Video appunto: Lucano - Pharsalia: analogie e differenze con l'Eneide

Pharsalia



La Pharsalia, il cui titolo fa riferimento a Farsalo luogo della storica sconfitta di Pompeo, è un poema epico storico diviso in dieci libri rimasto incompleto, probabilmente a causa della morte in giovane età. Pur appartenendo a questo genere, da sempre atto a esaltare il potere, se ne discosta presentando invece delle notevoli incongruenze con i canoni dell’epos quali l’assenza di interventi divini nell'azione umana, segnando assieme all'assenza di qualsiasi elemento che sconfini al di fuori della realtà , eccezion fatta per la magia, il suo netto discostarsi dalla tradizione epica, la trattazione cronachistica o annalistica, più storiografica che poetica (ma che potrebbe essere accusata ad una caratteristica dell'epica storica -e non mitica- ad argomento monografico o all'influenza degli Annales di Ennio), l’assenza di un unico grande eroe, il cui intento è quello di sottolineare come non ci siano veri eroi, e l’uso esagerato di sententiae concettistiche, rimandando invece alla retorica e ponendosi in contrasto con Virgilio anche sul piano formale.
Ulteriore punto di allontanamento dai canoni del genere è la distruzione dei miti augustei; infatti l'Eneide di Virgilio era diventata fin da subito il testo base dell'educazione latina e il canone indiscusso dell'epica. Tuttavia l'adesione a tale genere, monumentum delle glorie dello stato e del potere, diventa difficile durante l'età imperiale, ossia un periodo in cui diventa problematico credere ancora agli ideali etico-politici espressi dall'epos virgiliano. La trattazione di argomento bellico si risolve quindi in un’esaltazione della antica libertà repubblicana e una condanna del regime. È proprio in questi nuovi ideali anti-tirannici, posti in contrasto con quelli virgiliani, che si inserisce il poema epico Pharsalia con cui Seneca denuncia in modo esplicito la guerra fratricida fra cesariani e pompeiani che aveva causato la fine della libertà romana e l'avvento della tirannide, un'era di ingiustizia nata dal sovvertimento dei valori latini. Non potendo che porsi in contrasto ideologico con il grande modello anche la forma non può che fare altrettanto: Lucano sceglie di "contestazione" del modello, basata sulla tecnica antifrastica, ossia la ripresa a rovescio del modello. Tale opposizione si articola su più livelli quali: il mutamento dell'oggetto, che prevede non la rielaborazione di racconti mitici ma una narrazione che aderisca al 'vero' storico (spiegando la rinuncia ad agli interventi divini) e da cui deriva il maggior rilievo della guerra civile di cui qui vengono mostrate le tragiche conseguenze mentre nell'Eneide la guerra civili costituiva solamente un'ombra lontana; il rovesciamento di personaggi ed eventi come avviene, in particolare nel libro VI, per la negromanzia che, profetizzando la rovina di Roma, si pone in contrapposizione con le profezie positivi dell'Eneide, in cui se ne preannunciava la grande gloria; lo stile che destrutturato, contorto e cacofonico distrugge la distensione della sintassi, del linguaggio e dei suoni virgiliana; nel credo in quanto per Virgilio quella di Roma è una storia di progressiva crescita che culmina e ha il suo apogeo in Augusto (concetto che viene enfatizzato dalla presentazione dei futuri discendenti di Enea) mentre per Lucano Roma era grande e potente agli inizi, quando ancora di ridotte dimensioni imponeva il proprio potere i propri usi e costumi sulle città vicine, ma il cui costume subì un processo di corruzione che, sebbene non immediatamente letale, diede il via ad un processo di decadenza che culmina, divenendo una sorta di "pestilenza morale", con Augusto (come viene sottolineato dalla presentazione degli eroi romani in lacrime e gli esultanti spiriti dei populares). Un’ulteriore differenza rispetto all’Eneide è l’assenza di un vero personaggio principale; infatti l’azione ruota attorno alle tre grandi figure di Cesare, Pompeo e Catone dei quali però nessuno emerge. Cesare, che diventa per Lucano l’incarnazione del furor che l’entità ostile della Fortuna scaglia su Roma, è il simbolo della vittoria delle forze irrazionali che invece nell’Eneide venivano sconfitte ossia principalmente furor, ira, impatientia e la colpevole volontà di farsi superiore allo stato; esse costituiscono anche i tratti tipici della rappresentazione del tiranno, caratteristiche fra quali rientrano anche la ferocia e la crudeltà, spingendo così Lucano a spogliare il personaggio suo attributo principale ossia della clementia verso i vinti.

Cesare viene quindi ritratto come un tipico eroe nero, che come tale genera l’ammirazione dello scrittore con il suo fascino sinistro, la cui energia e eroismo, che si traducono in una grande capacità militare che lo renderebbero un giusto vincitore, sono così spiccanti e frenetici da renderlo paragonabile ad un fulmine. Il personaggio di Cesare si contrappone, soprattutto in questa estrema forza e smania d’azione, a quello di Pompeo il cui declino, politico e militare, diventa una sorta di senilità che lo rendo paragonabile a una vecchia e lenta quercia e che lo rendono incapace, contro la prorompente brama di potere del nemico, di difendere la Repubblica. Tuttavia egli, che pare essere volutamente reso da Lucano una sorta di Enea cui il destino si mostra avverso rendendolo così una figura estremamente tragica, è anche l’unico personaggio a subire un’evoluzione psicologica; infatti con la progressiva perdita di autorevolezza politica si accompagna un ripiegamento sempre maggiore nella sfera del privato e dei rapporti affettivi con i familiari (viene infatti destinato grande spazio a queste figure, come si vede ad esempio nel libro V in cui egli mette al sicuro la moglie sull’isola di Lesbo) e l’acquisizione, alla fine, della consapevolezza della malvagità dei fati e che solamente la morte in nome di una causa giusta può costituire l’unica via di riscatto morale. Questa consapevolezza, ottenuta dopo un lungo e doloroso percorso, è invece fin da subito presente nel personaggio di Catone che costituisce un modello morale e integerrimo, emergendo eticamente rispetto agli altri due personaggi e risultando conforme all’ideologia lucanea. Con Catone si ha anche la rappresentazione della crisi dello stoicismo tradizionale che, davanti alla consapevolezza di un fato crudele che non vuole nient’altro che l’assoluta distruzione di Roma, rende impossibile per il personaggio l’adesione alla volontà del destino e degli dei che lo stoicismo invece prevedeva; Catone diventa quindi consapevole che il criterio della giustizia non può più essere trovato nel volere del destino ma va trovato nella coscienza del saggio, la cui ribellione, dovuta al porsi al pari degli dei in quanto non necessità più del loro aiuto per distinguere fra giusto e ingiusto, è quindi fortemente titanistica. La caratterizzazione dei personaggi minori è invece fortemente condizionata dalla loro appartenenza ideologica e politica: i pompeiani e i catoniani sono combattenti valorosi ma sfortunati mentre i combattenti dell’esercito di Cesare, dei cui singoli atti di eroismo viene fortemente sottolineata l’ingiusta causa per cui vengono compiuti, sono invece rappresentati come assettati di sangue, legati da una sudditanza psicologica a Cesare e avidi di prede. Fra i personaggi secondari spicca quindi Domizio Enobardo, che in contraddizione con la realtà storica viene caratterizzato come un eroe probabilmente a causa dell’intento di adulare Nerone, e i personaggi femminili, fra cui spicca Giulia, che comparendo in sogno a Pompeo lo accusa per la nuova unione con Cornelia al fianco della quale ha avuto inizio del suo declino mentre con lei aveva raggiunto il massimo splendore, e Cornelia che incarna, con la sua assoluta fedeltà e devozione, il modello della matrona romana. Per quanto riguarda il rapporto con le fonti, essendo andati perse le opere a cui Lucano faceva riferimento risulta impossibile stabilire se egli vi si sia attenuto in modo rigoroso. Nonostante questo appare evidente come l'aderenza alle fonti venga sacrificata per i fini ideologici, alterando nel modo di colorire e presentare le vicende e i personaggi (Cesare, Pompei e i loro seguaci) arrivando fino al punto da inserire episodi estranei alla realtà dei fatti (l'episodio di negromanzia nel libro 6 e l'intervento di Cicerone a Farsalo).