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Marco Anneo Lucano


Nasce nel 39 d. C a Corduba (Cordova, Spagna), figlio di Marco Anneo Mela e nipote di Seneca il filosofo. Viene educato a Roma dallo stoico Anneo Cornuto, completa la propria educazione ad Atene.
Grazie a Seneca cresce a contatto con gli ambienti di corte, tanto che venne chiamato a Roma dallo stesso Nerone, che gli permise di entrare nella propria cohors amicorum, e gli conferì in giovanissima età l’onore della questura.
La carriera politica di Lucano ebbe una brutta svolta quando il favore del princeps lo abbandonò sostituendosi con un’ostilità talmente forte da impedire al poeta di pubblicare i propri versi.
La probabile causa dell’abbandono di Nerone fu la posizione dichiaratamente filorepubblicana assunta da Lucano nel Bellum civile.
È facile supporre che la caduta in disgrazia di Seneca e il suo ritiro a vita privata, nel 62, abbiano influito negativamente anche sui rapporti tra Nerone e il nipote.
Nel 65 Lucano aderì alla congiura di Pisone (come promotore e capo): scoperta la cospirazione, egli, come Seneca, cadde vittima della repressione e fu costretto a darsi la morte prima del compimento dei 26 anni.

Le motivazioni che portarono alla congiura furono per lo più rancori personali dei singoli membri verso Nerone, dovuti principalmente ai suoi eccessi o ai suoi atti crudeli, mentre molti personaggi avevano visioni politiche diverse riguardo alle sorti dell'impero (anche una restaurazione della repubblica), ma alla fine si accordarono per far eleggere imperatore Pisone stesso[1]. I congiurati, almeno 41 persone, tra cui senatori, cavalieri, militari e letterati[2], miravano a uccidere l'imperatore Nerone.

Il Bellum Civile


È un poema epico noto anche con il nome di Pharsalia:
….la nostra Farsaglia (Pharsalia nostra) vivrà
e nessuna età ci condannerà alle tenebre.

L’opera, divisa in dieci libri, racconta la guerra civile tra Cesare e Pompeo, che ebbe appunto nella battaglia di Farsaglia il suo momento decisivo. La morte impedì a Lucano di portare a compimento il poema, che s’interrompe all’inizio della rivolta contro Cesare scoppiata ad Alessandria d’Egitto (48a.C). Si suppone comunque che fosse sua intenzione scrivere altri due libri raggiungendo lo stesso numero di libri dell’Eneide, nei quali avrebbe dovuto narrare la prosecuzione della guerra in Africa fino al suicidio di Catone a Utica.
Lucano utilizzò quasi sicuramente come fonti principali Tito Livio e le opere sulle guerre civili di Asinio Pollione e di Seneca padre.
I libri VI e VII presuppongono per alcuni l’ipotesi di un’opera incompiuta articolata in dodici libri, divisibili in due esadi secondo il modello virgiliano.

Argomento dei libri


Dopo il proemio e l’elogio di Nerone, cui l’opera è dedicata, sono enunciate le cause della guerra e i ritratti dei due antagonisti, Cesare e Pompeo. Inizia poi il racconto vero e proprio con il passaggio del Rubicone.
Vi è una rievocazione degli orrori delle guerre civili, ed è narrato l’incontro tra Bruto, incerto se partecipare alla guerra, e Catone, che afferma il dovere di impegnarsi al fianco di Pompeo e del Senato. Vengono poi raccontate le vicende belliche, fino alla fuga di Pompeo dall’Italia.
Appare a Pompeo il fantasma della moglie Giulia, figlia di Cesare, che gli rinfaccia di aver sposato un’altra donna. Il racconto delle azioni di Cesare è inframezzato da una lunga rassegna dei popoli orientali fedeli a Pompeo.
Si narrano le operazioni militari prima in Spagna, poi in Africa, dove il cesariano Curione trova la sconfitta e la morte.
Tra gli avvenimenti riportati spicca l’episodio di Cesare che si fa traghettare di notte da Amicla. Durante la traversata è sorpreso da una terribile tempesta da cui si salva in modo prodigioso.
Sesto, figlio di Pompeo, consulta la maga Eritto, esperta di magia nera: la profezia ottenuta è tutt’altro che rassicurante sia per la sua famiglia sia per Roma.
La narrazione si incentra sulla battaglia di Farsaglia.
Pompeo si rifugia in Egitto dove viene ucciso a tradimento da un sicario del re Tolomeo.
Catone diviene l’eroe del poema: raggiunta l’Africa, attraversa il deserto libico in mezzo a terribili pericoli. Cesare giunge in Egitto dove gli viene mostrato il capo mozzato di Pompeo.
Cleopatra seduce Cesare. Dopo una lunga digressione sulle sorgenti del Nilo, si narra la congiura ordita da cortigiani egizi contro Cesare e la guerra che ne consegue, all’inizio della quale il poema s’interrompe.


L’epos di Lucano


Lucano elimina del tutto dal suo poema l’apparato divino tradizionale, coerentemente con le sue posizioni filosofiche, e recupera in parte l’elemento soprannaturale per mezzo di sogni (motivo topico dell’epos fin da Omero), visioni e profezie.
L’esempio più rappresentativo dell’elemento soprannaturale è la scena di negromanzia del sesto libro con la maga Eritto che anticipa a Sesto l’esito della battaglia di Farsalo, riportando in vita un soldato morto in combattimento.
Il Bellum Civile appare atipico perché sceglie un tema singolare rispetto all’Eneide e alla tradizione del poema epico in generale. L’opera di Lucano si presenta infatti come il racconto di un evento funesto, in quanto narra la caduta rovinosa e malaugurata della libertas repubblica, fatta coincidere con la fine della gloria e della grandezza romana. Il poeta pertanto, invece di celebrare come avevano fatto i suoi predecessori, gli eventi che narra (ovvero la storia romana e i suoi protagonisti), li biasima e li deplora. Questa impostazione è evidente fin dai versi iniziali, in cui viene enunciato, secondo la prassi epica, l’argomento dell’opera.
L’amaro pessimismo del poema, che contraddice il tradizionale trionfalismo del genere epico-storico, contrasta anche l’adesione dell’autore allo stoicismo: l’ideale della virtus, la celebrazione di Catone, presentato come l’incarnazione del sapiente stoico, l’esaltazione del suicidio, visto come eroica sfida contro la sorte avversa e suprema affermazione di libertà.
L’ostentata negatività del tema incide profondamente sull’idea di sublimità che il poeta persegue: non potendo ancorarsi all’ideologia della grandezza di Roma che sottendeva l’epos virgiliano, Lucano ricerca l’elevatezza richiesta dal genere epico nella grandiosità e nell’eccesso. Vengono infatti privilegiati i momenti eccezionali, le circostante fuori della norma, ricche di tensione e di pathos.
Tra queste situazioni assume singolare importanza il motivo della morte, che con il suo bagaglio di orrori e brutalità ha uno spazio molto superiore a quello richiesto dalle esigenze del tema, e rivela il gusto per il macabro attestato anche nelle tragedie di Seneca.
La tematica narrativa di Lucano è estremamente selettiva: il poeta riassume brevemente talune parti della vicenda, per concentrarsi su eventi di particolare intensità drammatica a cui dedica moltissimo spazio. La narrazione è dunque costruita mediante una serie di rapidi scorci e di episodi di lunghezza disuguale. vi sono amplissime digressioni, in cui l’autore fa sfoggio della sua erudizione scientifica, geografica, etnografica e mitologica (difatti qui il mito ritrova il suo spazio). Tale struttura risulta caratterizzata da una notevole staticità: sull’interesse per la narrazione prevale l’esigenza di descrivere e commentare.
Il narratore inoltre, riprendendo ed accentuando la tendenza al racconto soggettivo, già presente nell’Eneide e nelle Metamorfosi di Ovidio, interviene in prima persona a commentare gli avvenimenti con enfasi e gravità. Ne deriva un testo dal tono oratorio e magniloquente, che rivela il gusto per le declamazioni, tipico della cultura del I secolo d.C.


I personaggi del Bellum civile


Anche i personaggi appaiono influenzati dal concetto di sublimità di Lucano, nell’opera troviamo perciò figure che assumono immancabilmente atteggiamenti estremi ed eccessivi e modi di esprimersi solenni ed enfatici.
Il carattere cupamente negativo del tema scelto esclude la possibilità di un personaggio positivo che sostenga la vicenda dall’inizio alla fine, come avviene per Enea: è una vistosa differenza rispetto all’epos virgiliano, alcuni hanno definito il bellum civile un poema senza eroe.

Cesare, l’Anti-Enea:


Cesare, promotore e vincitore della guerra, è sempre presentato in una luce sfavorevole dal narratore, che pronuncia su di lui giudizi fortemente negativi. Egli viene raffigurato come il genio del male, animato da una sorta di smania o di furia distruttiva che lo spinge a sovvertire ogni legge umana e divina per inseguire senza sosta i suoi scopi criminosi.
Nel costruire il ritratto di Cesare, Lucano adotta un procedimento tipicamente epico, la similitudine: l’antieroe è paragonato ad un fulmine per la sua rapidità e per la sua forza distruttiva. 
Un tratto su cui più volte lucano insiste è inoltre la sua empietà verso la patria e gli dei, che fa di lui un personaggio antitetico rispetto al Pius Aeneas. Ad esempio, Cesare varca prepotentemente il Rubicone nonostante il divieto della patria e quando i suoi soldati esitano a seguire il suo ordine di abbattere un bosco sacro, presso Marsiglia, pone egli stesso mano alla scure e rivendica la responsabilità del sacrilegio.


Pompeo


Di fronte all’immagine di anti-eroe di Cesare, i valori positivi sono fidati alle figure dei due antagonisti, Pompeo e Catone.
Pompeo, benché sia presentato come il difensore della legalità repubblicana, non ha una statura propriamente eroica. Egli appare, fin dal ritratto iniziale, un guerriero in declino, ormai abbandonato dalla fortuna, nel corso dell’azione risulta poi debole, passivo, incerto, timoroso, privo di fiducia in se e nei suoi soldati, destinato inevitabilmente alla sconfitta. Il suo ritratto, affiancato a quello di Cesare, viene presentato così:

… avido di fama, molto concedeva al volgo, 
era in balia dei mutevoli umori del popolo,
godeva degli applausi del suo teatro,
non rinnovava le sue forze,
e molto confidava nella fortuna d’un tempo.
Si erge, ombra d’un grande nome,
come un’altissima quercia in un fertile campo,
che porta le spoglie di un popolo antico 
e i sacri doni dei condottieri e,
non più ferma su salde radici, si sostiene con il suo peso,
ed effondendo nell’aria i rami nudi,
fa ombra con il tronco, non con le fronde:
benché vacilli, destinata a cadere ai primi venti,
e benché s’innalzino intorno tanti alberi soliti e forti,
essa sola tuttavia è venerata.

Vi è una chiara allusiva virgiliana al libro IV dell’Eneide, dove Enea, irremovibile di fronte alle suppliche di Didone, è paragonato a una valida quercus che resiste all’infuriare dei venti. In Lucano invece, la quercia non è più salda sulle radici ed è destinata a cadere al primo soffio di vento. Si tratta dunque di una ripresa per antifrasi (per contrasto): il poeta segnala allusivamente al lettore colto la differenza e la distanza tra l’eroe epico virgiliano e Pompeo, eroe in declino, debole e passivo.

La marginalità del ruolo di Catone, campione della libertas


Completamente positiva è invece la figura di Catone, che per Lucano rappresenta al tempo stesso il campione della legalità repubblicana e l’incarnazione del sapiente stoico.
Egli tuttavia non occupa nel poema una posizione tale da permettergli di accamparsi come vero protagonista, d’altra parte la morta prematura ha impedito a Lucano di descrivere il suo momento di maggior gloria: il suicido eroico.
Anche la figura di Catone partecipa della dimensione grandiosa del Bellum Civile, la sua figura si traduce in un’immensa statura morale, capace di condannare e rovesciare i giudizi del Fato. Afferma infatti Lucano: “Victrix causa deis placuit, sed victa Catoni”, ovvero “la causa dei vincitori piacque agli dei, ma quella dei vinti a Catone”, (sed victa Catoni= avversativa).


La concettosità del linguaggio


Quella sovrastante è una brillantissima sententia giocata sul parallelismo, sull’antitesi tra i vincitori e i vinti, tra gli dei e Catone, e sulla figura etimologica victrix/victa.
L’autore condivide il gusto, tipico della cultura del suo tempo, della frase ad effetto, incisiva e pregnante, che colpisce e sorprende il lettore. Le sententiae sono espressione del gusto per la forma carica, energica ed appassionata, in cui amplificazioni e variazioni sul tema si susseguono proponendo effetti sempre più forti, ottenuti con contrasti violenti, immagini insolite ed iperboli. Lo scopo principale dell’arte di Lucano è che si crei una tensione che non si possa allentare.
Dalla concettosità ne deriva la magniloquenza, un tono costantemente alto e teso, pieno di enfasi, con l’adozione degli elementi tipici dello stile patetico (apostrofi, interrogative retoriche ed esclamative) e con il ricorso ai moduli tipici della tragedia (ampie orazioni successive e contrapposte, monologhi ricchi di pathos).
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