L’età Giulio - Claudia e Seneca

Contesto storico e culturale

Dopo la morte di Augusto nel 14 d.C. gli successe il figlio adottivo Tiberio da lui designato come erede e al quale aveva già conferito, prima della morte, la tribunicia potestas e l’imperium su tutte le armate stanziate nell’impero. La condivisione dei poteri divenne così il metodo per designare i successori in epoca imperiale.
La politica di risparmio e la repressione di congiure, a volte anche fittizie, resero Tiberio assai impopolare tanto che Seiano, l’allora prefetto del pretorio, lo costrinse ad allontanarsi da Roma per andare a Capri dove rimarrà fino alla morte del figlio per mano sempre di Seiano che scatenò l’ira di Tiberio che tornò a Roma e lo fece uccidere.
Alla morte di Tiberio nel 37 d.C. gli successe Caligola il quale, descritto dagli storici come un folle crudele, fu vittima di una congiura dei pretoriani e morì nel 41 d.C. I pretoriani acclamarono Claudio come imperatore che cominciò a governare con molta accortezza ampliando i confini dell’impero, realizzando opere pubbliche, favorendo la romanizzazione delle province e rendendo più efficiente l’amministrazione. Claudio morì, probabilmente avvelenato dalla moglie Agrippina che desiderava il potere per suo figlio Nerone e, di conseguenza, per sé.

Nel 54 Nerone sale quindi al potere appoggiato, nel primo periodo, per questo motivo detto “Quinquennio aureo”, dalla madre, dal prefetto del pretorio Burro e da Seneca, suo precettore. Con il passare del tempo tuttavia Nerone divenne sempre più incontrollabile e si liberò di chiunque cercasse di ostacolarlo e di porre limiti al suo potere. Fece uccidere la madre, il fratello Britannico, probabilmente Burro, la moglie Ottavia e Seneca che in un primo momento aveva cercato di allontanarsi dalla rabbia dell’imperatore ma che incontrò poi la condanna al suicidio nel 65.
Nel 64 scoppio a Roma un gigantesco incendio del quale Nerone fu sospettato di essere il mandante poiché desiderava costruire nella zona la famosa Domus aurea. L’imperatore si liberò dei sospetti accusando i cristiani che vennero condannati, per la prima volta nella storia, ad atroci sofferenze.
L’assolutismo di Nerone causò l’antipatia dell’aristocrazia senatoria che organizzò una congiura, nota come la “Congiura di Pisone” nella quale, probabilmente, fu coinvolto anche Seneca che fu però sventata e tutti i presunti partecipanti condannati a morte. La congiura instaurò però un periodo di instabilità politica che porto nel 68 ad una rivolta militare che pose fine al principato di Nerone.

Seneca

La vita

Lucio Anneo Seneca nacque a Cordova nel 4 a.C. da una famiglia di rango equestre. Già in giovane età fu condotto a Roma per gli studi presso la Setta dei Sesti, una setta di filosofi neopitagorici molto malvista a Roma per le loro tendenze ad una vita rustica e lontana dal lusso. Seneca abbandonò però la scelta della vita contemplativa per intraprendere il cursus honorum e diventare questore. In questo periodo gli vennero riconosciute le sue grandi abilità di oratore ma i sui cattivi rapporti con gli imperatori sfociarono in un progetto di assassinio da parte di Caligola che però fu persuaso a risparmiarlo.
Ancora peggiori furono i rapporti con l’imperatore Claudio che, accusatolo di adulterio, lo esiliò in Corsica dove Seneca rimase dal 41 al 49 quando fu richiamato a Roma dalla nuova moglie di Claudio, Agrippina, per diventare il precettore di suo figlio, Nerone.
Come sappiamo il compito di Seneca nell’educazione di Nerone risultò molto complesso e faticoso per il filosofo che sperava di creare nel ragazzo sentimenti tali da farlo diventare un monarca giudizioso e clemente. Seneca fallì nel suo intento e si trovò costretto a sopportare e a oscurare situazioni sempre più gravi che portarono il filosofo a chiedere il permesso a Nerone, nel 62, anno della morte di Burro, di allontanarsi da Roma per concludere la sua vecchiaia nella riflessione e nello studio.
In seguito alla congiura di Pisone però Seneca fu accusato di essere parte dei congiuranti e fu costretto da Nerone a togliersi la vita. Il suicidio fu affrontato da Seneca ispirandosi ai sapienti del passato come Socrate tanto che, quando gli fu negata la possibilità di un testamento, dichiarò di avere come unico lascito la sua “Imago Vitae” ovvero la sua vita come esempio da seguire. Così Seneca morì nel 65.

Opere di Seneca

I Dialoghi

I Dialoghi sono una raccolta di dieci opere di carattere filosofico nelle quali gli argomenti sono suddivisi per libro eccetto il “De Ira” diviso in tre libri. Nonostante il titolo i Dialoghi non si strutturano come quelli di Cicerone o Platone ma assumono il carattere della diatriba cinico-stoica nella quale l’autore parla costantemente in prima persona rivolgendosi direttamente al lettore e ponendogli domande o confutandone possibili tesi.
Tra i Dialoghi di carattere consolatorio troviamo la “Consolatio ad Helviam Matrem”, un discorso che ha come destinataria la madre e nel quale Seneca affronta il problema dell’esilio serenamente affermando che è semplicemente un mutamento di luogo che non può privare l’uomo dell’unico vero bene, la virtù, considerato il fatto che l’uomo sapiente, secondo la dottrina del cosmopolitismo, ha come patria il mondo intero.

Nel “De Ira”, composto probabilmente poco dopo la morte di Caligola, Seneca si propone di combattere l’ira, passione odiosa e funesta che porta gli uomini alla follia, anche se solo per breve tempo. Questa passione non va mai accettata appunto per questi motivi e Seneca propone al lettore una serie di rimedi per evitarla. Egli inoltre prende ad esempio personaggi irosi che hanno causato sventura attraverso l’ira tra i quali si trova proprio l’imperatore Caligola sul quale Seneca si sfoga per la tentata condanna a morte.

Nel “De Brevitate Vitae” Seneca analizza la vita, criticando gli uomini che si lamentano per la velocità con cui essa scorre poiché, in realtà, la vita è lunga se si sa come farne buon uso. Gli uomini poco accorti secondo Seneca la sprecano in attività inutili; questi uomini si chiamano “occupati” e sono in contrapposizione con la figura del sapiente che invece sfrutta bene il suo tempo e ottiene così l’autarkeia liberandosi dai condizionamenti esteriori. “Vindica te tibi”

Nel “De Vita Beata”, scritto quando Seneca era al potere come precettore del giovane Nerone, Seneca critica in un primo momento la filosofia epicurea che vede nel piacere il sommo bene mentre, in realtà, esso risiede nell’esercizio della virtù, ovvero, l’uso della ragione. In un secondo momento Seneca respinge le critiche che i suoi contemporanei muovevano nei sui confronti accusandolo di incoerenza in quanto, nonostante egli affermasse la necessita di una vita austera vivesse negli agi della corte, affermando di non amare le ricchezze ma che queste ultime siano molto utili in quanto permettono una più vasta possibilità di esercitare la virtù.

I Trattati

I Trattati non differiscono molto dai Dialoghi come impostazione ma negli anni la critica non li ha considerati parte dell’opera precedente.
Nel “De Clementia” Seneca esalta la monarchia illuminata rivolgendosi a Nerone. Afferma che un buon sovrano deve essere clemente, pur disponendo di un potere illimitato e punire i suoi sudditi solo quando veramente necessario guadagnandosi così il loro amore, funzionale al mantenimento dell’ordine tanto quanto il terrore. Il sovrano deve quindi prendere le sembianze di un padre per tutti i cittadini cercando di fare sempre ciò che è il bene dei suoi sudditi.

Le Epistole a Lucilio
Sono l’opera filosofica più importante, quella in cui Seneca esprime il suo pensiero in modo più maturo e personale. Si tratta di una raccolta di 124 epistole distribuite in vari libri, di varia estensione che contengono molte riflessioni su problemi filosofici che Seneca, ormai giunto alla vecchiaia, affronta in vista del raggiungimento della perfezione morale. Il filosofo si pone nei confronti di Lucilio come una guida per raggiungere la perfezione morale nonostante ammetta che neanche lui sia stato in grado di raggiungerla. L’intento delle epistole, oltre quello di scrivere all’amico e aiutarlo, è quello di comunicare ai posteri, come egli stesso afferma nelle prime lettere.
Nelle epistole Seneca procede in modo disinvolto, colloquiale da non confondere con la volgarità. Tra i temi affrontati c’è quello dell’otium e l’invito al secessum che sono i mezzi per raggiungere la sapientia dove risiedono la gioia e veri valori. La sapietia inoltre si può realizzare solo combattendo le passioni. Seneca consiglia inoltre a Lucilio di non farsi condizionare dall’esterno e di evitare il contatto con la folla, limitandosi alla compagnia di pochi amici scelti.
Oltre all’otium Seneca tratta anche del problema del tempo e della morte. Il filosofo, arrivato alla vecchiaia, si sente pronto a morire senza rimpianti né timori, segnale del fatto che ha vissuto la sua vita pienamente e speso il suo tempo in modo qualitativamente alto senza sprecarlo in attività infruttuose, ad esempio, impegnandosi a capofitto nella lettura o nell’esercizio in palestra.

Le Tragedie

Ci sono pervenute alcune tragedie probabilmente appartenenti a Seneca anche se per certi fattori alcune sembrano appartenere a imitatori.
Tra queste ricordiamo “Phaedra”, ispirata alla tragedia di Euripide, che prende però una strada diversa da quella greca. La moglie di Teseo, Fedra, si innamora del figliastro Ippolito e, rifiutata dal giovane, denuncia al marito il suo tentativo di violentarla. Quando Ippolito muore divorato da un mostro marino a causa della maledizione del padre Fedra si dispera e dopo aver confessato la sua colpa si suicida.
Tutte le tragedie di Seneca hanno un risvolto morale che cerca di evidenziare come il contrasto di passioni e impulsi possa portare conseguenze catastrofiche. La ragione è spesso rappresentata da personaggi secondari mentre quelli principali sono spesso soggetti al furor. Seneca inoltre accentua molto gli aspetti macabri e sinistri delle tragedie appunto per far notare la negatività delle passioni.

L’Apokolokyntosis

Fu composta in occasione della morte dell’imperatore Claudio per il quale Seneca provava un forte disprezzo. Il racconto comincia quando le Parche decidono di recidere il filo della vita di Claudio e, mentre sulla terra tutti esultano per la sua morte, lui viene portato al cospetto di Giove il quale, sconfortato a causa dell’incomprensibilità delle parole di Claudio (era balbuziente), incarica Ercole di capire chi egli sia.
Segue una parte andata perduta e si riprende con Claudio posto sotto giudizio da un consiglio di Dei che, a causa di un intervento di Augusto che accusa il suo successore di aver ucciso dei suoi familiari, viene mandato agli inferi passando dalla via sacra dove assiste al suo funerale e, solo in quel momento, capisce di essere morto.

L’intento etico di Seneca

Seneca era intenzionato a farsi promotore di una rivoluzione etica che portasse ad una rifondazione morale dell’individuo e, di conseguenza, della società. Il primo passo è quello di capire cosa non va bene in noi stessi (pathos = alterazione dello stato di salute fisica o mentale). Il secondo passo è il “Vindica te tibi” ovvero l’introspezione. Questo porta al miglioramento della società intera.
“Tutto quello che vedi, tutto ciò che racchiude la natura umana e la natura divina forma un tutto solo: noi siamo membra di un unico corpo. La natura ci ha creato fratelli perché ci ha fatti degli stessi elementi e verso uno stesso fine. La natura ha un posto in noi, un amore reciproco e ci ha fatti socievoli.” (Epistole ad Lucilium 92,52)

Lo stile

Seneca utilizza lo stile asiano per la retorica e la diatriba cinico-stoica in ambito filosofico. Usa uno stile asimmetrico con molte paratassi e frasi ad effetto, incisive, come “vindica te tibi” , “Servi sunt immo homines” o “Desines timere si sperare desieris” ovvero “Smetterai di temere quando smetterai di sperare”.

Approfondimento sullo Stoicismo

Lo Stoicismo si divide in tre periodi principali:
-L’Antica Stoà - Vengono creati da Zenone i principi fondamentali della corrente come la ricerca della verità, l’assenza di passioni (Apatia) e la tendenza al cosmopolitismo ovvero un sentimento di compassione per gli altri abitanti del mondo.
-La Media Stoà - Sviluppatasi nel II secolo a.C. con filosofi come Panezio e Poseidonio che introdussero nel pensiero stoico il senso del dovere e dell’impegno.
-La Nuova Stoà - Sviluppatasi nel I secolo d.C. con Seneca e l’imperatore Marco Aurelio che diedero il loro contributo alla corrente introducendovi il principio noto come “Adiuvare Alios” ovvero aiutare gli altri dopo aver aiutato e curato se stessi, proprio come Seneca consiglia a Lucilio nelle Epistole.

Citazioni più famose di Seneca
“Excerpe te vulgo” ovvero “Separati dalla massa”.
“Protinus vive” ovvero “Vivi subito”.
“Non accipimus vitam brevem sed fecimus” ovvero “Non riceviamo in dono dagli Dei una vita breve ma la rendiamo breve quando ci facciamo portare via il tempo”.
“Tempus tantum nostrum est” ovvero “Solo il tempo è nostro”.

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