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Contesto storico

Tiberio

In successione ad Augusto, ci fu Tiberio, ottimo amministratore, che cercò di consolidare il nuovo ordinamento attraverso la cooperazione col senato.
Nel 15 d.C. concede a Germanico il trionfo per la campagna oltre il Reno per poi affidargli successivamente una nuova campagna in Oriente. Intanto Seiano ottiene il favore dell’imperatore ed entra in aperta rivalità con Druso - successore di Germanico -, finendo per assassinare figli e moglie - con cui intrattenne una relazione.
Tiberio si ritira a Capri, così Seiano si avvantaggia della sua assenza assumendo il potere politico. Ma, con un’abile manovra, Tiberio lo accusa di tradimento: arrestato, viene condannato a morte e alla damnatio memoriae. Infine, Tiberio adotta Caligola, figlio superstite di Germanico.

Caligola

Caligola assume il ruolo di imperator, in senso assolutistico. Adottò una politica dalle spese massicce, generose elargizioni al popolo e all’esercito, procedendo con una serie di condanne e confische di beni. Si può ben capire perché, nel 41 d.C., cada in una congiura ordita da senatori e pretoriani.
Claudio
Succedette lo zio Claudio, fratello di Germanico, uomo di studi, erudito, ma privo di formazione politica. Anch’egli collaborò con il senato e fu un buon governante, vicino agli ideali augustei. Introdusse innovazioni, anche a costo di andare contro il senato; un esempio ne è un nuovo sistema di burocrazia centralizzata, favorendo l’ascesa dei liberti.
Avviò una spedizione in Britannia, riuscendo a conquistarla; colonizzò anche la Gallia.
Sposò la nipote Agrippina, che aveva già un figlio, Nerone; quest’ultimo venne proclamato imperatore, in quanto Agrippina avvelenò Claudio.

Nerone

I primi cinque anni del principato di Nerone si distinguono come un periodo di buon governo, una sorta di politica culturale, soprattutto grazie l’influenza di Seneca. Diventa un poeta, predilige il genere epico di soggetto troiano e promuove in vario modo le attività artistiche per guadagnarsi consenso e favore.
A partire dal 58 ha inizio invece una svolta in senso autocratico: propone politiche difficilmente praticabili, obbliga i senatori a partecipare al certame poetico insieme a lui, monarca divino di tradizione ellenistica, esteta dell’arte e della bellezza.
Nel 64 un incendio distrugge quasi interamente Roma, di cui si sospetta come artefice lo stesso Nerone - mentre Roma ardeva, Nerone avrebbe recitato una Troiaehalosis di sua composizione, comparando il destino di Roma a quello della rocca di Ilio -, che individua come capro espiatorio i cristiani. Avvia così progetti edilizi: ricostruisce grandiosamente la Domus aurea, il palazzo imperiale; viene eretta una statua dedicata al Sole, che curiosamente ha le sue sembianze.
Questi grandi spese sfociano in una crisi monetaria non indifferente, che suscita malcontento e determina quella che è la congiura di Pisone; ne conseguono una serie di condanne a morte e suicidi forzati.
Nel 66 parte per la Grecia e al suo ritorno la situazione a Roma è precipitata: scoppia la rivolta (repressa) e intanto il senato cerca l’accordo con Galba. In fuga da Roma, Nerone si dà la morte per mano di uno schiavo.

La letteratura

La letteratura subisce un periodo di insofferenza; la scomparsa di un Mecenate (la ripresa del mecenatismo si avrà con Nerone, sotto la guida di Seneca) provoca un distacco che non si sarebbe più ricomposto se non in modo occasionale e precario: la situazione non sembra migliorare con Claudio. Si afferma un gusto per la poesia leggera e la storiografia. Con i Flavi torna l’esaltazione dei valori tradizionali, insieme all’epica e alla retorica.

Fedro

Nell’ambito della poesia minore, protagonista è Fedro: di posizione sociale assai modesta, è uno dei pochissimi autori di nascita non libera, difatti era uno schiavo liberato dall’imperatore.
E’ per certi versi una delle massime glorie della letteratura latina: è il primo autore nella cultura greco-romana che ci presenti una raccolta di testi favolistici. Vengono tramandate novanta favole in senari giambici; è ovviamente debitore alla tradizione esopica: le sue favole sono poco originali, ma riuscì a dare una forma poetica alla favola. Usa gli animali come ‘maschere’, personaggi fissi e ricorrenti (la volpe furba, il lupo cattivo), fornisce sempre una morale. Tratto originale: esprime la mentalità sociale della ‘legge del più forte’, riuscendo a dare voce alle classi emarginate e sfociando in una visione paradossalmente realistica.
Il linguaggio è asciutto, lo scenario generico, ma non mancano accenni polemici alla contemporaneità, con accentuazioni vicine alla satira.
Fedro è consapevole della sua poesia e ne esalta le virtù: brevitas, varietas, contenuto istruttivo e divertente.

La favola è il genere più universale e popolare che ci sia, di uso prevalentemente orale. Ha origine in Grecia con Esiodo all’inizio del VII sec. a.C. e con Archiloco la si utilizza come esempio paradigmatico. Dal V secolo Esopo padroneggia il genere (prosastico), introducendo una premessa o una postilla rispettivamente per fissare il tema o illustrare la morale.

Seneca

Con Seneca si realizza l’utopia platonica dei filosofi al potere, per quanto sia durata cinque anni, sotto Nerone. Ma definire Seneca solo un filosofo (stoico) è riduttivo, i suoi interessi si estendevano ben oltre, dalla scienza alla geografia, dall’astronomia alla filosofia.
Nacque in Spagna da una ricca famiglia provinciale di rango equestre. A Roma fu educato nelle scuole retoriche in vista della carriera politica, ottenendo un successo cospicuo. Restò in Corsica fino al 49, finché Agrippina, madre di Nerone, lo scelse come tutore per il figlio. Resse la guida dello stato, determinando il sopracitato buon governo, basato su equilibrio e conciliazione fra i poteri del principe e del senato.
Gradualmente si ritirò alla vita privata, ma venne condannato a morte da Nerone che lo accusò della partecipazione alla congiura di Pisone, di cui probabilmente era solo al corrente.

Le opere

Tra la vasta produzione senecana, quelle che occupano maggior spazio sono di carattere filosofico: con i dodici libri di Dialogi, trattati brevi su questioni etiche e psicologiche, prosegue la tradizione del dialogo filosofico risalente a Platone. Altre opere filosofiche sono il De beneficiis, il De clementia e le Epistulae ad Lucilium.
Di carattere scientifico sono le Naturales quaestiones, che trattano i fenomeni naturali e celesti.
Nove tragedie cothurnatae (di argomento greco) arricchiscono la sua produzione insieme a diverse opere perdute spurie o di dubbia attribuzione, come per gli Epigrammi, e Apokolokyntosis, satira menippea sull’apoteosi dell’imperatore.
I Dialogi
La composizione dei Dialogi occupa tutto l’arco della vita di Seneca, ed è quindi difficile individuare uno sviluppo del suo pensiero o collegarlo alle sue vicende biografiche. Possiamo dividere l’opera in grandi gruppi omogenei:
Le consolationes, rivolte a consolare la perdita di una persona cara come pretesto per trattare temi morali (fugacità del tempo, precarietà della vita, morte come destino dell’uomo); addirittura nella consolatione ad Polybium adula indirettamente l’imperatore per ottenere il ritorno a Roma.
Nei tre libri del De ira tratta la fenomenologia delle passioni umane, analizzandone i meccanismi e i modi per dominarle; all’ira è dedicato in particolare il terzo libro.
Il De vita beata, indirizzato al fratello Novato, affronta il problema della felicità e del ruolo che hanno agi e ricchezze su questa. Posto che la felicità risiede nella virtù, non nella ricchezza e nei piaceri, tuttavia è legittimo l’uso di queste se si rivela funzionale alla ricerca della virtù. “Nessuno ha condannato la saggezza alla povertà”: chi aspira alla sapientia dovrà saper ‘sopportare’ gli agi ed il benessere, senza lasciarsene possedere.
La fermezza del saggio stoico è al meglio rappresentata nel De constantia sapientis e il suo ruolo nella vita politica nel De tranquillitate animi, che suggerisce un equilibrio tra otium contemplativo e civis romano. Ciò che ne consegue è un’anima capace di giovare agli altri. Nel De otio è illustrata la scelta forzata dell’allontanamento in una solitudine contemplativa: privato di un ruolo politico, il saggio stoico si pone al servizio dell’umanità servendosi dell’otium.
Il De brevitate vitae tratta il problema del tempo, della sua fugacità apparente: la vita ci sembra breve perché non ne sappiamo cogliere l’essenza e la sprechiamo in cose futili.
Infine, nel De providentia Seneca insegna che le avversità che colpiscono chi non le merita attestano la volontà divina o provvidenza di mettere alla prova i buoni ed esaltarne la virtù, un pensiero che prenderà il nome di ‘pessimismo religioso’ in Manzoni. Il sapiens stoico riconosce il ruolo assegnatogli dal logos e vi si adegua compiutamente.

De Clementia

Dedicato a Nerone, costituisce un programma politico ispirato a equità e moderazione. Il vero potere è il logos, la ragione universale che funge da vincolo e simbolo unificante dei tanti popoli che formano l’impero. Il buon sovrano, però, deve mettere a freno la sua stessa coscienza per non cadere in un governo tirannico: la clemenza e la filantropica benevolenza è la virtù da adoperare con i sudditi; consenso e dedizione sono la più sicura garanzia di stabilità di uno stato.
Questo principato illuminato conosce però la rapida degenerazione del governo neroniano, dopo il “quinquennio felice”.

De beneficiis

Nel De beneficiis si analizza il beneficium, l’atto di beneficenza: è l’elemento coesivo per una società equilibrata, oltre che un dovere di filantropia.
Epistulae ad Lucilium
La produzione successiva al suo ritiro dalla vita politica sfocia nell’orizzonte della coscienza individuale. L’opera principale di questo periodo della sua vita sono le Epistulae ad Lucilium, una raccolta di lettere di vario argomento all’amico più giovane Lucilio.
Queste epistulae costituiscono però un genere nuovo, si distinguono dalle epistulae di Cicerone. Si nota invece un avvicinamento ad Epicuro, da cui Seneca ricava la formazione ed educazione spirituale da trasmettere a Lucilio; costituiscono così uno strumento di crescita morale verso la sapientia. Dal tono pacato, l’epistola* si presta perfettamente alla pratica quotidiana della filosofia, e spazia da argomenti quotidiani fino ad arrivare alla riflessione morale.

Le tragedie

Sono di soggetto mitologico greco con modelli quali Sofocle ed Euripide. Medea, Hercules furens, Phaedra, Agamennon sono alcuni degli esempi di questa categoria.
Seneca fa libero uso della contaminatio e si ispira a più modelli. Rappresenta conflitti di forze contrastanti (come l’opposizione di mens bona e furor) il logos viene a mancare e dilaga il male: è una realtà dai toni cupi e atroci, noir ; di particolare rilievo è la figura del tiranno, che alimenta spunti di dibattito etico sul potere.
Probabilmente erano destinate alla lettura, senza escludere per alcune la rappresentazione scenica.
Un forte pathos, frasi sentenziose, il gusto retorico del tempo e la brevitas asiana caratterizzano lo stile delle tragedie senechiane.

Apokolokyntosis

Il termine si riferisce alla “deificazione di una zucca”, riferendosi alla fama non proprio lusinghiera di cui godeva Claudio; costituisce perciò una sorta di parodia contro colui che l’aveva mandato in esilio. Il componimento narra la morte di Claudio e la sua ascesa all’Olimpo nella vana pretesa di essere assunto tra gli dei, i quali lo condannano invece a discendere negli Inferi.
L’opera è una satira menippea, ovvero combina prosa e versi, toni piani e toni solenni, lessico volgare e senari giambici. Si può addirittura notare un’autoparodia di Seneca tragico con riferimenti all’Hercules furens.

Lo stile

Seneca, in quanto filosofo, bada alla res, non alle parole. Domina la paratassi, con brevi frasi indipendenti o sententiae nell’intento di riprodurre il sermo della lingua parlata. Si affida alle antitesi e all’anafora, sia fonetica che sintattica, determinando uno stile comunque elaborato e complesso nella sua brevitas asiana.

*L’epistola veniva usata da Cicerone e Orazio; nelle epistole di Cicerone emergevano le confidenze e le paure dello stesso, che risultava più ‘vero’. Orazio fu il primo che usò il genere epistolare per esprimere contenuti filosofici. Lettere di carattere filosofico appaiono anche con Platone ed Epicuro, in particolare quella a Meneceo su questioni morali.

Lo stoicismo che si diffuse nell’età imperiale a Roma si interessava all’etica e alla morale. I romani erano poco inclini alla speculazione astratta, mentre erano più interessati a problemi di virtù pratica. Il maestro stoico, e non più il filosofo, era un consigliere personale, un ‘direttore di coscienza’.

Lucano

Con l’Eneide di Virgilio la cultura romana finalmente riuscì a sostituire il capolavoro e monumentum greco di Omero. Ma dopo Virgilio era difficile continuare a credere negli ideali etico-politici del regime augusteo. Lucano denuncia la guerra fratricida che aveva prodotto la fine della libertà romana attraverso il poema epico Pharsalia. Riprende a rovescio il modello virgiliano, smascherando l’inganno con cui Virgilio ha coperto la trasformazione dell’antica res publica in dominato; non a caso Lucano è l’ ‘anti-Virgilio’.
Nasce in Spagna, nipote di Seneca, ed entra a far parte della corte di Nerone, oltre che a rientrare nelle sue amicizie; alle feste indette dall’imperatore recita delle laudes composte per l’occasione. Succede una brusca rottura con l’imperatore, probabilmente perché era geloso del giovane talento letterario del giovane, oltre a non vedere di buon occhio le idee troppo repubblicane.
Partecipa alla congiura di Pisone e per questo morirà suicida a soli ventisei anni.

Le opere

L’opera principale è la Pharsalia (da Farsàlo, luogo di sconfitta di Pompeo repubblicano), poema epico di dieci libri in esametri, rimasto incompiuto per la scomparsa del poeta; probabilmente sarebbero stati dodici, al pari dell’epos virgiliano. Ci restano i titoli di opere anteriori: Medea, Silviae, Iliacon.

Pharsalia

Sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo, presenta un forte stacco: all’inizio l’opera sembra aderire agli ideali neroniani, ma successivamente difende l’antica libertà repubblicana condannando il regime imperiale, fino a spegnersi con la brusca morte.
L’argomento storico sostituisce quello mitologico insieme al mondo degli dèi, causa di forte critica nel passato.
L’ordine è annalistico, con forte uso di sententiae. La realtà storica viene però sacrificata a deformazioni ed episodi fantastici a fini ideologici.
Le profezie non rivelano le future glorie di Roma, bensì la rovina; nel VI libro troviamo anche un episodio di negromanzia.
Manca un personaggio principale e l’azione del poema ruota intorno alle figure di Cesare e Pompeo e, nell’ultima parte, di Catone l’Uticense.
Cesare è l’incarnazione del furor, l’ ‘eroe nero’ del poema, ma non si può non soccomere al fascino sinistro del suo personaggio.
Pompeo è un personaggio in declino; la forsennata brama di potere di Cesare è la principale responsabile della catastrofe che porterà Roma al tracollo e questo può limitare le responsabilità del povero Enea romano, che, pur essendo un perdente, affronta con coraggio il proprio tragico destino; difatti è l’unico personaggio che subisce un’evoluzione psicologica. Non indifferente è il suo ruolo nella famiglia, lo vediamo portare in salvo la moglie sull’isola di Lesbo, al sicuro.
Catone si fa pari agli dèi, ed è pronto alla morte per affermare i suoi ideali di diritto e libertà; lo vediamo posto da Dante come custode nel Purgotorio, pur essendo suicida.
Intorno ai tre protagonisti si muove una serie di personaggi minori, combattenti valorosi contro ‘mostri’ assetati di sangue se dalla parte di Cesare. Tra i personaggi femminili si distingue Cornelia, la moglie di Pompeo, che rappresenta la fedeltà coniugale.

Lo stile

I primi tre libri del poema presentano analogie con L’Apokolokyntosis di Seneca. Le brevi ed enfatiche sententiae si riducono quasi alla retorica. Lo stile di Lucano ha più punti di contatto col Seneca delle tragedie, perché si avvicina ad uno stile ‘barocco’. In poche parole, ardens et concitatus, dal ritmo incalzante, teso; sono presenti forti spaccature, non solo tra ideali neroniani e repubblicani, ma anche grazie agli enjambements.
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