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Lucio Anneo Seneca

Vita

Lucio Anneo Seneca nacque fra il 5 e il 4 a.C. a Cordova in Spagna. Si recò a Roma per studio; grande influsso esercitò su Seneca anche il famoso retore Papirio Fabiano, esponente della scuola neo-stoica dei Sesti. Attorno al 26 d.C. si recò in Egitto. Ritornato a Roma ebbe inizio il suo cursus honorum e divenne uno degli oratori più ammirati della capitale e in breve tempo divenne questore. Sotto Caligola Seneca rischiò di essere condannato a morte per aver tenuto un discorso troppo libero in senato e dovette rinunciare a tenere discorsi in pubblico. Sotto Claudio venne accusato di adulterio con la sorella di Caligola e condannato all’esilio in Corsica per otto anni. In questo periodo tornò agli studi filosofici e scrisse alcune opere, come le Consolationes e i Dialoghi. Seneca poté tornare a Roma grazie ad Agrippina Minore, appena divenuta la nuova moglie di Claudio, che lo volle come precettore per suo figlio Nerone. Morto Claudio, Nerone gli succedette alla guida dell’impero a soli 17 anni. Pur senza rivestire cariche ufficiali, nei primi anni, fu Seneca, di fatto, a governare l’impero. In questo periodo scrisse il trattato De clementia, il manifesto del nuovo regime, che dedicò a Nerone. Nel 59 d.C. Nerone fece uccidere la madre e gli oppositori accusarono Seneca di complicità nel delitto. Ad ogni modo, da allora in poi, i rapporti fra Nerone e Seneca mutarono a causa della tendenza di Nerone all’autarchia. Dopo la morte di Burro, Seneca decise di allontanarsi dalla corte e di rifugiarsi nei suoi studi filosofici. Visse i suoi ultimi anni guardato con sospetto dal nuovo prefetto del pretorio Tigellino. Scoperto il complotto, nel 65 d.C., gli giunse da parte di Nerone l’ordine di suicidarsi: Seneca dovette tagliarsi le vene e bere la cicuta.

Opere In Generale

I Dialogi rappresentano la pietra miliare fra le opere filosofiche di Seneca: quest’immensa opera comprende al suo interno 12 libri contenenti trattati per lo più brevi su questioni etiche e psicologiche. Oltre a questa serie di dialoghi ritroviamo altri tre scritti che si distaccano dalla “collezione” dei Dialoghi ma che comunque mantengono l’ideologia senecana e ne descrivono aspetti più localizzati. Queste opere sono i sette libri del “De Beneficis” il “De Clementia”, indirizzato a Nerone e le 124 “Epistulae morales ad Lucillium”. Da queste opere siamo spinti a dedurre che Seneca si fosse occupato solo di argomenti filosofici ma ciò non è del tutto vero; infatti, negli scritti di Seneca troviamo anche temi scientifici espressi nella raccolta delle “Naturales Questiones” oppure argomenti di ambito tragico e comico rappresentate mediante l’utilizzo del teatro, che Seneca rinnovò mediante le sue tragedie.

Le Consolationes

La raccolta dei dialoghi si divide in 12 libri ognuno dei quali avente come argomento un particolare aspetto: i primi analizzati possiamo identificarli nel gruppo delle “consolationes”; in questo gruppo possiamo trovare tre scritti appartenenti ai Dialogi ovvero ”La Consolatio ad Marciam”, “La Consolatio ad Helviam Matrem” e “La Consolatio ad Polybium”. La prima, scritta molto probabilmente sotto il principato di Caligola, è indirizzata alla figlia di Cremuzio Cordo per consolarla della morte del figlio. La seconda è diretta alla madre per tranquillizzarla durante il suo esilio in Corsica; la terza, invece, risulta la più particolare delle tre poiché si configura, oltre che come una lettera, anche come una velata preghiera di rientro in patria dall’esilio. Infatti, la lettera è indirizzata a Polibio, un potente liberto di Claudio per consolarlo della perdita del fratello.

De Ira, De Vita Beata

Seneca affronta il tema di ciò che fa l’uomo quando è preso dall’ira. Vari filosofi si erano chiesti cosa fosse e da cosa provenisse l’ira. Seneca, che segue anche la filosofia neopitagorica, la quale concede molto spazio all’autoesame, afferma che bisogna trovare un rimedio all’ira, poiché essa porta solo un istante di soddisfazione, al quale segue il rimorso e la situazione si ribalta, passando dal giusto al torto. Nello stesso filone possiamo anche ritrovare il De vita beata. Seneca scrive quest’opera mentre è ancora alla corte di Nerone. Seneca afferma che i beni esterni non sono una grave minaccia per l’uomo, ma bisogna considerarli fugaci ed effimeri, se si vuole raggiungere la felicità. Il vero sapiente deve allontanare il vizio, le passioni e i beni materiali. A coloro che gli rimproverano la ricchezza e l’amore per la vita mondana, risponde che egli sa bene cosa bisogna fare per raggiungere la perfezione, ma la fortuna lo ha destinato a questa vita. La fortuna ha, infatti, un ruolo importante nel pensiero di Seneca perché costituisce un limite per l’uomo. Inoltre, il vero saggio si rivela tale non in base a quanta ricchezza possiede, ma a come la gestisce. L’importante è che la ricchezza non ostacoli l’esercizio della virtù.

De Constanzia Sapientis, De tranquillitate animi, De Otio

Nella cosiddetta trilogia dedicata all’imperturbabilità dello stoico, presente sempre nell’opera dei Dialogi, troviamo in ordine il De constantia sapientis: questo dialogo è dedicato ad Anneo Sereno. Seneca afferma che la fermezza del saggio non può essere scalfita da alcuna avversità della vita, grazie alla sua virtù, opponendosi all’epicureismo, secondo il quale la virtù semplicemente permette all’uomo di sopportare meglio i mali.

De otio: secondo Seneca il seggio deve partecipare alla vita politica, ma anche alla contemplazione e all’ozio una volta che non può più far nulla per lo stato. Scrive quest’opera dopo l’allontanamento dalla corte.

De tranquillitate animi: Seneca consiglia di essere flessibile in considerazione delle circostanze, in modo da dedicarsi sia alla vita politica che alla contemplazione.

De Brevitate Vitae

Seneca scrive quest’opera al suo ritorno a Roma, dopo l’esilio in Corsica. Trova la città molto cambiata, più confusionaria e piena di gente indaffarata che si lamenta che la vita è troppo breve per poter far tutto. Seneca dedica l’opera al prefetto dell’annona Paolino (anche se è un messaggio indiretto anche a Nerone), affinché si occupi delle cose veramente importanti, invece di sprecare il suo tempo. Il tempo, infatti, è la cosa più preziosa che l’uomo possieda. La vita dell’uomo non è breve, come pensano in molti, ma è l’uomo che la percepisce tale perché quando arriva la morte egli è impreparato. Seneca afferma che ci sono i cosiddetti “occupati”, coloro che fanno il bene per loro stessi e per la società, e i non occupati, coloro che credono di essere occupati ma in realtà sprecano il loro tempo in faccende futili. L’unico tempo ben impiegato è quello dedicato alla filosofia. Il saggio si preoccupa solo del presente, perché il passato è morto e il futuro non lo si può conoscere. Dunque, dobbiamo vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. Se l’uomo agisse bene nel corso della propria vita potrà essere ripagato dopo la morte, anche perché verrà ricordato dai posteri.

De Providentia

Nell’opera, dedicata a Lucilio, Seneca afferma che le vicende umane sono governate dalla Provvidenza. Secondo la dottrina stoica, la Provvidenza è il fato razionale e divino che governa l’universo. In quanto divino logos, opera solo per il bene. I mali che essa ci invia non devono essere considerati come tali, ma come prove che ci spingono ad utilizzare le nostre virtù. La sofferenza, dunque, serve a tenere l’anima in allenamento, affinché essa non si infiacchisca. Il premio l’uomo virtuoso lo riceverà dopo la morte. Seneca prende ad esempio Catone l’Uticense che, col suicido, ha mostrato la sua grande anima, la quale ha finalmente lasciato la prigione del corpo.


De clementia

Col De clementia Seneca cercò di influire sulle vicende dello stato formando un principe saggio, per inculcare in Nerone un ideale programma di governo, ispirato a giustizia, ragionevolezza e clemenza. Anche in questo progetto politico Seneca si rifà allo stoicismo: il principe, infatti, deve rispondere di ogni sua azione alla ratio, della quale è l’interprete e il ministro sulla terra; inoltre, lo scopo di ogni suo atto è tutelare l’ordine e l’armonia del logos divino. Per il De clementia Seneca si ispira alle Leggi di Platone, nelle quali il filosofo auspicava uno stato ideale, basato sulla collaborazione fra un giovane desideroso di imparare, coraggioso e magnanimo e un legislatore-filosofo: da tale collaborazione può nascere lo stato ideale. Anche nel De clementia, infatti, il saggio ha un ruolo di primo piano, in quanto è lui il consigliere del sovrano. L’utopia del De clementia, che cioè guidando il principe verso il bene fosse possibile risolvere i problemi dello stato, inizialmente sembrò funzionare: Nerone, infatti, nei primi anni governò con moderazione, facendosi consigliare da Seneca e Burro. Successivamente le cose cambiarono e il potere del principe si trasformò in tirannia e Seneca dovette ritirarsi nell’otium.

De Beneficiis

L’opera, dedicata all’amico Liberale, è suddivisa in 7 libri ed è stata scritta, probabilmente, prima del 62 d.C. quando Nerone cambiò la sua politica in senso dispotico, dato che Seneca vi denuncia la tendenza tirannica dei monarchi e i numerosi processi di lesa maestà ai tempi di Tiberio. Seneca afferma che il legame tra il beneficato e il benefattore (bontà del benefattore, riconoscenza del beneficato) è alla base della convivenza umana. In quest’opera si riflette lo stato d’animo di Seneca nel periodo di rottura con Nerone, che prima si era mostrato benevolo e poi lo aveva allontanato. A questo comportamento Seneca contrappone quello di Augusto che, invece, si era mostrato inconsolabile alla morte di Agrippa e Mecenate. La vita sociale romana era fondata su un rapporto di reciproche obbligazioni, nelle quali la figura del beneficio aveva una grande importanza: concedere un beneficio significava vincolare a sé chi lo riceveva, il quale doveva mostrarsi riconoscente.

Epistulae ad Lucilium

Per queste lettere Seneca sceglie la forma epistolare, perché gli consente di impartire una educazione filosofica all’amico. È una discussione che procede per sentenze e Seneca ripete più volte lo stesso concetto per riuscire a convincere il lettore. Seneca utilizza due tipi di linguaggio, quello della predicatio, nata da una riflessione interiore, e quello dell’interiorità: riflette sul suo animo e, successivamente, dà consigli e insegnamenti di vita. Impegno e disimpegno: Seneca ammaestra Lucilio, dicendogli che solitamente si preferisce fare qualcosa di detestabile pur di ottenere gloria e privilegi, ma bisogna invece allontanarsi da tali impegni e, se ciò non è possibile, ricorrere al suicidio. La condizione degli schiavi: mentre nell’antichità classica l’impiego di schiavi era una cosa ovvia, da essere superflua una qualsiasi riflessione. Secondo Aristotele la schiavitù è una condizione naturale dell’umanità (una parte degli uomini è nata per comandare, un’altra per essere comandata). Seneca, invece, consiglia a Lucilio di adottare un atteggiamento umano e familiare con gli schiavi, in quanto esseri come noi, che devono essere trattati come esseri umani. Inoltre, Seneca interiorizza il concetto di schiavitù: si può essere schiavi delle passioni, oltre che per condizione sociale.

Stile

Lo stile di Seneca rappresenta uno dei più completi e raffinati della storia latina. Seneca in una delle lettere ad Lucillium afferma che il filosofo dovrà badare alla res non alle parole ricercate e elaborate. In realtà, di fronte ad un programma di stile inlaboratus et facilis, la prosa senecana è divenuta emblema di uno stile elaborato, teso e complesso, caratterizzato dalla ricerca dell’effetto e dell’espressione. Nei testi di Seneca vi è una smisurata predilezione per la paratassi poiché egli affermava che nei suoi testi vi era una connessione fra le frasi medianti i concetti e non mediante legami sintattici.

Tragedie

Seneca scrisse molte tragedie, le uniche tragedie coturnate che siano giunte per intero fino a noi di tutto il teatro latino. I soggetti di tali tragedie provengono da miti greci (Medea che uccide i propri figli, Ercole che uccide la moglie e i figli, Atreo che uccide i figli di Tieste e così via). Il modello preferito da Seneca è Euripide, che nelle sue tragedia rappresentava come si scatenano le passioni e i loro effetti deleteri sulla psiche degli uomini. Le tragedie di Seneca sono anche lo specchio degli orrori del potere che egli viveva ogni giorno. I crimini descritti in queste tragedie, infatti, non sono legati al passato, anzi, ma sono tipici della Roma contemporanea, corrotta e percorsa da parricidi e incesti. Queste tragedie sono caratterizzate da una forte componente passionale: padroni della scena sono l’odio, la violenza, il sangue e l’infelicità dei personaggi. Seneca, nel suo teatro, rappresenta tutto il contrario della virtus, raffigurando la crudezza delle passioni umane e il raccapriccio che suscitano. Il male del mondo viene rappresentato senza schermi, con grande enfasi e utilizzando mezzi retorici (dialoghi serrati, sentenze, frasi semplici). L’insegnamento che ne consegue è indiretto: abbandonando la via della ragione e della virtù, si diventa irrazionali e, per Seneca, senza ratio non c’è salvezza. I protagonisti delle tragedie non sono saggi, ma pieni di furore; le uniche personalità sagge sono quelle degli umili. Non sappiamo se Seneca intendesse rappresentare tali opere o fossero state scritte solo per essere lette; inoltre, di queste tragedie sono incerti la data e l’ordine di composizione: forse si tratta di opere risalenti all’ultima fase della sua vita, quando si ritirò dalla scena politica. Stabilire l’epoca di stesura potrebbe spiegare lo scopo ultimo delle tragedie: non sappiamo, infatti, se il loro pessimismo, le situazioni atroci e il “gusto del male” abbiano un legame con le sue opere filosofiche, se siano, cioè, dei drammi didattici, scritti per rendere Nerone consapevole della sua missione di sovrano sapiente, o piuttosto un’amara denuncia dei mali della tirannide, a seguito della presa di coscienza del fallimento del progetto pedagogico di Seneca.

Apokolokyuntosis

Un'opera davvero singolare e bizzarra nel panorama della vasta produzione senecana è il “Ludus de morte Claudii”, più comunemente nota come “Apokolokyntosis. Tale parola è una composizione di due parole grece “theo” (Dio) e da “Kolokynt” che significa zucca. La traduzione diverrebbe così “zucchificazione”. La zucca è presa come emblema della stupidità e della vuotaggine e tale parola significherebbe dunque “non trasformazione in zucca” ma piuttosto “deificazione di una zucca, di uno zuccone”, alludendo alla fama non proprio lusinghiera di cui godeva Claudio. Questo sarcastico pamphlet politico è scritto nella forma della satira menippea, genere letterario inventato da Menippo. In questo tipo di letteratura, a parti in prosa si alternavano parti in poesia, e al tono serio uno più scherzoso. Ma nel pamphlet di Seneca di serio c’è ben poco, se non l’intenzione di ferire la memoria dell’imperatore appena scomparso e di piacere al suo successore, Nerone. L’accanimento, la causticità, la spietatezza dell’attacco personale, si avvicinano ai modi aggressivi che erano stati della satira di Lucilio e che presto sarebbero tornati ad essere di quella di Giovenale.

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