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Le Satire di Giovenale


Della vita di Giovenale abbiamo notizie molto scarse e l’uso del condizionale è sempre d’obbligo. Sappiamo che egli nacque prima del 65 d.C. e che è morì dopo il 128 d.C. Vissuto sotto il regno di sette imperatori successivi, da Nerone ad Adriano, si formò nelle scuole di retorica, si consacrò a lungo a queste arti di cui si dilettava anche in privato per il proprio piacere. Pare che la sua attività letteraria si collochi fra il 100 e il 128 d.C.. Sarebbe caduto in disgrazia dell’imperatore Adriano per alcuni versi offensivi nei confronti di un suo protetto, Antinoo, amante dell’imperatore (i suoi attacchi contro l’omosessualità erano ben conosciuti). Per questo, all’età di 80 anni, con la scusa di una spedizione militare, l’imperatore l’avrebbe inviato in Egitto, o forse in Scozia, dove sarebbe morto.
La sua opera che ci permette di conoscere il suo carattere e le sue idee, comprende le Satire, di cui ne abbiamo conservate solo 16. Le prime sette costituiscono un attacco violento contro i vizi dei regni precedenti, mentre nelle rimanenti nove, Giovenale attacca i luoghi comuni della morale. La salita al trono di Traiano nel 98 d.C., gli permise, senz’altro, di esprimersi più liberamente anche se con una certa prudenza. Egli critica la generazione precedente e non si permette mai di attaccare coloro che sono ancora in vita. Di conseguenza, con le sue satire, Giovenale fa un quadro dettagliato dei costumi del suo tempo.
Giovenale non si fa alcuna illusione sui difetti della repubblica romana; d’altra parte, come tutti suoi contemporanei, pensa che il principato sia il regime politico che corrisponde meglio allo stato morale della società e alle condizioni economiche del suo tempo. Tuttavia vorrebbe che questo despotismo non fosse capriccioso e sanguinario come quello di Domiziano, ma che fosse giusto e illuminato come sotto Traiano.
Giovenale è anche animato da uno spirito nazionale intransigente. Infatti si indigna nel vedere Roma invasa dai culti esotici e da tutti gli avventurieri senza scrupoli, provenienti dall’Oriente; esprime un forte odio versoi la “Roma greca” che ha davanti e rimpiange la “Roma latina” di un tempo. Constatata l’ineguaglianza delle condizioni sociali, anche se sa bene che essa è inevitabile; augura soltanto che la classe ricca si faccia carico degli indigenti, riservando però questa solidarietà esclusivamente ai Latini di vecchia origine ed interessandosi soprattutto degli intellettuali senza mezzi di sostentamento, come Giovenale stesso.
Dal punto di vista filosofico, il pensiero di Giovenale non ha nulla di originale; è un compromesso fra l’onestà morale del buon senso e il vago stoicismo, così diffuso in quel tempo.
Giovenale prende in giro i retori e la retorica anche se la sua opera ne ha subito profondamente l’influenza: in tal senso, utilizza luoghi comuni, le antitesi, gli esempi storici, ecc.
L’originalità di Giovenale sta nel suo realismo. Egli stesso ci dice che vuol fare un quadro della vita umana; egli sa dipingere la vita esterna, il movimento della strada, i costumi, le particolarità fisiche degli individui e non indietreggia nemmeno davanti alle precisazioni volgari e ai dettagli più ripugnanti. Questo realismo ha due scopi: uno scopo artistico e un mezzo di penetrazione psicologica. La sua conoscenza dell’uomo va oltre l’individuo per arrivare a un giudizio dell’epoca di cui Giovenale ha esaminato a fondo i vizi e compreso le debolezze.
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