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Contesto Storico

Con Augusto la società aveva vissuto un periodo di pace era riuscito ad assicurare all’impero.
C’era il desiderio di mantenere le strutture repubblicane, dietro le quali in realtà si nascondeva il potere assoluto del princeps (primus inter pares).
La classe senatoria si illudeva di una continuità senatoria, e si pensava che il principato non si sarebbe trasformato in tirannide.
Nel 14 d.C venne designato come successore di Augusto, Tiberio, che si presentò al senato ribadendo fedeltà al regime instaurato da Augusto e manifestando il desiderio di collaborare con la nobilitas.
Il principato di Tiberio e quello dei suoi successori ( Caligola, Claudio e Nerone) sono dipinti dalla tradizione antica come una lunghissima serie di crimini che culminano con Nerone, con cui si raggiunge il non plus ultra della follia e della crudeltà.

Mantenere in vita il modello augusteo era ormai impossibile : il principato, sin dalla seconda parte del regno di Augusto, si evolveva sempre più verso un regime assoluto, fondato sull’appoggio di eserciti e sul consenso delle province. Il potere era esercitato dall’autocrate che aveva al suo servizio un esercito di funzionari fedele ed inquadrati in una salda burocrazia.
Quindi il principe non aveva più bisogno di una classe gelosa delle sue tradizioni come quella senatoria; egli al contrario, necessitava di un ceto a lui fedele da porre a capo degli uffici di stato.
Questo ci spiega perché in questo periodo è sempre maggiore l’ascesa ai vertici dello stato di nuove classi di aristocratici, provenienti dalle province o dagli eserciti, o addirittura di liberti, ovvero gli schiavi affrancati, come il caso di Polibio, il potentissimo liberto dell’imperatore Claudio.

Seneca

Secondo Seneca l’uomo deve inseguire la virtù, deve accettare il proprio destino ed agire secondo la ragione.
Non bisogna abbandonarsi alle passioni perché sono malattie dell'anima da evitare a qualsiasi costo.
Che le passioni siano una malattia né è prova pratica l'ira.
Abbandonandosi ad essa si perde il lume della ragione e si possono commettere atti di inaudita ferocia, quasi si fosse preda della pazzia.
Evitando le passioni si possono eliminare tutta quella gamma di delusioni e difficoltà che incontra necessariamente l'uomo passionale, il quale vive un rapporto conflittuale con la realtà a causa dei suoi eccessivi desideri

De ira

Opera raccolta in tre libri, il De ira fu scritto da Seneca probabilmente dopo la morte di Caligola prima del 41 d.C.
In quest'opera, come nel resto della raccolta e dei "Trattati", non vi sono dei veri e propri dialoghi tra due o più personaggi inseriti in una cornice storica (come avveniva nella tradizione latina precedente, come nel caso di Cicerone), ma l'autore parla sempre in prima persona, avendo come unico interlocutore il destinatario dell'opera.
L'ira è intesa come una passione che offusca la mente e la ragione, passione estrema al limite con la follia, capace di far fare qualsiasi cosa a chi la prova, in modo incontrollato.
Seneca si propone di combattere l'ira e ne descrive le manifestazioni.
Successivamente indica i rimedi per prevenirla e placarla.
Tra i numerosi esempi di personaggi colpiti dall'ira, vi è Caligola.
Nei confronti di questa figura Seneca sfoga il proprio odio e rancore descrivendolo come una "bestia assetata di sangue".

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