metafore finanziarie che si trasformeranno nel paragrafo 3 in espressione, di origine giudiziaria, in cui verrà espresso il concetto del tempo come unico vero possesso degli uomini, in quanto tutti i beni materiali sono minima et vilissima e soprattutto recuperabili, mentre il tempo, una volta lasciatolo sfuggire, non può più essere riconquistato, e la cui saldezza del possesso da parte degli uomini verrà da subito ridimensionata degli epiteti fugax e lubricus. Segue poi nel paragrafo 4 l’esempio concreto del maestro, e che sembra anticipare un’eventuale obbiezione, attraverso la descrizione del rapporto di Seneca con il tempo che, pur non potendone fermare il flusso, è in grado di mantenere il bilancio. Il tempo è infatti iactura, ossia una perdita ineluttabile; tuttavia al contrario degli occupati che per negligentia e non incapaci di riconoscerne il valore spendono i propri giorni in futili occupazioni, il saggio è consapevole, una volta che il tempo è stato perso, come ciò sia avvenuto e quando e in grado di comprendere il valore del tempo, riempirlo di occupazioni importanti. La valorizzazione di ogni istante dell’esistenza si traduce quindi nel Cotidie mori che vive nel presente, in quanto sa che la vita passata appartiene alla morte, divenendo ‘atemporale’ e libero dalla tirannide del tempo. La lettera si conclude poi, dopo un ultimo ammonimento, con un detto proverbiale, sottolineando il carattere pedagogico dell’opera che vuole offrire la sapienza in pillole così che i suoi concetti possano essere ben fissati.

    Gli aspetti positivi della vecchiaia (Epistulae ad Lucilium)



    Tema centrale dell’opera è il fatto che nel saper far buon uso del tempo rientra anche l’accettazione della vecchiaia, di cui Seneca illustra gli aspetti positivi proprio in segno di accettazione, perchè, come dice la filosofia stoica, a contare non è il periodo della vita ne che essa sia lunga o breve ma l’unica cosa che conta è l’uso che se ne fa, ossia la virtù che permette di vivere riempiendo di senso ogni giorno. La lettera si apre con la narrazione di una situazione concreta (paragrafi 1-2), la visita di Seneca alla sua villa di campagna, da cui prende poi spunto la riflessione filosofica: il poeta accusa il fattore di essere stato la causa, con la sua negligenza, dello stato di abbandono della villa. Egli però si difende, additando invece l’antichità di tale costruzione. Da questa affermazione nasce quindi la riflessione di Seneca che, avendo visto egli stesso sorgere quella casa, si rende conto della propria vecchiaia. Da tale consapevolezza, che viene poi sottolineata, nel paragrafo 3, dalla comparsa sulla porta di un vecchio in cui l’autore riconosce il figlio di un suo vecchio schiavo, si sviluppa nei paragrafi 4 e 5 la lode della iucunda vecchiaia enfatizzate dalla loro associazione ad una serie di esempi tratti dalla vita quotidiani quali “l’ultimo bicchiere di vino che porta all’ubriachezza” e “i frutti maturi”. Poi Seneca, nel paragrafo 6, sfrutta l’obiezione postagli, ossia della vicinanza della vecchiaia al momento della morte, per discutere della rappresentazione della vita umana come costituita da una serie di cerchi concentri (dove quello più piccolo rappresenta il singolo giorno, mentre quello più grande la vita intera, in cui infatti tutti gli altri sono contenuti) e della massima eraclitea secondo cui tutti i giorni sono uguali. Si giunge così, nel paragrafo 8-9, al nucleo centrale ossia l’invito a vivere ogni giorno pienamente come se fosse l’ultimo; tale insegnamento, il cui scopo è quello di permettere di vincere la morte e la dipendenza dal futuro, viene ripresa, con l’intento di fissare maggiormente questa massima, dal monologo di Didone che ne precedette il suicidio e adattata al contesto per mezzo, prima di tutto, dell’eliminazione della sua connotazione tragica. Tale precetto è poi accompagnato dal racconto di un aneddoto, non inverosimile, riguardando lo strano personaggio di Pacuvio che era solito, secondo la moda del tempo (come riportano numerosi fonti fra cui Petronio), fingere di celebrare il proprio funerale dopo suntuosi banchetti. La lettera si conclude con un peculium, ossia una ‘pillola’ di saggezza (in cui compare già un accenno al tema del suicidio) proposta sottoforma di sententia e riferita ad una massima di Epicuro. I riferimenti a saggi antichi sono infatti numerosissimi nelle epistolae senecane, indirizzate all’acquisizione di principi di saggezza indipendentemente dalla loro fonte.

    Il suicidio via per raggiungere la libertà (epistolae ad Lucilium)



    Lo spunto di riflessione è offerto da una visita di Seneca a Pompei, luogo della sua giovinezza, spingendolo quindi alla consapevolezza di quanto la morte sia prossima. Da qui Seneca trae l’occasione per esporre il tema del suicidio stoico secondo, però, la sua personale visione: il suicidio non è quindi più ammesso come solo atto di libera scelta di un uomo libero ma si arricchisce di significato. Per Seneca infatti il suicidio è ammesso solo qualora esso serva per sottrarsi all’oppressione della vita che, tramite le circostanze storiche e politiche, limita la libertà individuale e priva il saggio della propria utilità sociale. La riflessione di Seneca si struttura su una serie di metafore: la morte come exitus, poi ulteriormente sottolineata dalla ricorrenza del verbo exeo e posta in parallelo alla vista della vita come ingresso, il corpo come domicilium dell’anima, che come un’inquilina abita un corpo da cui sarà poi costretta a trasferirsi, e come via libertatis, correlata all’associazione della morte come liberazione dalle catene della servitù umana. In particolare quest’ultima metafora condensa in sé tutto il concetto posto al centro del passo, ossia quella del suicidio come opzione sempre praticabile dell’uomo che afferma la propria libertà sottraendosi al potere della mutevole fortuna e alle sue avversità; infatti come viene sottolineato dalla metafora della morte come exitus la sorte ci ha dato un solo ingresso alla vita ma esistono molte via d’uscita, unico dominio che l’uomo può sottrarre al fato. Seneca prosegue poi sostenendo che, se la morte è sempre così a portata di mano, la difficoltà e la riluttanza con cui gli uomini vi ricorrono è dovuta al fatto che non vi hanno meditato sopra abbastanza. Centrale diventa, dal paragrafo 16 in poi, la meditatio mortis che, pur essendo assimilabile alla meditazione sui dolori futuri in cui si potrebbe incorrere operata per meglio sopportarli, se ne discosta; sola la meditatio mortis è infatti sicuramente utile poiché mentre i dolori futuri mediti possono o non possono verificarsi, la morte è invece ineluttabile. È quindi necessario che gli uomini facciano della meditazione della morte un esercizio quotidiano: solo conoscendola ci si può preparare all’evento inevitabile poiché solo ciò che si conosce non crea paura. Tuttavia nel momento in cui la morte si configura come atto di libera scelta questa meditatio diventa, in accordo con la filosofia stoica, anche meditazione sulla libertà. È il caso di Catone, la cui figura idealizzata diventa simbolo dell’affermazione della libertà individuale. Egli era infatti stato un importante uomo politico che aveva proposto al senato la condanna a morte dei Catilinari, scelta che era poi stata causa dell’esilio di Cicerone, e, non potendo rimanere neutrale, l’adesione allo schieramento di Pompeo (unico con cui il Senato sembrava avere qualche speranza di sopravvivenza) durante la guerra civili. Proprio a causa della caduta di quest’ultimo e dell’imminenza dell’arrivo di Cesare Catone si dolse la vita, diventando dapprima simbolo di libertà repubblicana e poi, con l’affermarsi della forma imperiale, simbolo di libertà individuale e di moralità integerrima, assumendo quindi una connotazione meno politica e più filosofica. In Seneca egli diventa simbolo del suicidio stoico imposto dall’annullamento della libertà interiore a cause delle circostanza politiche e figura che incarna anche le virtù del saggio stoico quali prudentia ,nell’innalzarsi al di sopra di tutte le tirannie, coraggio, conservando la calma in un momento di crisi generale, giustizia, nel reclamare la libertà di Roma, senso della convenienza, nell’aver esortato lo stato a lottare anche in condizioni di così limitata libertà, e la pratica di virtù stoiche quotidiane quali il dominio di sé, l’assenza di collera, la resistenza a sete e fatica, l’affabilità e l’umanità. Catone costituisce un esempio eclatante soprattutto a causa delle condizioni in cui si verificò tale suicidio, infatti egli, poiché con il primo colpo di spada, a causa della mano ferita, non era riuscito a togliersi la vita e le sue interiora erano state rimesse a posto da un medico di passaggio che aveva poi ricucito la ferita, riavutosi aveva cacciato il medico e, dopo essersi riaperto la ferita, se le era strappate via con le sue stesse mani; il suicidio di Catone costituisce presenta quindi un carattere eccezionale non solo perché quasi si suicidò due volte ma perché ebbe la forza di strapparsi la vita anche senza alcuno strumento mortale, dimostrando così che se non si è spaventati dalla morte è possibile raggiungerla in qualsiasi circostanza. Nonostante il carattere eccezionale del suicidio di quest’uomo però Seneca ci tiene a ricordare che il suicidio è comunque un gesto alla portata di tutti.

    Male vivit quisquis nesciet mori(De tranquillitate animi)



    Seneca invita Sereno, destinatario dell’opera, a vivere come un saggio stoico, ossia della consapevolezza che prima o poi dovrà separarsi dalla vita e dai suoi beni. La fortuna è infatti variabili e la vita così come i beni possono essere soggetti di bruschi cambiamenti; lo esorta quindi ad essere preparato al mutare della sorte e soprattutto alla morte ineluttabile

    La vera felicità consiste nella virtù (De vita beata)



    Qui Seneca riassume la discussione teorica precedente sul concetto felicità che per gli stoici significa vivere secondo natura, dove natura non intende solo quella universale, e quindi il logos, ma anche quella propria dell’uomo, ossia l’essere razionale, e ne trae, introducendo l’argomento con un’interrogativa diretta, le conclusioni pratiche, ossia che se la vita beata è quella conforme alla ragione allora la felicità consiste nella pratica della virtù, in grado di guidare anche alla stabilità, dovuta alla fede assoluta nella virtù stessa, di giudizio. Un’altra interrogativa introduce poi i premi garantiti dalla virtù che, se vissuta con coerenza e consapevolezza, garantisce all’uomo una condizione di libertà assoluta, che si manifesta nell’affrancamento da ogni necessità e costrizione, nell’autarchia e nell’atarassia, e l’impossibilità, se giudicando secondo virtù, di compiere azioni avventate e vane e di farsi cogliere alla sprovvista dai capovolgimenti della sorte. Tali premi vengono quindi qui elencati attraverso uno stile paratattica di brevi periodi disposti in coppie simmetriche. Con un breve intervento da parte dell’interlocutore si apre poi la terza ed ultima parte, in cui l’autore elogia la virtù in quanto unico mezzo per giungere alla felicità. Tuttavia questa virtù perfetta e autosufficiente viene attenuata dall’avversativa con cui si chiude il periodo e in cui Seneca afferma l’imperfezione del percorso che conduce alla saggezza , poiché chi ad essa tende è comunque schiavo della propria condizione mortale e quindi soggetto alla fortuna; ritorna quindi il tema che l’unica vera libertà assoluta consiste nella morte.

    L'inviolabilità del saggio perfetto (De constantia sapientis)



    Il saggio, per Seneca, è l’uomo che vive secondo natura e virtù: è indifferente a tutto ciò che è umano e mortale, è in equilibrio e non si lascia turbare dalla mutevolezza della fortuna, estraneo al male, e quindi incapace di compiere ingiustizie, e immune a qualunque offesa, in quanto trova piena realizzazione nella sua virtù. Tema centrale del brano è la dimostrazione logica, affidata ad un sillogismo, del principio, già espresso da Zenone, che al saggio non può essere arrecata alcuna offesa. A generare tale offesa è infatti il male, che per gli stoici in particolare si configura come un male di carattere morale, da cui però il saggio è esente; non conoscendo il male il saggio è immune a qualunque offesa da esso generata. Inoltre vivere secondo virtù significa autarkeia e atarassia, ossia autosufficienza e imperturbabilità, che quindi fanno sì non solo che il saggio non si preoccupi dei capovolgimenti della sorte, in quanto l’unico vero bene in suo possesso è la virtù e non può essergli sottratta, ma neanche dell’approvazione altrui

    Anche gli schiavi sono esseri umani (Epistulae ad Lucilium)



    Tema centrale di questa lettera è l’invito, senza alcuna messa in discussione dei rapporti sociali vigenti, a trattare gli schiavi con più umanità, riconoscendo anche a loro piena dignità di uomini, in quanto, come sosteneva l’ideale cosmopolita e egualitario stoico, anch’essi sono partecipi del logos allo stesso modo di qualsiasi altro uomo. A sostenere questo incoraggiamento Seneca ricorda che, in quanto siamo tutti ugualmente partecipi del logos, siamo tutti ugualmente soggetti alla mutevolezza della fortuna che, portatrice di improvvisi e inaspettati cambiamenti, potrebbe ancora riservarci in futuro una vita da schiavi. Gli schiavi quindi non appartengono ad un mondo distinto ma, così come i padroni, fanno parte della stessa civitatis; schiavi e padroni sono quindi compagni di schiavitù, conservi, in quanto condividono la condizione umana, soggetta di per sé alla sorte e quindi mai realmente libera. L’umanità mostrata da Seneca nel dichiarare l’uguaglianza di tutti gli uomini risulta essere una cosa nuovissima in un mondo in cui gli schiavi erano da sempre stati considerati al pari delle bestie; c’è però da considerare che nel periodo in cui Seneca vive sono ormai passati ben due secoli dall’età delle conquiste, caratterizzata da un flusso esorbitante di schiavi dalle zone assoggettate.

    Un inizio all'insegna della parodia



    (Apokolokyntosis) Nel proemio dell’Apokolokyntosis Seneca attua un ribaltamento delle dichiarazioni programmatiche del discorso storiografico, che tradizionalmente conteneva la spiegazione del tema che sarebbe stato trattato, e una parodia di situazioni epiche, sottolineata dal contrasto fra la solennità dello stile e della lingua con la nullità di Claudio. Nei primi paragrafi il narratore afferma di raccontati fatti realmente accaduti, avvalendosi del richiamo ad un anonimo testimone e alla menzione precisa della data in cui inquadrare gli eventi, fornita attraverso due passaggi in esametri che parodiano le tipiche perifrasi epiche che descrivono ore e stagioni attraverso riferimenti alla mitologia classica: nei primi sei esametri, riferiti ad ottobre, appare phoebus, divinità del sole, che avendo accorciato il suo corso inizia a far sentire i primi freddi quando la vendemmia giunge al termine, mentre nei seguenti sei, riferiti a mezzogiorno, la divinità in questione viene descritta come avente dietro di sé metà del suo percorso giornaliero. In seguito Seneca comincerà a narrare in chiave parodica il processo di divinizzazione di Claudio dichiarato dal Senato dopo la morte dello stesso, che diventa anch’essa fonte di satire: Mercurio infatti supplica le Parche di permettere a quel poveretto sospeso a metà fra la vita e la morte la cui anima, in lotta con il corpo da 64 anni, non riesci ad uscirvi. Il carattere satirico è poi ulteriormente incrementato dalla frase “perché sei ostile a lui e allo stato romano?”, criticando implicitamente i danni che aveva arrecato allo stato con il suo governo e in particolare la scelta di distribuire la cittadinanza romana a barbari e non, e “nessuno conosce la sua ora, perché nessuno ha mai considerato che sia venuto al mondo”

    Claudio all'inferno



    (Apokolokyntosis) Il brano costituisce gli ultimi due capitoli dell’opera in cui è raccontato il giudizio finale a cui Claudio sarà sottoposto negli Inferi attraverso una sorta di parodia del processo romano: vi è l’accusatore Pedone Pompeo, in realtà uomo politico vittima di Claudio la cui rilevanza politica di nessun conto e la posizione di maggior potere rispetto a Claudio nel processo contribuiscono a sminuire l‘imperatore stesso, il leggendario giudice degli inferi Eaco e l’avvocato difensore, appartenente alla cerchia famigliare di Claudio, Petronio. La difesa non viene però ascoltata e dopo ai capi d’accusa prende subito la parola il giudice che lo condanna, ossia adottando lo stesso metro iniquo e arbitraria di giudizio usato durante i processi da Claudio stesso, avvalendosi della legge del contrappasso a subire le stesse pene da lui inflitte agli altri. A questo punto inizia una parodica e satirica discussione su quale punizione assegnarli: viene dapprima proposto di esentare qualche veterano dell’Ade, come Sisifo, che spinge su di una collina un masso destinato a ricadere, Tantalo, che immerso in un lago e legato ad un albero ricco di frutti non può ne mangiare ne bere, e Issone, che legato ad una ruoto di fuoco vaga continuamente nel cielo, così da trasferire la sua pena a Claudio. La decisione finale è però quella di farlo giocare a dadi con un bossolo bucato; Seneca descrive il tentativo fallimentare e ridicolo di adempiere a tale pena con una sequenza di esametri dal forte effetto parodico, accresciuto dal paragonarlo, nell’atto di sollevare i dadi, a Sisifo che porta su dalla collina ben altri pesi. Il supplizio finale sarà però quello di diventare schiavo di Caligola ed infine, dopo essere stato passato come un oggetto da un proprietario all’altro in un climax discendente di personaggi sempre di più basso rango sociale, al suo liberto Menandro, contrappasso adeguato a chi in vita aveva lasciato il governo dello stato in mano ai propri liberti.