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Fedro
Non si sa molto sulla sua vita. Nasce nel 20 a.c circa e muore nel 50 a.c. Opera sotto la dinastia giulio-claudia, abbiamo alcune notizie biografiche da quello che scrive. Originario della Macedonia era giunto a Roma come captivus e poi era stato affrancato dall'imperatore. Possediamo 93 favole, 5 prologhi dei quali possediamo anche degli epiloghi per gli ultimi 3. Si pensa che alcune favole siano state eliminate perché non apprezzate dai contemporanei. Le favole furono molto amate nel medioevo per il loro insegnamento moralistico. Alle 93 favole si aggiungono 30 favole, le appendix perottiana, che Nicolò Perotti attribuisce a Fedro.
La favola è un componimento breve con funzione morale i cui protagonisti sono animali parlanti che riproducono vizi e virtù degli uomini. Sono scritte in versi, in senari giambici (due giambi con ritmo ascendente), che Plauto e Terenzio usavano nella commedia palliata. Lo stile è curato ed umile, richiama la lingua di ogni giorno. Colpisce la rappresentazione del mondo presente nelle favole, un mondo sconsolato in cui gli umili non possono cambiare le proprie condizioni di vita, possono solo cambiare padrone. Fedro dà voce agli oppressi, gli umili possono solo rassegnarsi.

Seiano riconosce se stesso in alcune favole e fa rinchiudere Fedro in carcere. Gli animali rappresentano l'uomo con i suoi vizi e le sue virtù. La morale la troviamo nei primi o negli ultimi versi. Nel mondo di Fedro il potente ha sempre ragione . Quintiliano non cita Fedro nelle sue satire, probabilmente per una damnatio memoriae dovuta alla difesa degli oppressi da parte di Fedro.
Nei prologhi l'autore comincia dicendo che si ispira ad Esopo (1°), che rispetto ad Esopo aggiunge una novità, la brevitas (2°), che lo aveva seguito (3°), che ne aveva tratto ispirazione (4°), e nel 5° infine, Esopo diventa solo una etichetta.
Il merito di Fedro fu quello di codificare la favola come genere letterario, e lo scopo di questa era quello di divertire e far riflettere.
La storiografia del principato
Fino a quel momento la storiografia si divideva in due correnti, quella filo-imperiale e quella contraria. In età augustea e sotto Tiberio gli storici con una mentalità conservativa venivano messi a tacere, un esempio è Cremuzio Cordo, costretto da Seiano al suicidio. Vi fu inoltre una corrente di propaganda, la quale ci testimonia alcuni lati positivi della dinastia giulio-claudia, che era spesso soggetta a opinioni sfavorevoli sui suoi imperatori.
Velleio Patercolo
Nasce nel 20 a.c circa in una famiglia della Campania. Intraprende la carriera militare sotto Tiberio, militando in Pannonia e Dalmazia. Dopo la morte di Augusto, Velleio segue Tiberio a Roma dove ottiene la pretura, ma non è tagliato per la vita politica, ragion per cui si ritira a vita privata per scrivere la sua opera senza titolo. Quest'opera è dedicata a Marco Vinicio (Ad Marcum Vinicium librim duo), un amico a cui Velleio era molto legato, aveva inoltre militato sotto il padre suo conterraneo. L'opera è divisa in due libri la cui scansione cronologica è la seguente:
- I libro: dall'età della distruzione di Troia fino al 146 a.c.
- II libro: dal 146 a.c. (Distruzione di Cartagine) al 30 a.c, anno del consolato dell'amico Vinicio.
L'opera è un compendio di storia la cui novità risiede nell'assenza della tradizione annalistica di Tito Livio, che è fonte ma non ne segue la tradizione. Un'altra fonte è Sallustio dal quale riprende la concezione moralistica della storia. Sallustio, trattando la monografia, parlava e si interrogava sulla crisi dei suoi tempi, problema che Velleio non si pone perché non effettua una analisi approfondita della storia sotto il profilo economico, politico e sociale. Egli non coglie i nessi causa-effetto ma si limita a narrare la vicenda. Il metus hostilis di Sallustio era scomparso. La sua storia è stata definita come una "corsa nella storia", sembra infatti che abbia premura di arrivare al II libro per poter parlare di alcuni personaggi, come ad esempio Tiberio, di cui troviamo un panegirico molto convinto alla fine del libro. Tacito lo accusa di cortigianeria, come anche fece Leopardi, che lo definisce un adulatore. La critica moderna in realtà lo rivaluta, dato che la sua storiografia è importante perché ci fornisce delle notizie sugli ultimi anni del principato Augusteo e ci fornisce alcune considerazioni positive sul principato di Tiberio.
Una delle novità è che Roma non viene esaltata come città civilizzatrice, secondo la visione tipica di Livio, ma viene posta attenzione sugli altri popoli; la contraddizione nasce dal fatto che vengono considerati unicamente i popoli in contatto con Roma.
Nell'opera appare una storia della letteratura e vengono inseriti giudizi personali su alcuni artisti: Velleio colloca i tragediografi delle origini alla stregua di dei grandi tragediografi greci; apprezza Lucrezio, Livio e Virgilio ma non cita Orazio; per quanto riguarda l'elegia apprezza molto Tibullo e Ovidio tralasciando Properzio; non nomina Plauto. L'autore non segue un criterio preciso ma inserisce gli autori che gli piacciono.
Tra le maggiori incongruenze notiamo che, pur essendosi professato un conservatore poiché si schierava contro tutto ciò che andava contro l'ordine costituito senza chiedersene le ragioni, definì furor i Gracchi per la loro riforma agraria, perché sovvertitori dell'ordine. Della rivolta in Positania non si interroga sulle cause che la scatenarono. Altra incongruenza: salta Cesare e Pompeo, da buon conservatore dovrebbe condannare il principato, ma invece lo elogia sotto Tiberio. Inoltre, da una parte afferma che Roma è arrivata al massimo della sua parabola ascendente, dall'altra però individua Tiberio come colui che ha portato Roma al massimo dello splendore e deve continuare in questo modo. Ancora, Velleio afferma che Cartagine sia caduta per interessi economici e non per volontà divina, in seguito affermerà che Cartagine è caduta perché si era schierata contro Roma, la citta a capo del mondo e che gode del favore degli dèi.
I critici attribuiscono queste incongruenze al fatto che Velleio attinse ad una pluralità di fonti e che in lui si nota il desiderio di arrivare al secondo libro; egli è inoltre molto esuberante nella scrittura.
Lo stile richiama molto quello di Sallustio, fa infatti uso della brevitas ed è oscuro in alcuni passi. È uno stile che ricerca le forme arcaiche in alcune espressioni e la forma è molto curata.
Il pregio dell'opera consiste nel fornire un altro punto di vista di un periodo del quale avremmo altrimenti una visione negativa. Egli risulta particolarmente attento nella descrizione di battaglie ed episodi relativi alla guerra, questa precisione è data dal fatto che egli fu un uomo d'armi e quindi preciso per quanto riguarda gli avvenimenti bellici.
Valerio Massimo
Anch'egli come Patercolo viene tacciato di cortigianeria, visse infatti sotto il principato di Tiberio e definisce quest'ultimo "principe sommo per virtù". Nasce all'incirca nello stesso periodo di Patercolo. La sua opera è il Factorim et dictorum memoriabilium, una storia aneddotica. I personaggi dell'opera vengono divisi in buoni e cattivi, i primi sono coloro al servizio della patria, i secondi coloro che tradiscono la patria. I fatti non vengono riportati in maniera concettuale. La concezione moralistica della storia deriva da Sallustio. La sua opera è strutturata in 95 rubriche e vengono esaminati i personaggi più illustri di Roma e dell'antica Grecia (Orazio Coclite, Muzzio Scevola, Solone ecc.). Le sezioni delle rubriche riguardano la virtù, il coraggio, l'amicizia e la fedeltà per la patria. Nella sua opera non c'è un'analisi del contesto economico, sociale e politico, questa ci dà informazioni dettagliate degli inizi della storia di Roma, notizie che senza l'opera di Valerio Massimo sarebbero andate perdute. Nella prefazione dell'opera l'autore indica la finalità della sua opera, ossia il raggruppare in una sola opera i fatti e i detti memorabili di personalità illustri, affiche chiunque voglia ricavarne ammaestramento possa farlo senza lunghe ricerche. Valerio attinse a fonti greche e latine, cita Erodoto come storico, Teopompo come storico del periodo ellenistico. Del mondo latino: Tito Livio, Sallustio, il Cicero del De divinatione e il Cicerone filosofo delle Tuscolanae disputationes. L'opera si conclude nel periodo di Tiberio, dove ci parla di Seiano rappresentandolo come un esempio di malvagità punita.
La sua opera ha lo scopo di mettere al centro l'uomo (concetto di humanitas), parlando di un personaggio fa una panoramica del mondo che lo circonda, delle scelte e delle istituzioni del tempo. Egli esalta la storia romana e parla anche di altri popoli di cui riconosce la virtù e l'eroismo (umanità universale). La concezione moralistica della storia è tipica dell'età ellenistica.
La critica sostenne che Valerio Massimo scrisse la sua opera con una finalità educativa e che l'avesse composta anche con l'intento di formare una coscienza del cittadino, in quanto i suoi testi erano usati per le esercitazioni nelle scuole di retorica.
La critica moderna assume una posizione differenze nei confronti dello storico: egli non ebbe intenzione di scrivere a scopo educativo o affinché la sua opera fosse usata nelle scuole di retorica. L'autore è molto amato per lo stile, la sua opera fu molto conosciuta nell'antichità e le scuole di retorica scrissero dei compendi per questa.
Lo stile di Valerio Massimo è asiano, elegante, ricercato e curato però non è l'unico stile presente nell'opera, confluiscono infatti 2 diversi stili: lo stile asiano e il neo asiano. Il primo è impiegato nei discorsi e nelle riflessioni moralistiche, il secondo, più semplice e sobrio, veniva usato nelle descrizioni e nelle narrazioni degli eventi.
Conosciamo poco della vita di Valerio Massimo, egli accenna a mancanza di mezzi. Fu cliente di certo Sesto Pompeo, un proconsole, che aveva seguito in una missione in oriente al rientro della quale si dedicò alla scrittura dell'opera. Conobbe molta fortuna in età medievale e fu molto apprezzato da Petrarca.
Curzio Rufo
Storico di cui non sappiamo molto. Tacito ci parla di un proconsole Curzio Rufo ma non si ha la certezza che sia lui; Svetonio annovera tra i 10 retori più famosi un certo Curzio Rufo.
Egli scrive le Historiae Alexandri Magno in 10 libri e, nell'ultima parte del 10° libro, fa un paragone tra il periodo di disordine alla morte di Alessandro Magno con la situazione dell'impero romano, esaltando la figura di un uomo saggio che salvò lo stato romano con un atto coraggioso. La critica ipotizza che il periodo di disordine romano di cui parla si riferisca alla notte in cui venne ucciso Caligola, e il salvare potrebbe essere Claudio o Vespasiano, ma è più probabile che sia Claudio.
Della sua opera ci è giunto tutto tranne i primi due libri, la parte finale del 5°, la parte iniziale del 6° e il 10° è lacunoso.
L'opera è importante, parla del grande sovrano Macedone, continua fino alle lotte per la successione ed esalta la figura del sovrano. La produzione letteraria sulle gesta alessandrine fu straordinaria. Quando Alessandro Magno partì per l'Oriente portò con sé degli storiografi, tra questi Tolomeo, Antistene e anche un parente, ciò determinò la realizzazione di una storiografia del condottiero decisamente positiva, dato che fu scritta da persone a lui vicine. Curzio Rufo attinge a piene mani da queste storiografie, dove si elogia l'eroismo, la koinonia, l'apertura mentale ed il coraggio di Alessandro Magno. Attinge anche a fonti meno positive, che al contrario evidenziano il carattere irascibile e imperioso del sovrano e il suo essere sanguinario.
Si pensava in precedenza che la sua opera fosse disordinata e senza unitarietà, ma ad una attenta lettura si nota l'intima coesione tra le parti anche se Curzio Rufo si fa prendere la mano dallo scrivere. Prima di lui Pomponio Trogo aveva scritto una Storia Macedone in 44 libri.
L'opera di storia di Curzio Rufo è importantissima, perché delle sterminata produzione storiografica su Alessandro Magno dell'età ellenistica non ci è pervenuto nulla, grazie all'opera di Rufo conosciamo dei fatti che senza non avremmo potuto conoscere. Alessandro Magno non viene visto come un uomo politico ma come un uomo che lotta per realizzare il suo sogno di un impero universale. Rufo non fa un'analisi storica dei problemi, egli visse sotto Claudio e la storia allora era tormentata ed era rischioso parlare di argomenti troppo attuali. Così invece, parlando di Alessandro Magno il grande condottiero alcuni uomini nobili romani possono soddisfare la loro curiosità intellettuale, leggendo l'opera sembra infatti dei leggere un romanzo. La storia in alcuni punti è romanzata (punto di contatto con la storiografia ellenistica). Alessandro Magno è il nuovo Ercole.
I modelli di Curzio Rufo furono gli storiografi ellenistici, Tito Livio per la narrazione dinamica e vivace e per l'andamento retorico (le orazioni devono ammaestrare e dare valori).
Nell'opera coesistono due stili, quello asiano che è curato e senza fronzoli, un neoasianesimo, che viene fuori nelle orazioni sei condottieri e dei capi di stato, uno stile aulico e solenne per infervorare gli animi. Per le orazioni più dimesse e per i discorsi meno importanti lo stile è particolare, curato e di grande impatto perché coinvolge il lettore. Segue la storiografia ellenistica e pone grande attenzione agli excursus geografici ed etnografici.
Seneca
Figlio di Seneca il vecchio, nasce in Spagna a Cordova nel 4 a.c. Si reca giovane a Roma per studiare ed ha ottimi maestri (Sicione, un neopitagorico grazie al quale si avvicina alla setta dei Sesti e dello Stoicismo, e il grammatico Papirio Fabiano, un intellettuale di spicco). Di salute mal ferma, si reca nel caldo Egitto e al ritorno a Roma intraprende la carriera politica, ma non eccelle in prudenza. Godeva di una notevole fama come oratore, al punto di far ingelosire l'imperatore Caligola che lo voleva eliminare, soprattutto per la sua concezione politica rispettosa delle libertà civili. Si salva grazie ai buoni uffici di un'amante del princeps. Sotto Claudio viene accusato di avere una relazione adultera con la nipote Giulia Livilla e nel 41 a.c. viene mandato in esilio in Corsica dove resterà per 8 anni. L'esilio fu un momento estremamente difficile e travagliato, egli era abituati alla vita romana attiva ed era passato dall'ambiente romano fertile culturalmente allo stretto ambiente corso, un paese rurale. Questi 8 anni di sofferenza furono decisivi per la sua formazione interiore e culturale. Si dedicherà all'otium e alle letture a tutte le ore del giorno e della notte. La sua conoscenza filosofica diventa altissima, questi sono infatti gli anni in cui l'adesione alla filosofia stoica diventa completa. Secondo gli ideali stoici il saggio supera ogni genere di difficoltà ma egli non riesce a superare le sue. Nella Consolatio ad Polybium, un liberto a cui era morto il fratello, lo consola ed inserisce delle lodi per lui e per l'imperatore. La critica vede in Seneca l'uomo delle contraddizioni che scende a compromessi. La critica moderna sostiene che Seneca, come tutti gli uomini, è fatto di luci ed ombre, di momenti alti e di momenti scoraggianti. Il saggio stoico non si arrende di fronte alle difficoltà, queste lo fanno crescere e l'apatia diventa un ideale sempre agognato ma mai raggiunto. Tra le Consaltiones ricordiamo la Consolatio ad Helviam matrem, per rasserenare la madre che è molto in pena per lui, dicendole che non si scoraggia seguendo gli ideali stoici. La Consolatio ad Marciam è scritta per consolare la donna, figlia di Cremuzio Cordo, a cui è morto il figlio.
Dopo la condanna a morte di Messalina, Claudio sposa Agrippina che desidera Seneca come precettore del figlio Nerone, finisce così il suo esilio nel 54 a.c. Il sogno di Seneca è quello di formare un imperatore sempre ben disposto con i sudditi, quasi illuminato. Alla morte di Claudio gli subentra Nerone, che regnerà giustamente per cinque anni, durante il periodo chiamato quinquennio felice che vedrà realizzato il sogno di Seneca di un imperatore che ritorna alla politica augustea e si avvicina al senato. Dopo questo periodo di pace, Nerone si mette in opposizione al senato e abbandona gli ideali insegnatigli da Seneca. Seneca, pur di restargli accanto, arriverà anche a giustificare i delitti commessi da Nerone come necessari per il bene dello stato. Dopo la morte del prefetto del pretorio Afranio Burro Seneca decide di ritirarsi a vita privata, riprende gli studi e la stesura di alcune opere, tant'è che questo periodo fu tanto produttivo quanto quello dell'esilio. Il 65 è un anno terribile, c'è grande tensione tra Nerone e il senato. Viene organizzata la Congiura dei Pisoni alla quale Seneca non partecipa ma ne è a conoscenza . La congiura viene svelata e i congiurati, insieme a Seneca, sono invitati a suicidarsi tramite recisione delle vene con l'aiuto di un medico.
Della produzione di Seneca ci è giunto molto, dato che non si può ordinare cronologicamente la distinzione delle opere è suddivisa in: opere politiche, filosofiche e teatrali(tragedie).
Scritti Politici: la divisione non è netta perché la filosofia non è disgiunta dalla vita politica (Cicerone). Delle opere politiche fanno parte il de Clementia e il Ludus de morte Claudii.
Il de Clementia è un'opera lacunosa, composta tra il 54 e il 59 d.c. Viene espresso il concetto dell'imperatore che deve adoperare nei confronti dei suoi sudditi la clemenza e la benevolenza. Seneca però commette un errore: la clemenza non viene rappresentata come rispetto per chi ha differenti opinioni, ma come atto di clemenza nei confronti dei sudditi. È una falsa clemenza, nasce dall'atteggiamento di superiorità per il quale l'imperatore concede clemenza e non rispetta gli altri, collocandosi in alto rispetto ai sudditi.
Il Ludus de morte Claudii è una composizione nella quale viene ferocemente presa il giro la figura dell'imperatore. È una satira menippea scritta in prosa e in versi. Dopo la morte di Claudio, il senato ne aveva proposto la divinizzazione e commissionato a Seneca un discorso elogiativo per l'imperatore. Dopo questo discorso, Seneca scriverà l'Apokolokyntosis. Claudio è morto e si presenta all'Olimpo per essere divinizzato, ma viene spedito da Augusto negli inferi dove Caligola lo manda a servire Menandro, un liberto di Claudio. In quest'opera porta in scena tutto quello che si diceva dell'imperatore e suscita il riso parafrasando versi famosissimi e applicandoli in contesti fuori luogo. La critica si scaglia contro Seneca, sostenendo che abbia fatto questo solo dopo la morte di Claudio, quando non poteva essere punito. Ettore Paratore in realtà afferma che anche se può sembrare contraddittorio, lo stesso senato che non lo amava lo volle divinizzare, così Seneca scrisse polemicamente quest'opera, inoltre esaltando Nerone doveva necessariamente denigrare Claudio.
Un gruppo notevole di opere ci è stato tramandato in una raccolta denominata Dialogorum libri, comprendente 10 dialoghi per dodici libri. Non si tratta di veri e propri dialoghi sul modello platonico, perché Seneca tratta con sistematicità un determinato tema, dedicando l'esposizione ad un destinatario che sembra farsi portavoce di domande o affermazioni tipiche di quanti come lui hanno bisogno di essere edotti da Seneca. Dagli scritti emerge sempre più la matrice stoica e si delinea la figura del sapiens, colui che pone la virtù e la saggezza al di sopra di ogni preoccupazione umana. Il saggio è libero, vive in armonia con se stesso e con gli altri, sa vincere le passioni e possiede la tranquillità d'animo di fronte alle traversie della vita.
Il De ira è un trattato in 3 libri, dedicato al fratello Marco Anneo Novato e composto prima dell'esilio in Corsica. L'ira viene considerata come la più deleteria delle passioni umane, capace di cambiare i connotati del volto. Omero considerava l'ira come un nobile sentimento, qui invece è la peggiore delle passioni, poiché il suo fine è quello di procurare volutamente il male al prossimo. È inoltre un ostacolo al raggiungimento delle serenità spirituale.
Il De vita beata è ancora una volta dedicato al fratello, e si affronta il problema della felicità. Tesi di fondo dello scritto è quella secondo cui la vita felice è raggiungibile tramite l'esercizio della virtù e non grazie alla pratica del piacere. Seneca tratta anche del problema delle ricchezze, non ritenute indegne dal saggio se possono aiutarlo nel cammino verso la virtù.
Il De costantia sapientis è dedicato all'amico Sereno. Il filosofo vuole dimostrare come il saggio non possa risentire delle ingiurie ricevute, come egli perseveri nei suoi intenti senza abbattersi.
Nel De otio viene esaltato il valore dell'otium contrapposto al negozium tanto caro al popolo romano. Sia nella vita attiva sia in quella contemplativa si può essere di utilità agli altri.
Nel De tranquillitate animi viene ripreso il tema della tranquillità, essa risiede nelle virtù del saggio che non si esalta di fronte alla fortuna né si deprime per le disgrazie. Fu scritta nel periodo in cui Seneca aveva da poco abbandonato la corte ed il suo animo era inquieto, si augura quindi di riacquistare la tranquillità.
Il De brevitate vitae è dedicato al prefetto dell'annona Paolino e tratta la tematica del tempo. Seneca, oltre ad affermare che la vita non è breve ma siamo noi a renderla tale, espone il proprio concetto di tempo, integrando la prospettica degli stoici con quella degli epicurei: il saggio non deve affidare nulla della propria vita al futuro, deve invece interessarsi al presente, vivendo ogni singolo giorno come se fosse l'ultimo. E per Seneca, al contrario degli epicurei, si pensa sempre alla morte, che è ovunque, e solo chi si prepara per tempo può congedarsi dalla vita senza timore.
Il De providentia, dedicato all'amico Lucilio, tratta il problema del dolore, muovendo dalla tesi secondo cui la provvidenza mette alla prova le virtù dei saggi con i mali della vita. Il saggio deve resistere e mon smarrire la serenità.
Il de beneficiis, dedicato all'amico Ebuzio Liberale, in 7 libri è un trattato dove Seneca parla della natura del beneficio e del saper concedere e saper ricevere un beneficio, e quindi della riconoscenza e dell'ingratitudine. Il beneficio è mostrare generosità e solidarietà in modo disinteressato e il beneficiato è spesso ingrato. Anche gli schiavi sono dunque capaci di beneficare il prossimo.
Le Naturales questiones in 7 libri dedicati a Lucilio, si occupa di problemi scientifici, però a differenza di Lucrezio, Seneca dà una spiegazione diversa, in chiave provvidenzialistica. Secondo lo stoicismo i fenomeni della natura avvengono secondo delle leggi che la natura ha.
Lo stile delle opere filosofiche è caratterizzato da un periodare breve che dà una verità. Seneca tenta di spiegare un concetto seguendo la fluidità del suo pensiero interiore. Seneca e sintetico e a volte scrive a tratti, come se risentisse dell'ansia, perché per lui è importantissimo conoscere.
Le Epistulae morales ad Lucilium sono una raccolta di 124 lettere in 20 libri. Seneca, partendo da un'osservazione concreta, da un fatto, sviluppa una riflessione su un tema morale o su più temi contemporaneamente. L'epistolario di Cicerone era scritto senza pensare ad una eventuale pubblicazione ed è un documento del sermo cotidianus parlato all'epoca che offre una testimonianza non solo sulla vita politica e privata di Cicerone, ma anche sulla travagliata storia di Roma. Le epistulae di Seneca hanno come modello sia l'epistolario di discendenza epicurea, sia lo stile della diatriba cinico-stoica. La forma è colloquiale e Seneca anche se si rivolge a Lucilio in realtà il destinatario è lui stesso. Una caratteristica dell'epistolario è l'abbondanza tematica.
Seneca scrisse 9 tragedie rifacendosi al ciclo tebano e a quello mitologico greco. Sceglie del mito i temi con tinte cupe, dove sono narrate le passioni più profonde dell'animo umano. Segue il gusto barocco del tempo, dove privilegia degli effetti speciali e particolari macabri e cruenti. Il Seneca moderato delle opere filosofiche si contrappone a questo Seneca più duro. Egli si ispirò ai tragediografi greci (Euripide) e latini (Accio, Ennio). Nella tragedia greca era vietato rappresentare delitti e scene di sangue (contrari alla mentalità greca), ciò ha indotto i critici passati a pensate che queste tragedie fossero scritte per la lettura. La critica moderna invece sostiene che, nell'età neroniana il popolo era abituato a spettacolo cruenti. Dunque la critica è propensa a dire che le tragedie fossero scritte per la recitazione, dato che vi erano innovazioni notevoli descritte sulla scena, come macchine ed effetti speciali. Inoltre Quintiliano parla di Seneca contrapposto a Pomponio per quanto riguarda le tragedie.
•Nelle due tragedie di Ercole (Hercules furens e Hercules Oetaeus) l'eroe viene rappresentato all'apice della sofferenza: nella prima egli perde il lume della ragione e stermina la famiglia, nella seconda muore straziato perché ha indossato la tunica avvelenata col sangue di Nesso;
•nella Troades viene ripreso il tema della distruzione di Ilio, la sofferenza di Ecuba e lo strazio di Andromaca per la morte di Astianatte, le morti inutili;
• la Phoenissae ruota intorno ala vicenda di Edipo e dei suoi due figli Etèocle e Polinice;
• la Medea si rifà a Euripide e narra la vicenda della principessa della Colchide abbandonata da Giasone che assassina, per vendetta, i figli avuti da lui;
• la Fedra tratta dell'incestuoso amore di Fedra per il figliastro Ippolito e del drammatico destino che si abbatte sul giovane;
• l'Oedipus narra il mito tebano di Edipo, inconsapevole uccisore del padre Laio e sposo della madre Giocasta. Alla scoperta della tremenda verità egli reagisce accecandosi;
• l'Agamennone rievoca l'assassinio del re, al ritorno da Troia, per mano della moglie Clitennestra e dell'amante Egisto;
•Il Thyestes rappresenta la vicenda di Atreo che animato da odio mortale per il fratello Tieste, che gli ha sedotto la sposa, si vendica con un finto banchetto di riconciliazione in cui imbandisce al fratello ignaro le carni dei figli.
•l'Ottavia è una praetexta di ambientazione romana e parla della moglie di Nerone, ripudiata e poi uccisa.
In Euripide la divinità non spiega nulla, l'uomo soffre per la sorte. In Socrate la divinità è assente, la sua concezione religiosa converge Nello stoicismo. L'uomo soffre per i suoi motivi, per le passioni incontrollate. Non traspare una concezione dell'autore, come se si lasciasse un piccolo spazio per intervenire, bisogna leggere attraverso i versi. In alcune tragedie Seneca non porta la sua finalità educativa (nell'Agamennone un dominio retto con la forza è destinato a finire, uno retto con comprensione e chiarezza ad una vita lunga). Seneca rispecchia gusto della sua età, rappresenta sulla scena il sentimento umano ed è modello per le tragedie successive. Quintiliano, che era per il ritorno al classicismo, non dà un giudizio positivo di Seneca, così come Frontino e Gello, perché Seneca non è classico. Venne ripreso nel '500, il Rinascimento lo apprezzò molto e anche Shakespeare. In Francia i tragediografi Racine e Corneille misero in scena la Medea e la Fedra, Alfieri e Foscolo lo apprezzarono.
Lucano
Poeta definito anti-Virgilio, nipote di Seneca ricevette un'ottima educazione e viaggiò in Grecia per consolidarla. Alla corte di Nerone si distinse per talento e capacità intellettuale, inoltre fu amico dell'imperatore e a lui dedico i primi 3 libri del suo poema epico. Della sua vasta produzione ci sono giunti i titoli del Catachthonion, dell'epillio Orpheus, della tragedia rimasta incompiuta Fedra,il poema Iliaca. Non possediamo le opere giovanili ma solo il poema epico Pharsalia in 10 libri. La rottura dell'amicizia tra l'imperatore e Lucano si determinò tra il 61 e il 65, aggravata in più dalla partecipazione di Lucano alla congiura dei Pisoni che lo obbligherà al suicidio. Narducci ipotizza due motivazioni per la rottura: o per le idee filo-repubblicane mostrate da Lucano e l'allontanamento dall'imperatore, o la gelosia di Nerone per la fama di Lucano dato che entrambi stavano scrivendo un poema sulla caduta di Troia.
A differenza di Virgilio il cui oggetto della narrazione è il mito, per Lucano è la storia. Virgilio parlava della guerra tra argivi e latini perché per volere del fato doveva nascere Roma, non parla di guerra civile perché al momento della scrittura la guerra civile era ancora fresca (Virgilio è restauratore della pace). Lucano fa menzione delle guerre ma non c'è alcun disegno provvidenzialistico, si parla delle fine di Roma, della sua distruzione. All'apertura dimostrata da Virgilio in Lucano subentra la chiusura in se stesso. Nell'Eneide l'eroe Enea era protagonista, l'uomo pius che rispetta la volontà divina, l'eroe valoroso che combatte per necessità. In Lucano l'eroe è assente. La vicenda si articola tra gli eventi dei tre protagonisti, con Cesare che oltrepassa il Rubicone,e battaglie in Spagna e poi in Egitto, manca una conclusione, si pensa infatti che dovesse terminare in altri due libri con la battaglia di Azio.
•Cesare è l'eroe negativo, presentato in chiave negativa, non cambierà nel corso della narrazione. Porta la tirannide, eppure è un uomo d'azione. Viene descritto il rapporto con i soldati come un rapporto di sudditanza.
•Pompeo subisce un'evoluzione psicologica, è molto diverso da Cesare, è privo della carica vitale e partecipativa che caratterizzano Cesare. Altra differenza con l'eroe virgiliano: il fato deve essere compiuto. Qui il fato è nemico a Pompeo, egli però comprende che attraverso una morte nobile, combattendo per l'ideale repubblicano, potrà riscattarsi. È un uomo che si prende cura della moglie.
•Catone l'Uticense è un uomo con una forte personalità e grande saggezza. Con la figura di Catone è come se Lucano superasse le posizioni dello stoicismo, il personaggio infatti non si chiede mai quale sia la volontà degli dèi. Essi hanno deciso che Roma sarà distrutta e deve darsi da fare e affrontare mille ostacoli perché crede negli ideali repubblicani. Egli seguiva Pompeo perché è il maggiore rappresentante degli ideali repubblicani. Prima di compiere una spedizione pericolosa nel deserto non interroga Giove Ammone, sa che la sua missione deve essere compiuta qualunque sia l'esito. Il saggio supera la stessa volontà divina e diventa misuratore di se stesso e delle sue forze. La divinità presente in Virgilio è assente in Lucano.
Mentre nell'Eneide vi è l'esaltazione di Augusto perché sotto di lui si è compiuta l'unificazione e la pace, la situazione è ribaltata da Lucano nelle Pharsalia, dove nei primi tre libri esalta Nerone come portatore di pace. Nel VI libro dell'Eneide Virgilio aveva collocato la discesa negli inferi di Enea, l'incontro con il padre Anchise che gli predice la grande fortuna e splendore di Roma sotto Augusto. Il VI libro della Pharsalia Lucano inserisce un episodio di negromanzia, in cui uno dei figli di Pompeo chiede alla negromante come si concluderà la guerra, ed ella resuscita un soldato che annuncia che i grandi uomini piangono per l'imminente sventura di Roma, mente i detrattori ne gioiscono.
Sembra che Lucano accusi Virgilio di aver alterato la realtà storica . Lucano procede cronologicamente nella sua scansione analitica, si discosta così dal poema epico, però anch'egli in alcuni punti altera la realtà dei fatti, come quando presenta Catone e Bruto che scelgono di patteggiare per Pompeo perché costretti, o quando fa intervenire Cicerone prima della battaglia di Farsalo. Per dare forza alle sue idee la realtà storica viene talvolta manipolata. Le accuse mosse a Lucano si muovono anche dalle contraddizioni di Virgilio. Anche Lucano condanna la guerra, gli eroi combattono per evitare un male maggiore, la guerra è un male inevitabile.
Un'altra differenza consiste nell'uso del linguaggio: Virgilio usa l'esametro fluido e armonioso, curato nella forma, tipico del Classicismo Augusteo, pulito e ordinato. Lucano è originale anche nello stile, l'esametro è passionale e il suo pensiero sembra uscire fuori dall'esametro stesso, come se non riuscisse a contenere la passionalità (gusto barocco). Il gusto per l'orrido viene fuori anche dalla descrizione della morte di Pompeo, con i dettagli cruenti. La vicenda inizia con Cesare che oltrepassa il Rubicone, scende in Italia e Pompeo si reca in oriente. Cesare combatte in Spagna e in oriente. Dopo la sconfitta di Farsalo Pompeo si reca in Egitto ed è accolto da Tolomeo, che lo ucciderà e donerà la sua testa a Cesare. Cesare rimane sconcertato alla vista del capo mozzato (in realtà fu molto addolorato). Ad Alessandria Cleopatra dà un banchetto mentre Cesare è a palazzo, e qui si interrompe il 10° libro.

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