Giovenale:
Giovenale nacque intorno al 60 d.C. ad Aquino, si trasferì a Roma dove esercitò l'avvocatura. Le informazioni sulla vita di Giovenale sono scarse, tuttavia aiutano a comprendere il quadro psicologico e ideologico che emerge dai suoi componimenti vale a dire il profilo di un conservatore legato ai valori tradizionali, esasperato dalla corruzione dilagante a Roma, isolato sia dall'ambiente intellettuale sia dall'alta società, e umiliato.
La raccolta di “invettive”
Giovenale raccolse le sue invettive nei cinque libri di Satire, scritte in esametri; egli scelse un genere letterario adatto a esprimere la propria rivolta morale. Giovenale cercò di riallacciarsi alla tradizione romana di cui rivendicava il valore di concretezza, contro la vuota ampollosità della poesia contemporanea. Rappresentò la realtà sia come oggetto di derisione, sia con finalità di critica morale.

L’indignatio come fonte di ispirazione (in questo periodo si usava esaltare l’impero, ma Giovenale è indignato da questo impero, in quanto vi è la perdita dei valori, corruzione eccc). Nonostante non manchino i rimandi al genere comico, Giovenale raggiunge i toni epico tragici, soprattutto quando il poeta tratteggia situazioni e personaggi grandiosi nella loro perversione. Ad ispirare le Satire di Giovenale è l'incontenibile indignazione che lo prende di fronte alle mille aberrazioni a cui assiste nella realtà di tutti giorni. Tale indignatio è provocata da comportamenti considerati opposti al modello ispirato al mos maiorum, al quale vede sostituirsi un sistema di disvalori basato sul denaro, sui più bassi istinti, sulla brama di potere, che il poeta vede incarnato in alcuni gruppi sociali e in alcune categorie di persone (le donne, gli intellettuali, i ceti sociali emergenti, come i liberti).
Un linguaggio alto e basso al tempo stesso
Quell'indignazione che nasce dall'osservazione di una realtà “mostruosa” si traduce nelle satire in un linguaggio elevato, solenne; usa un linguaggio che è un misto di parole elevate e termini plebei, di immagini solenni e di situazioni quasi oscene. Il risultato è grottesco, ma voluto.
• Satira 1= Giovenale polemizza contro la letteratura contemporanea.
• Satira 2= Attacco dell’ipocrisia di molti.
• Satira 3= Denuncia della corruzione.
• Satira 4= Sarcastica parodia di un consilium imperiale.
• Satira 5= La misera condizione dei clienti
• Satira 6= ritratto di una serie di donne, personificazioni emblematiche dei peggior vizi e dei difetti. (Messalina)
• Satira 7= infelice condizione degli intellettuali e scene di vita quotidiana.
• Satira 8= la vera nobiltà deriva alla virtù.
• Satira 9 = dialogo crudamente realistico tra Nevolo e il poeta.
• Satira 10= critica della religiosità superstiziosa.
• Satira 11= critica del vizio della gola.
• Satira 12= attacco dei sordidi cacciatori di eredità.
• Satira 13= consolazione per un amico truffato.
• Satira 14= critica del vizio dell'avarizia.
• Satira 15= la crudeltà umana è peggiore di quella delle bestie feroci.
• Satira 16= I privilegi della vita militare
Facit indignatio versum! (Saturae)
Il poeta parla della poesia del suo tempo, definendola declamatoria e priva di originalità, incapace di suscitare interesse profondo. A questa poesia egli intende opporre una poesia che abbia come oggetto la realtà e che ne dipinga i vizi. Giovenale spiega che se dovesse mancargli l'ispirazione, sarà la sua stessa indignazione a suggerirgli i versi: esse sgorgheranno come una nera bile a dare
sfogo al suo fegato ingrossato dall'osservazione delle alterazioni morali che dominano la Roma imperiale.
Scene di una città infernale:
Qui Giovenale descrive alcune immagini (simili a quelle di una moderna metropoli) per descrivere la Roma imperiale. Una città di grattacieli dove la gente si ammassa rischiando la morte per crolli e incendi; di strada percorse da un traffico rumoroso che impedisce alla gente di dormire. Per Giovenale nell'Urbe, sfondo e protagonista di molte delle sue satire, il caos urbanistico non è che lo specchio del disordine morale che vi domina.
La sesta Satira di Giovenale, nota anche come Satira contro le donne, è un lungo testo - il più lungo di tutta la sua produzione - di quasi settecento esametri in cui il poeta, per dissuadere l’amico Postumo dalle nozze, si scaglia contro il genere femminile, e più precisamente contro le matronae romanae. Grazie ad alcuni indizi contenuti nel testo, è possibile datare l’opera a un periodo fra il 100 e il 127 d.C. Giovenale invita allora provocatoriamente l’amico a scegliere per sé una strada migliore del matrimonio: suicidarsi o, altrimenti, andare con un ragazzino. Inizia allora una serie di “bozzetti” in climax che descrivono i più svariati tipi di matrone romane che si abbandonano alla lussuria e all’adulterio: si tratta di donne nobili e famose, che tradiscono il marito con attori e gladiatori e sono capaci di seguire i loro amanti fino in capo al mondo, abbandonando casa e figli, o persino di farsi prostitute sotto falso nome pur di soddisfare la propria lussuria; tra queste si trova anche Messalina, la moglie dell’imperatore Claudio. L’infedeltà è il loro difetto maggiore, ma non l’unico: sono anche amanti del lusso, sperperano denaro, eccedono nel trucco, parlano in greco per darsi un tono. Giovenale mette quindi in allerta Postumo, e con lui tutti gli uomini che intendano sposarsi, sulle conseguenze del matrimonio: nessuna libertà sarà più concessa, né di decidere come tagliarsi la barba né di scegliere gli amici, perché tutta la vita dell’uomo sarà condizionata dai capricci della futura moglie. Seguono poi alcune descrizioni ironiche di donne che per emanciparsi scelgono di fare le atlete o le gladiatrici. A questo punto, l’autore si interroga sulle cause che hanno portato a una tale degenerazione morale e, ricordando i tempi lontani dell’epoca annibalica in cui le matrone erano ancora virtuose, istituisce un nesso tra la decadenza etica dell’età contemporanea e l’assenza della guerra e della povertà, che sono capaci di soffocare sul nascere gli eccessi di lusso e lussuria. Le donne moderne, invece, sono ricche e senza preoccupazioni e cedono agli eccessi: si ubriacano, si eccitano tra loro con spettacoli volgari e poi vanno a letto con i loro schiavi o con gli eunuchi. Tutto questo accomuna le donne nobili alle donne di condizione modesta. Tuttavia, mentre le prime accettano ancora la loro condizione di puerpere, perché comunque non potrebbero permettersi sostanze abortive o le prestazioni di una mammana, le matrone rifiutano di avere figli e praticano frequenti aborti; e in parte è un bene, dice Giovenale, perché altrimenti darebbero alla luce molti figli illegittimi. Osserva però infine Giovenale che mentre le eroine tragiche agivano spinte dalla follia, le matrone romane uccidono per calcolo e per denaro.
Ma fra tutti, il più sconvolgente è quello che rievoca una donna al più alto livello della società, Messalina, la giovanissima moglie dell'imperatore Claudio che usava prostituirsi di notte in squallidi bordelli sotto lo pseudonimo grecizzante di Licisca.
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