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L'epica e la satira: Lucano e Persio

Le caratteristiche comuni


Lucano e Persio sono tra i protagonisti della letteratura durante l'età di Nerone. Sebbene i generi siano differenti (per Lucano l'epica mentre per Persio la satira) le loro opere presentano tratti comuni nei quali è possibili riscontrare l'influenza del contesto storico-sociale. Entrambi ebbero lo stesso maestro, Anneo Cornuto, ed aderirono allo stoicismo, da cui derivò la forte istanza morale e la critica dei costumi corrotti della società.
Inoltre entrambi presero a modello i grandi dell'età augustea: Virgilio per l'epica ed Orazio per la satira ma l'emulazione si traduce molto spesso nella ricerca di novità sia per quanto riguarda il genere che le scelte stilistiche.

Lucano: Il Bellum civile


Nato in Spagna nel 39 d.C. da una ricca famiglia di rango equestre e nipote di Seneca il Filosofo, fu educato prima dallo stoico A. Cornuto e poi completò la sua istruzione ad Atene.
Vicino agli ambienti di corte grazie alla presenza dello zio, venne chiamato presto a Roma dallo stesso imperatore che lo avviò anche, giovanissimo, all'onore della questura.
Ma la carriera politica di Lucano terminò velocemente, proprio come iniziò: si ebbe una brusca svolta infatti quando il princeps lo abbandonò ed il loro rapporto iniziò a trasformarsi in ostilità tanto che Lucano non poteva pubblicare i suoi versi.

1. Nerone era geloso verso il giovane poeta, più abile e ammirato di lui {motivazione personali};
2. posizione chiaramente filo-repubblicana di Lucano assunta nel B.C. {motivazione politica}.

È inoltre facile immaginare come la caduta in disgrazia di Seneca ed il suo ritiro a vita privata, nel 62, abbiano influenzato negativamente sui rapporti tra Lucano e Nerone.
Ciò che è certo è la partecipazione del giovane letterato alla congiura di Pisone [ne fu forse uno dei promotori e capi?]; scoperta la cospirazione, come Seneca e tanti altri illustri personaggi, fu costretto al suicidio non ancora ventiseienne.

Bellum civile
Il poema epico-storico, diviso in dieci libri, ha come argomento la guerra civile tra Cesare e Pompeo, che ebbe nella battaglia di Farsaglia (altro titolo attribuito all'opera) il momento decisivo.
La morte impedì all'autore di completare l'opera che infatti manca probabilmente di due altri libri, per un totale di dodici volumi come quelli che compongono l'Eneide.
La centralità tematica del VI e VII libro rende evidente la plausibilità dell'ipotesi di un'opera incompiuta. Possibile volontà di dividere l'opera in due esadi secondo il modello virgiliano.

I Esade --> episodi precedenti alla battaglia di Farsaglia: proemio ed elogio iniziale a Nerone, al quale è dedicata l'opera; vengono spiegate le cause della guerra e si fa una piccola descrizione dei due protagonisti;
II Esade --> episodi postumi alla battaglia decisiva: vengono riportati i discorsi dei due condottieri alle loro truppe, Pompeo muore in Egitto, ucciso da un sicario del re Tolomeo, Catone diventa l'eroe dell'opera, intanto Cesare raggiunge l'Egitto dove verrà sedotto da Cleopatra.

Un importante aspetto è la totale mancanza dell'apparato divino: Lucano, coerentemente con il proprio pensiero filosofico, elimina del tutto la presenza tradizionale delle divinità, recuperando in parte l'aspetto del "meraviglioso" e soprannaturale per mezzo di sogni (come quello di Pompeo in cui sogna la moglie Giulia, figlia di Cesare, che lo accusa di aver sposato una nuova donna), profezie, visioni, pratiche magiche (quando Sesto, figlio di Pompeo, consulta la maga Eritto, esperta di magia nera: la profezia ottenuta è tutt'altro che rassicurante sia per la sua famiglia, sia per Roma).

Il Bellum Civile appare atipico anche per un altro aspetto: a differenza della tradizione del poema epico tradizionale, Lucano narra la funesta vicenda dello scontro civile, in cui viene raccontata la caduta rovinosa della libertas repubblicana, fatta coincidere con la fine irreparabile della grandezza e delle glorie romane. Lucano quindi, anziché esaltare la vicenda, la biasima, la dequalifica e la deplora: ne fa una critica e non un elogio o una celebrazione. Questo si evince già dai primi versi nei quali, secondo la prassi, viene trattato il tema dell'opera.
L'amaro pessimismo dell'opera contrasta anche, in parte, l'ideologia stoica di Lucano percepibile comunque all'interno del testo: l'idea della virtus proposta in termini indubbiamente stoici, la celebrazione di Catone visto come l'incarnazione del sapiente stoico e l'esaltazione del suicidio.

L'ostentata negatività del messaggio che si ricava da Lucano e dal suo intento anti-celebrativo hanno un profondo ruolo sullo stile scelto dal poeta: Lucano infatti ricerca l'elevatezza richiesta dal genere epico nella grandiosità e nell'eccesso.
Il gusto della dismisura investe sia i personaggi sia la vicenda: vengono privilegiati i momenti eccezionali, le circostanze fuori dalla norma, ricche di tensione e phatos.
Tra queste situazioni assume un importante ruolo, una singolare importanza e frequenza, il tema della morte che rivela quel gusto per il macabro e il truculento già sperimentato nelle tragedie di Seneca.

La tecnica è altamente soggettiva e selettiva: il poeta riassume brevemente vicende pur importanti dal punto di vista storico per concentrarsi su eventi di particolare intensità drammatica a cui dedica moltissimo spazio.
Troviamo inoltre tantissime digressioni in cui l'autore fa sfoggio della sua ampia erudizione scientifica, geografica, etnologica e mitologica. Un esempio di tale digressione è presente nel libro IX in cui viene raccontato il difficile attraversamento del deserto libico da parte dell'esercito di Pompeo, ormai deceduto, guidato da Catone, in cui è presente una macabra rappresentazione della morte: alcuni soldati perdono la vita e sono oggetto di metamorfosi provocate dal morso letale di serpenti africani.

Il narratore inoltre riprende il carattere soggettivo già presente nell'Eneide e nella Metamorfosi di Ovidio, intervenendo di persona a commentare gli eventi con enfasi e gravità.

Anche i personaggi sono influenzati dal concetto di sublimità di Lucano: nel Bellum Civile troviamo dunque personaggi con comportamenti portati all'estremo con modi di esprimersi solenni ed enfatici.
Visto il grande pessimismo dell'autore, nel poema è impossibile trovare un personaggio positivo dall'inizio alla fine, come per esempio Enea, tanto che alcuni studiosi hanno definito il testo "un poema senza eroe".

Cesare, l'anti-Enea --> Cesare, promotore e vincitore della guerra, è posto in cattiva luce per tutta la durata della narrazione. Raffigurato come genio del male, è animato da una sorta di furia distruttiva che lo porta a non rispettare alcuna legge divina e umana nel solo intento di raggiungere i suoi scopi criminosi.
Un tratto su cui Lucano insiste è la sua empietà verso la patria e gli dei, che fa di lui un personaggio antitetico alla figura di Enea, pius Aeneas. {Cesare varca il Rubicone con il suo esercito, senza rispettare il divieto della patria; obbliga i soldati ad abbattere un bosco sacro in Marsiglia}.

Pompeo, parzialmente positivo --> di fronte alla completa negatività di Cesare, i valori positivi sono affidati ai suoi rivali come Pompeo, difensore della legalità repubblicana ma comunque descritto come debole, un guerriero in declino, abbandonato ormai dalla Fortuna, incapace di prendere decisioni, privo di fiducia in sé e nei suoi soldati, figura destinata alla sconfitta.
Pompeo non è comunque una figura del tutto positiva, soprattutto nella prima parte, in quanto in caso di vittoria, come rilevato da Catone a Bruto, non saprebbe resistere alla tentazione del dominio assoluto.

Catone, campione della libertas --> Completamente positiva è la sua figura che, per Lucano, rappresenta sia l'incarnazione del sapiente stoico, sia il portatore della legalità repubblicana. Tuttavia egli non può essere considerato come vero protagonista, vista la posizione che occupa nel poema; dall'altra parte la prematura morte di Lucano non ha potuto permettergli di narrare il momento di maggior gloria di Catone: il suo suicido stoico.

Il linguaggio di Lucano può essere sintetizzato in due aspetti chiave:
1. la concettosità --> termine che si riferisce a uno stile ricercato, ricco di frasi "a effetto", di massime (o sententiae) che restano impresse nella mente del lettore, incisive e pregnanti. Tale peculiarità stilistica, tipica di Seneca e Lucano, venne poi ripresa nella letteratura barocca del Seicento;
2. la magniloquenza --> accompagnata dall'enfasi, da cui deriva un tono alto e teso.


Persio: Le satire


Nato nel 34 d.C. a Volterra da una ricca famiglia di rango equestre, studiò soprattutto a Roma con Anneo Cornuto al quale si legherà con forte affetto. Non partecipò alla vita politica del suo tempo in quanto preferì vivere appartato, dedicandosi allo studio e alle lettere. Alla sua morte prematura, avvenuta nel 62, Cornuto si occupò della pubblicazione delle opere che ebbero, da subito, grande successo.

L'opera di Persio comprende sei satire, per uno totale di 650 esametri, e un componimento costituito da quattordici coliambi (la variante del verso giambico) nel quale l'autore parla della sua poetica.
Come modello di Persio spicca Orazio satirico: egli fece delle sue posizioni una partenza per la propria poetica.

Satira I, la polemica --> Persio innanzitutto critica amaramente la letteratura del suo tempo: egli infatti conduce un'aspra requisitoria contro la cultura contemporanea, deridendo i poeti moderni e criticando i giudizi dei critici, mossi troppo spesso dalla convenienza. Viene inoltre posto in ridico la moda delle recitationes, le pubbliche lettere tanto amate dai Romani, nelle quali l'arte è ridotta a oggetto di piacere ed intrattenimento, risultando priva di senso morale. Persio nella sua polemica pone in guardia da una raffinatezza fine a se stessa, priva di contenuti ed immorale.
Il fine della poesia per Persio è il verum, concetto già presente in Lucilio {molto polemico soprattutto nei confronti del vizio e della corruzione} ed Orazio, la cui autorità viene esplicitamente invocata.

Satira II --> rivolta all'amico Macrino, svolge il luogo comune, attestato nella filosofia, nella diàtriba e nella tradizione satirica latina, dell'importanza di rivolgere agli dei preghiere oneste e pie.

Satira III --> si apre con la visione di una mattinata estiva, non dedicata allo studio, bensì a dormire per smaltire una sbornia. Il satirico afferma la necessità che i giovani imparino la filosofia dello stoicismo in grado di avere comportamenti sempre corretti. La seconda parte svolge il tema della malattia dello spirito, più gravi di quelle fisiche, e il topos della corruzione come morbo morale.

Satira IV --> sviluppa il tema del "conosci te stesso"; nella scena di apertura troviamo Socrate che rimprovera Alcibiade, il quale intende dedicarsi alla politica senza possedere le giuste competenze ed attitudini. Per il satirico nessuno si cura di conoscere realmente se stesso, mentre è sempre pronto a criticare il prossimo.

Satira V --> è dedicata al maestro Anneo Cornuto; nella sezione iniziale Persio comunica la sua concezione della poesia: affermando di volere seguire il "parlare della gente di toga", cioè la lingua dei cittadini romani, egli annuncia la scelta di adeguarsi al livello stilistico del sermo, sulle orme di Lucilio ed Orazio. Prende dunque come punto di riferimento la conversazione urbana, con uno stile non eccessivamente elevato ma neppur sciatto. Egli comunque non rinnega completamente la raffinatezza formale: da una parte "una voce misurata" e dall'altra "ben rifinita".
Importante l'uso della iuctura acris: il precetto oraziano della callida iuctura (= accorta) si trasforma in acris (= acuta), diventa un'associazione di parole impreviste, capace di colpire, scuotere e sorprendere il lettore, unendo termini usati in senso proprio con altri usati in senso figurativo come, per es., verba togae ovvero "parlare della gente di toga".
La realtà di Persio è costituita da mores, cioè dai comportamenti umani. L'adesione al reale si configura dunque come scelta di una tematica quotidiana.
Del resto i mores sono presi in considerazione benché pallidi, cioè malati e corrotti. Il compito del poeta satirico sta proprio nel curare tali comportamenti con un intervento medico, o meglio, chirurgico.

Inoltre nella satira troviamo riferimenti amichevoli e ringraziamenti per Cornuto, il quale ha educato il satirico non solo al mondo della scrittura ma anche alla filosofia stoica. Il satirico invita dunque alla libertà: "bisogna essere liberi". L'unico vero libero è comunque il sapiente, poiché vive secondo ragione.

Satira VI --> epistola diretta all'amico Cesio Basso (che curerà anche la pubblicazione delle opere post-morte di Persio). Seguendo esempio oraziano chiede prima informazioni all'amico per poi comunicargli la sua situazione durante un ritiro invernale; il poeta inoltre espone le sue convinzioni a vivere contento dei suoi beni, lontano dalla prodigalità e dalla spilorceria. È il tema oraziano della metriotes, ovvero il senso della misura.

Lo stile di Persio, nel suo complesso, rimane comunque difficile da capire.
Prevale l'atteggiamento negativo, fortemente critico, ma al tempo stesso una sorta di ansia di correggere e di sminuire comportamenti falsi e corrotti, portandoli al ridicolo e cercando di provocare disgusto e ripugnanze. Egli non si sofferma a proporre il giusto modo di agire: vuole solamente portare il marcio allo scoperto.

Nella sua opera Persio attacca la corruzione dei mores contemporanei, e tutti quei comportamenti che si allontanano da una condotta di vita ispirata alla libertà interiore, al controllo delle passioni, al senso della misura propria del sapiente stoico. Il satirico vuole rappresentare il verum, anche a costo di risultare impopolare per aver denunciato i vizi dei suoi contemporanei.

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